Recensioni - Teatro

Le regine di Schiller vestono i panni della contemporaneità

Nuova produzione di Maria Stuarda a Innsbruck

Un grande classico del teatro tedesco, Maria Stuart di Friedrich Schiller, ha da poco debuttato ai Kammerspiele del teatro tirolese, per la precisione il 10 ottobre 2026.

Si tratta di una versione intima e contemporanea della più rappresentata tragedia di Schiller, affidata alla regia di Bettina Bruinier, coadiuvata per scene e video da Ayşe Gülsüm Özel e per i costumi da Elisabeth Vogetseder. Le musiche sono di Marcel Gschwend e le coreografie di Marcel Leemann.

La drammaturgia, a cura di Sonja Honold, segue abbastanza fedelmente il testo originale, soprattutto nella prima parte. I tagli si concentrano sull’aspetto religioso del dramma, con l’intento di focalizzarsi sulla rivalità personale fra le due regine, delineate più nella loro dimensione umana che politica. Ne fa le spese soprattutto la parte di Maria Stuart, pesantemente sforbiciata in particolare nella grande scena finale, tutta intrisa di misticismo religioso. Sono espunte le ancelle di Maria e la figura del prete che le porta in segreto le ultime consolazioni della religione cattolica. Di conseguenza in questa versione tende a primeggiare la figura di Elisabetta, che assurge a vero motore del dramma.

La regista, insieme alla drammaturga, mette in scena due donne contemporanee, e non solo nei costumi. Elisabetta (Marion Reiser) è una femmina matura, disinibita, circondata da maschi caotici e improbabili. Apparentemente sicura, quanto intimamente febbrile: veste da maschio ma con vezzi di cattivo gusto, è scossa da tic, agitata da dubbi; è ossessionata dal potere e dal controllo rivelandosi crudele e approfittatrice. Marion Reiser ne è un’ottima interprete: riesce a fondere una dizione stagliata, intrisa di sicurezza forzata, con le asprezze di afflati dubbiosi. La voce si incrina in gorgogli gutturali, lo sguardo vaga insicuro, frenetico per focalizzarsi in occhiate d’odio penetranti e comunicative. Ne esce una donna trascinata in un vortice assolutamente più grande di lei, affannata, aggressiva, pericolosa. Una donna supportata dalla tecnica attenta e precisa dell’attrice.

S’impone la Maria volitiva e languida di Sara Nunius, che concede al suo personaggio un’andatura quasi dinoccolata, con pose contemporanee, attoriali fino al vezzo, per esplodere poi in asprezze inaspettate nella grande scena del confronto fra le due regine. Una bella prova anche per lei.

La messa in scena si avvale di una scenografia sostanzialmente scarna e rigorosa, con ampio uso di una pedana rotante e di quinte formate da tende di catene dorate, simbolo di due splendide prigioni: il castello ove è reclusa Maria, la corte ove è costretta Elisabetta. Su queste catene vengono proiettate immagini che servono a riassumere gli avvenimenti in forma di notiziario televisivo. A tratti anche scritte libertarie, che però risultano poco incisive. Dal ventre del palcoscenico spunta una sorta di gabbia che rappresenta la prigione di Maria. Sullo sfondo appare a un certo punto la statua di un unicorno, simbolo della corona scozzese. Tutto ruota e si modifica: il palco, le quinte, le tende continuamente scostate dai personaggi, la gabbia di Maria che sembra un montacarichi che conduce negli abissi di una miniera. L’effetto è mesmerizzante e fa dimenticare la compressione drammaturgica a tratti frenetica delle scene, che si rincorrono l’una con l’altra verso l’inevitabile finale. L’effetto è azzeccato quanto sostanzialmente estetizzante.

La praticità e funzionalità del tutto ha il pregio di lasciare spazio alla parola schilleriana. Gli avvenimenti procedono spediti e lo spettacolo si segue piacevolmente e con concretezza nella sostanza, anche se a tratti si avverte che il cast è stato eccessivamente ridotto e alcuni passaggi troppo tagliati. Gli antagonisti maschili si concentrano nel Leicester di Christoph Kail e nel Burleigh di Kristoffer Nowak, entrambi forse costruiti con eccessiva caricatura, anche per via di improbabili parrucche. Gli interpreti sono assolutamente all’altezza, ma si sente la mancanza della corte, dello sfarzo, della politica che tanta parte ha nelle trame schilleriane.

Completano il cast Tommy Fischnaller-Wachtler, uno Shrewsbury appassionato e coinvolto, ma oggettivamente troppo giovane; Philipp Rudig, un Mortimer fuori parte e troppo penalizzato dai tagli. Corretta e partecipe Ulrike Lasta come Paulet. Nelle parti minori Laetitia Toursarkissian e Patrick Ljuboja.

Lo spettacolo ha alla fine l’indubbio merito di esaltare la poesia drammatica di Schiller e di regalare al pubblico una buona edizione di Maria Stuart.

Raffaello Malesci (giovedì 29 ottobre 2026)