Recensioni - Teatro

Trento: esemplare Tennessee Williams per Leonardo Lidi

Riuscita messa in scena di La Gatta sul Tetto che Scotta

Al Teatro Sociale di Trento arriva La Gatta sul Tetto che Scotta, dramma familiare di Tennessee Williams, risalente alla metà degli anni cinquanta del novecento e riproposto in una nuova produzione del Teatro Stabile di Torino e del Teatro Stabile del Veneto.

La regia è affidata a Leonardo Lidi, coadiuvato dalle scene e luci di Nicolas Bovey e dai costumi di Aurora Damanti. Il giovane regista piacentino azzecca un’altra riuscita messa in scena simbolica di un grande classico. La lettura è evocativa e antinaturalistica. La pièce è strutturata su una scena unica, cosa tipica per la Broadway del tempo, e ricorda per certi versi la saga familiare di “Erano tutti miei figli” di Arthur Miller, anche se in questo caso si accentua la dimensione dei grandi proprietari terrieri tipica del sud degli Stati Uniti.

La scena rappresenta una stanza bianca senza porte, una specie di carcere mentale in cui i protagonisti sono imprigionati, oppressi dalle convenzioni sociali e dai loro sensi di colpa. La famiglia per Tennesse Williams è un campo di battaglia, una gretta espressione del capitalismo, un ring in cui si disputa per il potere e per il denaro. A Lidi interessano tuttavia più i risvolti psicologici e oppressivi della società americana chiusa e bigotta del secolo scorso.

I sensi di colpa del protagonista, Brick, il marito di Margaret, si materializzano con la presenza in scena del suo presunto amante omosessuale, ossessione costante, fonte di disperazione e ricordi dolorosi essendo lo stesso da poco deceduto. Un personaggio muto, incombente, un “convitato di pietra” non presente nel dramma ma che il regista decide di inserire e che è praticamente sempre in scena. Tutto ruota intorno al personaggio di Skipper, amico e compagno sportivo di Brick, presunto amante anche nei sospetti della moglie Margaret. Skipper morirà, ma non prima di esser stato sedotto dalla stessa Margaret, a cui voleva dimostrare la propria mascolinità.

La storia si rivela lentamente, ma tutto gira intorno alla presenza muta e inquietante di Skipper. Brick e Margaret non hanno figli, a differenza del fratello che vanta una prole notevole, che infesta la casa con urla e capricci. La lotta è per l’eredità del padre, malato terminale. Il patrimonio è l’ossessione di tutti, così come l’aderire alle convenzioni sociali. La famiglia si rivela essere un carcere: l’imposizione della fertilità, la normalità sessuale e affettiva, la buona amministrazione del denaro sono le regole in questa prigione psicologica.

Brick è l’anello debole della casa e si rifugia nell’alcolismo. Nel duro dialogo con il padre la verità viene a galla anche se ammantata della prurigine degli anni cinquanta. Sarà Margaret a prendere in mano la situazione, raccontando nel finale di essere incinta, di aspettare il tanto agognato erede. Ma è una menzogna, un espediente per farsi intestare l’eredità della tenuta.

Efficace, dura, pregnante la messa in scena. Tutto procede per simboli: la presenza di Skipper seminudo, il moltiplicarsi ossessivo delle bottiglie in una stanza vuota, lo specchio che è porta fisica e riflesso dell’anima, i palloncini che cadono dall’alto e che rappresentano la tristezza di un tran tran familiare asfittico, il temporale che sconvolge la famiglia e che viene messo in scena con due grossi ventilatori che letteralmente spazzano il palcoscenico, liberandolo da bottiglie e palloncini.

Al resto ci pensa il testo ancora attualissimo di Tennessee Williams, che Lidi decide di mantenere praticamente nella sua interezza, togliendo necessariamente alcuni dei figli e i servitori di colore, cosa che incide minimamente sulla fruizione contemporanea della storia.

Leonardo Lidi ha poi il merito non indifferente di aver scelto e addestrato un cast di tutto rispetto, che riesce a reggere con credibilità il dramma, anche in un contesto simbolico e senza riferimenti naturalistici.

A partire da Valentina Picello (Margaret), asciutta e credibile come Gatta. Grande prova per Fausto Cabra (Brick) nel dipingere la disperazione interiore di un personaggio alcolizzato. Nicola Pannelli (Papà, padre di Brick e Gooper), è credibile e perfetto, senza indulgere nella facile tentazione della macchietta irascibile. Completano perfettamente il cast Orietta Notari (Mamma, madre di Brick e Gooper), Giuliana Vigogna (Mae, moglie di Gooper), Giordano Agrusta (Gooper, fratello di Brick), Riccardo Micheletti (Skipper), Greta Petronillo (Bambina), Nicolò Tomassini (Reverendo).

Molti e convinti applausi nel finale.

Raffaello Malesci (Sabato 17 Gennaio 2026)