Recensioni - Teatro

Il Teatro e il Cinema

Fra finzione teatrale e percezione del realismo filmico

Il cinema, soprattutto agli albori, ha ampiamente attinto e convissuto con il teatro, le sue metodologie e, in parte, la sua forma espressiva.

Tuttavia per uno strano assillo del destino fin dal medioevo al teatro e, di conseguenza, agli attori è stata sempre affibbiata l’accusa di falsità, di finzione, cosa che soprattutto agli occhi della chiesa era il maggiore dei mali. Questo non è mai accaduto né al cinema, né tanto meno agli attori che ad esso si sono dedicati.

Si potrà sicuramente affermare che ciò è dovuto al mutare dei tempi, alla modernizzazione della società, ma non credo che sia solo questo. Se “attore” permane un termine neutro, è, insieme all’anglosassone “performer”, l’unico da sempre utilizzato per il cinematografo, mentre per gli attori teatrali si aggiungono denominazioni che comunque trascinano con se, anche in maniera inconscia, un accento negativo. Pensiamo a “commediante”, “istrione”, “guitto” oppure all’aggettivo “melodrammatico”, oppure ancora all’espressione “non fare la commedia”.

Stranamente il recitare in commedia, tutte le sere su un palcoscenico e dal vivo, porta con se ancora oggi immutato un sospetto di falsità che ci giunge direttamente dagli scrittori cristiani del primo medioevo, Lattanzio, Sant’Agostino e Tertulliano, che vedevano nel teatro e nell’arte dell’attore il principio di ogni male.

“…mi domando se lo stesso affare delle maschere possa piacere a Dio, che proibisce ogni sorta di falsa imitazione: figuriamoci quella dell’immagine sua! Non ama il falso creatore del vero: per Lui tutto ciò che viene contraffatto è grandissimo falso. Per questo Chi condanna ogni forma di imitazione istrionica, non potrà approvare chi falsifica la voce, il sesso, l’età, chi ostenta con solenne finzione amore, ira, gemiti e lacrime.” (Tertulliano, De Spectaculis)

Di contro il mezzo cinematografico è percepito come più innocuo ed i suoi interpreti più rispettati. Credo che questo dipenda sì dal cambiamento dei tempi e delle concezioni morali, ma non solo. E’ dovuto al diverso medium comunicativo, il cinema impone una distanza, un altrove che il teatro, con il suo rapporto diretto, non conosce. L’attore cinematografico è percepito come colui che recita sì, ma in un luogo lontano e in un momento circoscritto, quasi fosse un’operazione privata, fra lui e la macchina da presa. Finite le riprese o il programma televisivo, si dedica ad altro, torna una persona “normale”.

L’attore teatrale, al contrario, è ancora, secoli dopo Tertulliano, percepito come colui che recita davanti al pubblico, ti guarda negli occhi e finge, si sdoppia in un'altra persona e lo fa ripetutamente, tutte le sere. All’attore teatrale viene attribuita una capacità elusiva, un potere di essere sempre e in ogni momento altro da se stesso. Cosa che all’attore cinematografico non ci sogneremmo mai di attribuire. Avete mai visto qualcuno chiedere a Marlon Brando di rifare lì per lì un pezzo del Padrino?

Tutto ciò a causa o per merito del mezzo comunicativo. In questo senso il cinema, per quanto oggi perfetto e denso di effetti speciali di estremo realismo, ci giunge paradossalmente “altro”, la riproduzione di un evento recitativo lontano e concluso e pertanto, in fondo, finto.

E’ come quando abbiamo fra le mani un vecchio dagherrotipo o una fotografia di fine ottocento e questa ci appare inevitabilmente obsoleta, in posa, irreale; mentre, inspiegabilmente, un ritratto di Boldini o un quadro di Caillebotte, per restare ai medesimi soggetti di solito ritratti dalle foto, ci appare presente, reale, pulsante di vita e personalità.

Il massimo del realismo, la fotografia e il cinema, filtrate dalla pesantezza del proprio medium tecnologico, ci comunicano in realtà il massimo della finzione, dell’artificio e della lontananza; questo paradossalmente risulta tranquillizzante.

Il massimo della finzione invece, il teatro, con la sua presenza vivida, semplice, irripetibile anche se fra scenari di cartapesta, ci comunica incredibilmente il massimo della realtà, dell’immediatezza. Tanto che chi lo impersona, finito lo spettacolo, è ancora percepito come colui che è in grado fingere in modo tanto efficace da risultare sospetto.

Il cinema è uguale per tutti e ripetibile, invariabile in tutto il mondo e nel trascorrere del tempo. Ci rassicura perché ci accomuna alla massa protettiva e consenziente. Mentre il mettere piede in teatro ci fa vivere un’esperienza unica ogni sera: in una convenzione finta, accettata, conosciuta, ma imprevedibile, perché in ogni spettatore c’è la consapevolezza che, in fondo, non sapremo mai cosa ci racconterà l’attore quella sera e questo lo rende un eroe coraggioso perché si presta al cimento senza rete.

Finito lo spettacolo però è meglio non averci a che fare “dal vivo”, tornare a casa accendere la televisione oppure internet dove i performer sono “veri”, non fanno i personaggi. Ma soprattutto sono lontani e domani saranno uguali ad oggi, come il sapore standard di un prodotto industriale.

Ci rassicura crederlo e dunque viva il medium cinetelevisivo, che si mette in mezzo fra noi e questa strana razza che sono gli attori teatrali, che vorrebbero recitare tutte le sere e spesso anche cambiare personaggio.

R. Malesci