Recensioni - Teatro

L’arte di Monet è un racconto garbato

Marco Goldin presenta a Mantova la replica zero del suo nuovo spettacolo dedicato al maestro dell’impressionismo

Riparte la composita stagione di prosa al Teatro Sociale di Mantova con l’anteprima di Monet. Una vita a colori, spettacolo teatrale di e con Marco Goldin.

Goldin, noto come grande organizzatore di mostre, da qualche anno si è votato anche alla divulgazione artistica, riscuotendo con i suoi testi di narrazione un notevole successo di pubblico in giro per l’Italia.

In occasione del centenario della morte di Claude Monet, morto a Giverny il 5 dicembre 1926, Goldin propone uno spettacolo dedicato al celebre artista. In scena lo affiancano Remo Anzovino, autore delle musiche originali e pianista, e Daniela Savoldi al violoncello e voce. Lo spettacolo fa ampio uso di immagini: non solo i quadri animati di Monet, ma anche scorci d’epoca e immagini in cui si vede lo zampino dell’intelligenza artificiale. Video e animazioni sono a cura di Luca Attilii, Geremia Vinattieri, Matteo Granziera e Matteo Basei.

Si tratta di un racconto garbato delle opere e dei periodi pittorici di Claude Monet, organizzato in una rigorosa sequenza cronologica. La biografia è solo accennata e ci si concentra sui periodi pittorici dell’artista. Il narratore è lo stesso Marco Goldin, accompagnato dai due musicisti. Le immagini sono onnipresenti, sia durante la narrazione che durante gli intermezzi musicali. La scena è semplice: una panchina e due pedane rotanti ai lati con led wall fronte e retro, da cui appaiono e scompaiono i musicisti alla bisogna. Le immagini sono dunque sia sul grande sfondo che sui pannelli rotanti, creando un suggestivo effetto di pienezza visuale.

Goldin racconta in modo gentile, garbato e a tratti accattivante. Ne risulta un teatro di narrazione piacevole, rassicurante, dominato dalle immagini. L’animazione dei quadri di Monet è pertinente ed efficace fino a quando resta limitata a qualche increspatura del mare, a una barca che scivola sull’acqua, a una fronda d’albero mossa dal vento. Risulta invece stucchevole quando eccede, volendo muovere persone e ambiente in modo distraente rispetto al racconto che avviene in simultanea. Gli stacchi musicali, composti ed interpretati da Remo Anzovino, assolvono la funzione di dividere i vari capitoli della storia e di creare intermezzi languidi a commento delle immagini. Valida l’esecuzione musicale con Daniela Savoldi, molto brava ed eclettica nel suo destreggiarsi fra il violoncello e il canto.

La replica zero che abbiamo visto a Mantova è sfuggita un po’ di mano all’autore nei tempi: i 95 minuti annunciati si sono trasformati in quasi due ore. Se vogliamo trovare un difetto al lavoro, sta proprio nella definizione teatrale dell’evento. Invece di esaltare un medium di contatto diretto con il pubblico, si finisce per scimmiottare stilemi prettamente televisivi: pensiamo alle trasmissioni di Aldo Cazzullo. Ironia della sorte, i due autori in qualche modo si somigliano anche fisicamente.

Non bisogna dimenticarsi che il teatro non può fare a meno di stilizzare ciò che rappresenta, come diceva nel suo saggio sulla forma tragica Franco Moretti: “less is more: ridurre significa stabilire delle priorità, delle connessioni, significa capire”. Questo è mancato al lavoro di Goldin, troppo preso da una foga enciclopedica, dal voler, per completezza, citare tutti i periodi pittorici, tutte le serie, tutti gli episodi artistici di Monet. Se questo può funzionare letterariamente – all’operazione, ovviamente, è collegata la produzione di un libro dello stesso Goldin – non funziona nel tempo teatrale. Lì sono necessarie e vitali una verticalizzazione drammatica, una focalizzazione comunicativa che selezioni, dirima gli episodi, appuntisca la matita degli accadimenti: insomma, che dia teatralità e vivacità alla serata.

A teatro il “garbato”, il “piacevole” e il “rassicurante” rischiano di trasformarsi velocemente in noia e in ripetizione. È successo puntualmente con il progredire della serata, quando gli intermezzi musicali cominciavano a sembrare troppo simili e troppo lunghi, e l’assommarsi di periodi pittorici diventava eccessivo. Alla fine, nella vertigine del fervore descrittivo, non rimaneva nulla dell’uomo Monet, del senso ultimo della sua vita e della sua arte.

Di contro il lavoro risulta “riconoscibile”, non crea tumulto e rassicura, andando sicuramente a cogliere una buona fetta dei gusti del pubblico, che ha applaudito con calore a fine serata.

Raffaello Malesci (sabato 17 ottobre 2026)