Il testo di Euripide nell'allestimento firmato da Andrea Chiodi. Protagonista Elisabetta Pozzi
La tragedia euripidea Troiane, capolavoro della letteratura greca intriso di storia e di páthos, è andata in scena presso il Teatro Municipale di Piacenza nella produzione del Centro Teatrale Bresciano.
Il mondo, sin dai tempi più antichi, è sempre stato dominato da eventi strazianti: guerre, violenze, epidemie hanno colpito e colpiscono tutt’ora i più svariati popoli della Terra. Questo perpetuo rigenerarsi degli stessi eventi ci deve far riflettere e comprendere quanto sia importante studiare ed analizzare la storia, non soltanto per trarne dei preziosi insegnamenti, ma anche per comprendere il significato e le conseguenze delle crudeltà e dei soprusi compiuti da alcuni popoli a danno di altri. In questo modo, il contatto con la storia può avvenire attraverso i libri, i giornali, le testimonianze, ma non solo: un ruolo non indifferente può essere svolto dal teatro, uno strumento estremamente efficace in grado di colpire lo spettatore attraverso l’immediatezza della rappresentazione.
Questo è proprio il caso delle Troiane di Euripide, tragedia del 415 a. C in cui vengono presentate le conseguenze della guerra di Troia e, in particolar modo, le terribili sorti delle donne della città sconfitta, diventate prigioniere dei vincitori. Nel prologo della tragedia, Poseidone descrive la conclusione della guerra e comunica l’assegnazione delle prigioniere troiane e Atena dichiara la propria volontà di riservare un amaro ritorno ai Greci (responsabili di aver oltraggiato un tempio a lei dedicato). Nei primi due episodi della tragedia viene posto l’accento sull’assegnazione delle prigioniere (Cassandra andrà ad Agamennone, Polissena ad Achille, Andromaca a Neottolemo, Ecuba ad Odisseo) e sull’atroce destino che attende Astianatte (verrà violentemente ucciso per scongiurare un eventuale tentativo futuro di riconquistare il potere sulla città di Troia): queste terribili decisioni vengono comunicate dall’araldo Taltibio. Il terzo episodio è dominato da uno scontro tra Ecuba ed Elena alla presenza di Menelao, deciso a punire la moglie con la morte, ma poi dissuaso dalla stessa donna (che attribuisce la responsabilità a Paride e ad Afrodite). Nell’esodo vengono descritti i rituali funebri dedicati al piccolo Astianatte e l’incendio delle mura di Troia.
Andrea Chiodi (regia) e Angela Dematté (adattamento e traduzione), studiando e rielaborando la tragedia euripidea, giungono alla propria versione di Troiane: essi cercano di individuare un fil rouge che colleghi la drasticità e l’imprevedibilità degli eventi delle troiane all’incertezza del futuro che, ormai da due anni, domina le nostre vite a causa dell’emergenza sanitaria.
Sul palcoscenico non vediamo la città di Troia, bensì un tetro monolocale privo di pareti divisorie e costituito da elementi estremamente minimalisti: un tavolo stilizzato, una cucina a gas, un bagno a vista, un letto, un divano, un tavolino da caffè, un computer, un cavallo a dondolo (probabilmente simboleggiante il cavallo di Troia). Le scene (di Matteo Patrucco) sono dominate dal nero ed illuminate dalle calde luci di Cesare Agoni. I costumi (di Ilaria Ariemme) sono contemporanei e anch’essi dominati da colori scuri, sui toni del grigio e del nero.
La narrazione, pur seguendo l’originale greco, risulta mancante di parti essenziali dell’opera. Il prologo della tragedia viene eliminato e, con esso, anche la presenza delle divinità: l’intervento di Poseidone ed Atena sarebbe stato simbolo dell’odierna imprevedibilità del futuro, dato che nelle Troiane di Euripide l’azione degli dei ormai è distaccata dagli uomini e risulta volta unicamente al proprio interesse personale e non al senso di giustizia. La scena è privata anche della presenza di Menelao che, invece, risulta essere di fondamentale importanza nel litigio (tra Ecuba ed Elena) del III episodio: tale scontro viene sostituito da un discorso sulla bellezza (che richiama il giudizio di Paride e il ruolo svolto da Afrodite, dea della bellezza, nella relazione tra il Priamide ed Elena stessa) che Elena, in videochiamata, rivolge, molto probabilmente, ai propri haters (che sostituiscono Ecuba). Inoltre manca anche il coro, o perlomeno, dal punto di vista fisico: durante la rappresentazione, infatti, il fondale si illumina e diventa lo schermo di un computer punteggiato da numerosissime icone di donne che, da remoto, recitano la traduzione dei propri versi euripidei (ripresi e trascritti sia in italiano sia in greco antico sui margini dello schermo); questi improvvisi interventi, nonostante rappresentino l’importanza e il potere unificatore della tecnologia, risultano essere quasi distaccati dalla narrazione e non conferiscono appieno quel senso di condivisione che dovrebbe vigere tra le donne collegate telematicamente e quelle presenti sul palco. Questo spettacolo, inoltre, non è più caratterizzato dalla coralità che denotava le Troiane euripidee, ma si presenta come un insieme di monologhi separati l’uno dall’altro.
Elisabetta Pozzi interpreta Ecuba sottolineando ed esprimendo la forte intensità del personaggio che, sempre dominato da strazianti sofferenze, commenta e riversa su di sé, con grande dignità, tutte le sciagure che colpiscono le altre donne. Graziano Piazza interpreta magistralmente Taltibio e, servendosi di una delicata espressività, fa emergere, in modo estremamente naturale, il tipico alternarsi (da parte dell’araldo) di momenti di comprensione umana ad altri di assidua esecuzione degli ordini. Federica Fracassi è una Cassandra totalmente posseduta dalle proprie doti preveggenti ed emerge per la recitazione del coinvolgente imeneo. Francesca Porrini interpreta realisticamente un’Andromaca percossa da sempre nuovi dolori. Alessia Spinelli è una Elena rivoluzionaria, al passo coi tempi: è l’unico personaggio a maneggiare il computer e a rivolgersi direttamente al pubblico, includendolo nel discorso relativo alla bellezza.
Le Troiane di Euripide raccontano una storia che, nonostante sia antichissima, risulta essere attuale e che ci permette di riflettere sulle nostre vite, sulle nostre sofferenze e sulla situazione che stiamo vivendo. Il pubblico del Municipale applaude calorosamente la messinscena di Chiodi, dopo aver seguito ed essersi immedesimato nei singoli personaggi.