Recensioni - Teatro

Il Teatro e la Peste

Riflessioni teatrali epidemiche

Il teatro e non solo vive tempi difficili, è sotto gli occhi di tutti. La chiusura pressoché mondiale dei teatri di prosa e lirici non era mai accaduta a memoria d’uomo.

A livello nazionale l’ultima chiusura totale dei teatri risale al 1642, quando in Inghilterra, alla vigilia della guerra civile, i puritani imposero la chiusura dei teatri che durò per ben diciotto anni fino alla restaurazione monarchica del 1660. Certo questa chiusura generalizzata in Inghilterra fu determinata da motivi ideologici e morali, mentre non erano infrequenti a livello locale le chiusure delle attività spettacolari a causa di flagelli epidemici vari che da sempre, pur afferendo alle più svariate malattie, vanno sotto il nome di peste.

Così abbiamo resoconti dalla Londra elisabettiana del tempo di Shakespeare per cui agli attori era imposto “Che essi non recitino pubblicamente fino a che il numero dei morti di peste a Londra non sia stato per venti giorni inferiore a 50 la settimana”(1). Lo stesso Shakespeare fu costretto a una lunga inattività teatrale a causa di queste restrizioni. In questi scorci senza pubblico si dedicò alla composizione di due poemi “Venus and Adonis” e “The Rape of Lucretia”, che, paradossalmente, considerava come “vera” attività letteraria, degna pertanto di essere pubblicata; mentre non si interesserà mai di far pubblicare le sue opere teatrali che circolavano solo in copie pirata.

Altre volte capitava che intere città venissero sigillate a causa della peste, come accadde a Mantova nel 1576. Fatto che costrinse le compagnie teatrali a lasciare in fretta e furia la città per cercare fortuna in Europa, possibilmente ben lontani da qualsiasi flagello epidemico. Questa fu anche la sorte capitata alla “Compagnia degli Accesi”, capitanata da Drusiano e Tristano Martinelli, che da Mantova approdarono ad Anversa e poi a Parigi, portandovi il personaggio di Arlecchino e la grande lezione della commedia dell’arte italiana.

Dunque non è la prima volta che gli attori e i teatranti in generale sono costretti a pause forzate o a rivoluzioni copernicane della loro attività. A ricercare, spostandosi, nuovi luoghi in cui sia possibile proseguire il proprio mestiere, il proprio percorso artistico. Ricordiamo ancora il massiccio esodo di numerosi artisti europei verso gli Stati Uniti in occasione delle due ultime guerre mondiali e della persecuzione razziale degli anni trenta; esodo che concorrerà non poco allo sviluppo e all’egemonia cinematografica hollywoodiana del primo e secondo dopoguerra.

Ma, purtroppo, nel caso attuale ogni spostamento è impossibile oltre che teatralmente inutile. La pandemia è mondiale e tutti i teatri, da Milano a Londra, da Berlino a New York, sono chiusi, serrati, bui.

Il 6 Aprile del 1933 Antonin Artaud, l’attore, regista e teorico del teatro vissuto nella prima parte del novecento, tiene alla Sorbona di Parigi una conferenza dal titolo: “Le théâtre et la peste”. All’interno dell’elaborazione concettuale arzigogolata e visionaria tipica di Artaud, che si muove quasi per enigmi, contrasti e suggestioni, ricaviamo tuttavia una visione fondante del teatro come comunicazione assoluta, immediata, presente.

Dice Artaud:Importa innanzitutto ammettere che, come la peste, la rappresentazione teatrale è un delirio , ed è comunicativa. (…) Una vera opera teatrale scuote il riposo dei sensi, libera l’inconscio compresso, spinge a una sorta di rivolta virtuale, impone alla collettività radunata un atteggiamento eroico e difficile.” (2)

L’attuale pandemia ha tolto al teatro e alla sua comunità di interpreti ben più di quanto fecero le pesti del passato: ha tolto la possibilità comunicativa verso la “collettività radunata”. Questo ovunque nel mondo, non serve spostarsi, scappare, emigrare. Perché il teatro possa nuovamente accadere questa collettività deve poter tornare a radunarsi.

Nel mentre il teatro non esiste, è scomparso. Ogni tentativo di rianimarlo trasmettendolo con mezzi che non sono i suoi è solo un’illusione, un fantasma. Quello che oggi vediamo attraverso i nuovi e vecchi canali comunicativi non è teatro, è altro: cinema, documento visivo, sceneggiato, documentario, performance on line, video chat, ecc..

Tutto ma non teatro, perché il teatro, per dirla con Artaud, ha bisogno della comunicazione diretta fra attore e collettività e al momento ciò non è possibile.

Non ci resta che aspettare.

R. Malesci

 

  1. Il Teatro Elisabettiano, a cura di Loretta Innocenti, Il Mulino, 1994
  2. Antonin Artaud, Le théâtre et la peste, Traduzione Ettore Capriolo, Einaudi, 1968