Rigoroso e fedele allestimento a cura del regista Declan Donnelan con la Compañía Nacional de Teatro Clásico di Madrid
La nuova direzione artistica del sistema teatrale veronese sembra voler riportare il festival dell’estate al Teatro Romano nella giusta direzione, dopo diversi anni di palese e colpevole abbandono.
Il Festival veronese è dedicato al Bardo e avrebbe nel suo DNA il compito di portare a Verona, città che con i drammi shakespeariani ha un legame particolare, le grandi produzioni nazionali e internazionali, dedicate al più grande poeta teatrale di tutti i tempi.
L’inaugurazione è azzeccata. Una versione spagnola de I due gentiluomini di Verona a cura della celebre Compañía Nacional de Teatro Clásico di Madrid, ensemble noto per l’indagine sui classici del teatro spagnolo, che ogni estate rivivono anche nel bellissimo corral de comedias della cittadina di Almagro, dispersa nella Mancia profonda.
La regia è di un gigante della scena internazionale: Declan Donnelan, grande esperto di Shakespeare, già direttore del National Theater di Londra e Leone d’oro alla carriera alla biennale di Venezia. Al suo fianco Nick Ormerod per l’adattamento teatrale, la scena e i costumi.
La scelta di livello ripaga ampiamente. Donnelan ci regala uno spettacolo semplice, rigoroso, dalla recitazione curata e millimetrica, fedele al testo shakespeariano ma nel contempo ritmato e moderno. L’attore e la parola sono al centro del lavoro, non serve altro, il risultato è notevole.
Una pedana rettangolare, al centro di essa un muro, qui vengono proiettate alcune scritte con il luogo dove si svolge l’azione, oppure immagini di foresta per le scene finali. I costumi sono semplici e contemporanei. La regia gioca sulla presenza in scena dei personaggi di cui si parla: muti testimoni, proiezioni oniriche. Le scene si avvicendano in un veloce ed efficace susseguirsi. Il regista sviluppa il versante comico e non teme di affondare nella macchietta quando occorre. All’immaginifico e al sentimentale ci pensa il testo di Shakespeare.
Testo composito, fra i primi del drammaturgo, I Due gentiluomini di Verona ha in sé un’Italia improbabile, con Verona lambita dal mare, colline boscose intorno a Mantova e una Milano sede del seggio imperiale. La mobilità dei personaggi, in spola continua fra le due città, ricorda i frenetici viaggi di Tutto e Bene quel che Finisce Bene. In nuce poi, troviamo vari spunti, che il bardo svilupperà nei capolavori successivi: la scena del balcone; la foresta con i fuorilegge che rimanda a As you like it; anche un cattivo, Proteo, che è un esperimento a metà fra il Don Giovanni di Molto Rumore per Nulla e le tentazioni diaboliche di Iago.
Declan Donnelan distilla questa eclettica varietà del testo in sublime credibilità attoriale, riuscendo a condurre gli attori sulla strada del personaggio, che agisce in uno spazio creato dalle sue stesse parole. Questo è Shakespeare allo stato puro: un teatro che è affabulazione visiva, gioco fisico, sguardi, complicità, gesto compiuto e pause pregne di significato. Un’umanità recitante che gioca con sé stessa e con il pubblico, in uno scambio di pulsioni fisiche, fonemi, significati che divengono sensazioni e che il pubblico accoglie e riverbera agli attori. Perfetto.
La lingua diviene formalità, il fatto che il testo fosse recitato in spagnolo diventa un dettaglio, i sovra titoli inutili; il perfetto castigliano degli attori spagnoli diventa, grazie al teatro, una vera koinè neolatina che unisce pubblico e interpreti al di là di qualsiasi barriera linguistica.
Inarrivabile l’ensemble della Compañía Nacional de Teatro Clásico di Madrid. Distribuiti perfettamente, coesi, appassionati, dotati di tecnica sopraffina, riescono a dare un ritmo indiavolato alla rappresentazione senza far perdere una sillaba. Una prova maiuscola per loro. L’ensemble qui fa la differenza e, spiace dirlo, marca un abisso con le lentezze e il birignao delle attuali equivalenti scene italiane, ove del resto, colpevolmente, il concetto di ensemble non esiste.
Eccoli dunque: Jorge Basanta, un duca caratterizzato e dai tempi comici perfetti; Alberto Gómez Taboada, dalla comicità asciutta e controllata; Rebeca Matellán, una Silvia altera ed ironica; Manuel Moya, Valentin appassionato e solare; Alfredo Noval, credibile e magnetico Proteo; Carmen Mayordomo, impegnata in più personaggi, regala uno sketch esilarante nella celebre scena con il cane; Irene Serrano, una Giulia diretta ed efficace; Antonio Prieto; Prince Ezeanyim.
Purtroppo il Teatro Romano era tutt’altro che pieno, anzi, ad essere onesti, era mezzo vuoto, in particolare le gradinate. Visti gli ultimi anni di programmazione sarà ora difficile riconquistare un pubblico alla prosa, servono ancora proposte come queste e una programmazione di qualità.
Il pubblico presente ha applaudito con calore nel finale, quasi sorpreso dalla qualità della proposta.
Raffaello Malesci (Giovedì 25 Giugno 2026)