Recensioni - Teatro

Gioele Dix ritrova la barzelletta un pezzo alla volta

Al Teatro Sociale di Brescia Arrivato a questo punto, monologo sulla memoria scritto con Paolo Cananzi, apre la stagione del Ctb

Serata inaugurale della stagione 2026-27. Affluenza discreta, platea piena, palchi e loggione poco affollati. Clima apparentemente informale ma istituzionalmente rilevante: in sala il sindaco, il consiglio di amministrazione del Ctb e altre figure istituzionali.

Lo spettacolo è piacevole, ben costruito. Si apre il sipario e Dix è già in scena, seduto di profilo in posizione raccolta. Tutto parte da una barzelletta che non ricorda. Da quel vuoto, lo spunto per parlare della memoria: quella legata alla storia della sua famiglia di origine ebraica e quella più minuta e pratica del ricordarsi parole e azioni quotidiane. L’attore e autore gioca a carte scoperte, spiega la regola dei tre, svela la costruzione dello spettacolo. Tre azioni da ripetere in una barzelletta, tre tempi da ripetere nell’azione scenica, tre grandi blocchi narrativi in questo spettacolo. Ogni volta che riprende la barzelletta iniziale, ne ricorda un pezzo in più ed è la scusa per far partire un nuovo blocco narrativo. Su questa struttura si architetta l’intera narrazione, con salti temporali discontinui. Un quarto tempo è dedicato alla conclusione.

Dix lascia addosso allo spettatore la sensazione di un vissuto comune, una nostalgia condivisa, un pezzo di memoria collettiva. Il rapporto con i genitori, l’infanzia a Viareggio negli anni sessanta, i libri prestati e mai restituiti. La memoria delle leggi razziali, raccolta dai racconti del padre, la fuga in Svizzera. Storie d’Italia, pezzi di vita sparsi qua e là nella linea del tempo. La perdita dell’amico fraterno in giovane età. Il figlio dell’amico che, trent’anni dopo, si fa raccontare il padre mai conosciuto. I Beatles, la chitarra, il cabaret.

Dix calca il palcoscenico con grande maestria. Tempi ben dosati, tecnicamente preciso, non va mai sopra le righe. Il cabarettista di lungo corso interviene nei momenti più toccanti per diluirli con un tempo comico garbato e perfetto. L’artista sa dove tirare il pubblico, quando tenerlo e quando lasciarlo andare.

Scenicamente essenziale: pedana di legno centrale, cieca sui lati; due praticabili a diverse altezze, due sedie. Le luci sono firmate da Cesare Agoni; scene e costumi si materializzano nel progetto sonoro di Hubert Westkemper, dove ogni eco è una visione. La voce della madre fuori campo è di Ottavia Piccolo. Testo scritto con Paolo Cananzi, regia di Dix.

Lungo, caloroso applauso finale.

Dix interrompe l’applauso per ringraziare Gian Mario Bandera, direttore dimissionario del Ctb. Bandera, con evidente imbarazzo, si concede al pubblico, che lo saluta con calore. Lui, personaggio lontano dalla ribalta, raccoglie questo abbraccio con la stessa sincerità che gli è stata rivolta.

Senza volerci unire al coro di elogi che negli ultimi due mesi ha accompagnato il suo congedo, va riconosciuto a Bandera – alla guida del Centro teatrale nell’ultimo decennio – il merito di aver tenuto i conti in ordine, di aver abbattuto un po’ di barriere del teatro di prosa istituzionale, di aver avuto un’apertura e un’attenzione particolari verso le realtà territoriali, senza troppe preferenze o distinzioni.

Di contro, le scelte artistiche non ci sono parse sempre coerenti e guidate da una linea poetica precisa, produzioni spesso senza slancio o non all’altezza del blasone. Dopotutto, un peccato veniale rispetto alle aperture, agli scambi, alle connessioni – anche se inevitabili per quest’epoca – e alla difficile gestione dell’era Covid e postpandemia. Tutto sommato, un bilancio positivo, non sempre limpidissimo ma comprensibilmente giustificabile per la posizione ricoperta. Sicuramente un ruolo tecnico, distante dal dibattito artistico, che ha favorito una gestione meno emotiva e più solida.

Raccoglie ora il testimone – e gli auguri del pubblico ma soprattutto di Dix, il cui finale di monologo gli calza a pennello – Andrea Chiodi, regista e dal prossimo novembre nuovo direttore artistico dello Stabile bresciano.

Arrivati a questo punto non ci resta che svelare il finale dello spettacolo, con l’auspicio di riuscire a rivolgere, col giusto peso, lo sguardo al presente, per un buon futuro, senza abbandonarsi alla memoria nostalgica del passato. In questo ordine: presente, futuro, passato. Regola dei tre. Un finale dentro il finale.