Recensioni - Teatro

Verona: al Teatro Romano, per l’Amleto di Davide Sacco, Montanari e Branciaroli hanno interpretato il finire in tragedia di un’antica ossessione

A inaugurare l’Estate Teatrale della città scaligera una rilettura della celebre opera shakespeariana che mette al centro i temi forti della psicanalisi

Il Teatro Romano di Verona ha ospitato il 4 e il 5 luglio, all’interno dello storico Festival Shakespeariano, la rilettura di Amleto firmata dal regista Davide Sacco.

Collocata all’interno della 76^ edizione dell’Estate Teatrale Veronese, da cinque anni firmata dal direttore artistico Carlo Mangolini, la produzione Ente Teatro Cronaca, LVF-Teatro Manini di Narni e Teatro Segreto, una coproduzione ETV, ha visto impegnati sul palco col ruolo di protagonisti Francesco Montanari, un Amleto sempre in movimento, sempre in azione, e Franco Branciaroli, che ha interpretato con voce e toni imperiali lo spettro del re Amleto-padre. Con loro, nei ruoli femminili Sara Bertelà e Caterina Tieghi, rispettivamente una Gertrude più materna che carica di ambiguità e un’eterea Ofelia; i panni dell’omicida zio Claudio sono stati vestiti da Francesco Acquaroli; Gennaro Di Biase, sigaretta in bocca e toni rock, ha dato vita a Polonio, padre-padrone di Ofelia e di un passionale e collerico Laerte (Raffaele Ausiello); nei ruoli dell’amico Orazio, di Rosencrantz e Guildenstern e poi dei simpatici becchini, Amedeo Carlo Capitanelli, Matteo Cecchi e Flavio Francucci.

Ad accogliere il pubblico, un allestimento in rosso e in nero creato da Luigi Sacco, con due ali di sedie in attesa dello spettacolo subito rovesciate al tuono della voce dello spettro di re Amleto. «Chi vive?», è la frase traducente il celebre «Who’s There?» che ha aperto il primo dei due atti in cui è stata suddivisa l’opera, nella drammaturgia di Davide Sacco. Branciaroli, indossato un lungo cappotto e sguainato un bastone-scettro, in alcune pose un po’ Freddy Krueger in altre più giudice-consigliere, ha governato da subito la scena e si è rivolto assillandolo a un Amleto sempre agitato e molto prostrato al suo cospetto, ormai in metamorfosi e condannato a divenire anche lui fantasma di se stesso, alla guida della sua Hamletmachine. «Come un ordine», è una frase che viene ripetuta più volte all’interno del copione, a inanellare l’ineluttabile catena degli eventi noti che verranno — e che si è pronti da quattrocento anni a rivedere accadere ancora e ancora, servisse una prova provata della potenza di un classico.

Lo spettro regnante sul palco parla di revenge, di una vendetta necessaria in nome di una giustizia che tuona, come gli effetti sonori che hanno fatto la loro apparizione in alcune scene. Altrove, le note cullanti create appositamente da Francesco Sarcina, frontman de Le Vibrazioni: i momenti più poetici sono stati accompagnati da un bel tema musicale ricorrente, inserito nel flusso di parole come un fiume che appare e scompare, a tratti un po’ bruscamente.

Claudio e Gertrude si sono affacciati su uno sfondo bianco abbracciati stretti, ricalcanti la celebre figura dei Baci Perugina — siamo a Verona, se servisse ricordarlo. Giusto dietro, un Adige che sa essere minaccioso e l’ha dimostrato di recente d’altronde.

I vestiti eleganti, neri, scelti per lo spettacolo (a cura di Annamaria Morelli) annunciano un fine festa di quelli venati di tristezza, post Gatsby. Siamo nella Danimarca degli anni Trenta (del Novecento occorrerà presto specificare, ma pare di non essere ancora pronti). Dalle note di regia, la Danimarca lasciata ferma e lo spostamento temporale in quel particolare decennio storico dovrebbero rendere di un plumbeo più vicino a noi l’orizzonte delle vicende narrate, ma la scelta di far muovere i personaggi su un terreno psicoanalitico non ha in realtà bisogno di altri accennati espedienti di contesto (la psicoanalisi è giunta dopo, il teatro è venuto molto prima, sempre a proposito di padri).

«Ci sono più bagliori nella notte che nell’evidenza del giorno», si recita in scena, e nei momenti che narrano l’irruzione della violenza e della pazzia le belle luci dirette da Luigi Della Monica diventano stroboscopiche, stranianti. Anche fischietti e trombette linguacciute di quelle da Carnevale annunciano cambi di rotta e di registro, svolte improvvise in cui il Bardo era maestro. Giustamente buffonesca la scena con i due becchini che preparano la fossa per Ofelia brontolando con piglio sindacale e marcati accenti regionali. Piace di meno l’inserto da Pooh, quando i personaggi “popolari” gridano più volte in coro e all’unisono: «Pensiero!».

L’atmosfera da cinema-da home cinema evocata a tratti sul palcoscenico traduce il discorso del teatro nel teatro messo in scena da Shakespeare nelle sue opere — in questa più di altre, tanto da renderla esorbitante nella sua costruzione. Il dialogo sugli attori e sull’arte teatrale si prende il suo spazio nella drammaturgia che come altre fa le sue scelte, ad esempio quella di centrare molto l’attenzione sul rapporto padre-figli e poi in particolare sul dramma di Ofelia. Il rapporto insano tra Amleto e Gertrude rimane sullo sfondo, messi in secondo piano le madri e i loro tradimenti.

La giovane innamorata resa pazza dal dolore appare a un certo punto vestita di bianco, intona una danza e un canto e poi morendo lascia di sé un involucro candido, un bozzolo che diventa bebè cullato da braccia amiche.

Interessanti anche il quadro in cui i personaggi si muovono a specchio, i loro gli stessi gesti prodotti all’unisono, e la scena in cui Polonio, un altro padre di quelli che sanno opprimere, fa venire in mente Scarface e Al Pacino — morirà colpito da uno sparo.

Il crescendo della carneficina nel finale viene risolto al contrario, ovvero con un rallenty e poi con una dissolvenza: prima che cadano come foglie i morti tutto si sfuma nel bianco e i personaggi diventano ombre.

Nell’equilibrio tragedia-commedia, un equilibrio governato da Shakespeare anche per mezzo dei tempi all’interno dei cinque atti che scrisse, forse qualche asse in più, o anche solo più sonoro, è stato spostato nello spettacolo a favore di quest’ultima. Guardando agli interpreti: Montanari, il suo un profondo sodalizio con Sacco, ha espresso con agio una narrazione molto movimentata, alle spalle una carriera eclettica costellata anche di diverse serie tv di successo dove l’agire la fa da padrone; Branciaroli non poteva certo deludere, ha capitanato il suo ruolo con la consueta classe.