Recensioni - Teatro

I sette contro Tebe: guerra senza tempo

Al Teatro Romano la tragedia di Eschilo nell’allestimento curato da Marco Baliani per l’Istituto Nazionale del Dramma Antico

È la guerra peggiore quella rappresentata da Eschilo nei Sette contro Tebe, la guerra tra due fratelli per il potere su una città. In quanto fratricida è infatti la più disumana, perché va a toccare le corde più profonde dell’animo, perché nasce da sentimenti ancestrali che accecano i protagonisti, che non si preoccupano di trascinare nel loro conflitto personale la popolazione di un’intera città.

 

La guerra tra Eteocle e Polinice per il potere su Tebe è, nell’interpretazione di Marco Baliani, una delle tante guerre che nel corso dei secoli si sono succedute nel bacino del Mediterraneo e idealmente si può ricollegare ai più recenti avvenimenti di Sarajevo o di Aleppo. Le città assediate in fondo sono tutte uguali: all’interno il sentimento dominante è la paura, che i governanti devono placare e trasformare in coraggio e rabbia da scaricare sul nemico. Questo accade nella scena chiave della tragedia, quando l’araldo elenca uno ad uno gli scudi dei sette terribili guerrieri schierati contro ognuna delle porte di Tebe ed Eteocle deve con le parole capovolgere la situazione di fronte ai suoi concittadini, magnificando le doti dei suoi combattenti e schierandosi lui stesso contro il fratello alla settima porta.

 

È uno spettacolo teso, muscolare quello che Baliani ha costruito per il Teatro Greco di Siracusa e che è stato felicemente ripreso al Teatro Romano a chiusura dell’Estate Teatrale Veronese. Ai piedi di un grosso albero, su un terreno sabbioso il coro, in continuo movimento, crea immagini potenti, evocative e di forte impatto visivo. Di grande efficacia la sopracitata scena degli scudi in cui Eteocle letteralmente smaschera ad uno ad uno i “sette contro Tebe”: non più mostri ma uomini contro i quali si può combattere e vincere. Molto bella anche la scena della battaglia, durante la quale, con taglio cinematografico, gli attori dismettono i loro costumi arcaici per indossare abiti di foggia mediorientale che in pochi istanti ci fanno fare un salto in avanti di 2500 anni costringendo il pubblico a confrontarsi con le guerre di oggi.

Marco Foschi è un Eteocle monolitico, di cui emerge sostanzialmente il lato eroico e spavaldo, orientato prevalentemente su un registro aggressivo, mentre Anna della Rosa, vera coscienza dello spettacolo, in scena fin dalle prime battute, è un’Antigone intensa, umanissima, sia nella disperazione per la guerra sia nel rivendicare degna sepoltura per Polinice.  Aldo Ottobrino, posizionato con un effetto straniante all’ingresso della chiesa dei Santi Siro e Liberata, è un araldo partecipe nella sua descrizione dei sette mentre l’aedo di Gianni Salvo apre e chiude con lucidità la tragedia.
Ottima la prova del coro dell’Accademia d’arte del Dramma Antico.

Da segnalare, ospite non gradita, la pioggia che ha accompagnato l’ultima mezz’ora della rappresentazione facendosi via via sempre più insistente ma che è stata quasi ignorata dal pubblico, immobile sulle gradinate attento e coinvolto da quanto avveniva sulla scena.

Davide Cornacchione 15 settembre 2017