Recensioni - Teatro

Vicenza: Poetica, malinconica, onirica Signora Dalloway

La riuscitissima versione teatrale del romanzo di Virginia Woolf firmata da Giancarlo Marinelli inaugura il 73° Ciclo di spettacoli classici al Teatro Olimpico

Con La signora Dalloway Virginia Woolf introduce un nuovo stile letterario che caratterizzerà i suoi ultimi quattro romanzi: la trama lascia sempre più spazio al monologo interiore dei personaggi, la forma narrativa diventa più elastica, spontanea, il realismo più frammentario. La penna dell’autrice non segue più una sola traccia alla volta, ma la sua attenzione si rivolge a tutti gli aspetti, esteriori ed interiori, che caratterizzano un preciso momento, come lei stessa peraltro illustrerà anni dopo in un suo saggio: “Mettiamo che all’angolo della strada siate passati accanto a due persone che parlavano. La chioma di un albero si è mossa…. La luce elettrica ha baluginato… il tono del discorso che quei due facevano era comico ma anche tragico. In quel momento sembrava essere contenuta un’intera visione, un’intera concezione”.

Per questo motivo la scelta di inaugurare il 73° Ciclo di spettacoli classici al Teatro Olimpico di Vicenza con una versione scenica della Signora Dalloway poteva sembrare una sfida ai limiti dell’impossibile, che invece per il Direttore artistico della rassegna Giancarlo Marinelli, qui in veste di regista e drammaturgo, ha significato un successo incondizionato.
Marinelli, che non è solo uomo di teatro ma è anche scrittore, scompone il romanzo e lo ricompone mantenendo una perfetta fluidità narrativa e regalando ai singoli personaggi qualche passaggio, qualche battuta in più che li arricchisce e li caratterizza maggiormente dal punto di vista teatrale. L’intreccio narrativo viene dipanato con quella grazia e con quella malinconica leggerezza che costituiscono l’anima del romanzo, partendo dai dialoghi principali, sui quali si incardina la drammaturgia, per poi espandersi nelle coinvolgenti e perfettamente orchestrate scene corali: quella iniziale del passaggio dell’autovettura, in cui il testo si rincorre da un personaggio all’altro e quella bellissima, toccante, profondamente intima dell’autobus, nella quale i singoli flussi di coscienza sembrano affastellarsi in un grande abbraccio collettivo.

Dal punto di vista registico la frammentarietà del romanzo viene gestita con taglio quasi cinematografico, con dialoghi incrociati, stacchi di luce, rapidi cambi di scena, impreziositi dalle proiezioni di Francesco Lopergolo che si sposano alla perfezione con la scenografia dello Scamozzi, creando momenti di grande potenza immaginifica.
Eccellente il cast, dominato dall’autorevole ed autoritaria Doris Santon di Ivana Monti, che nella riscrittura di Marinelli guadagna in umanità e profondità. Anna Galiena è una Clarissa Dalloway in cui inquietudine e leggerezza vivono in sottile equilibrio, affiancata dal solido Richard di Ruben Rigillo e da Fabio Sartor, estremamente convincente nel ruolo dell’anticonformista ed irrequieto Peter Walsh. Fabrizio Bordignon ha reso con grande credibilità il dramma mentale di Septimius cui ha fatto da contraltare la Lucrezia tratteggiata con dolcezza e devozione da Romina Mondello. Significative anche le prove di Andrea Cavatorta (Sir William Bradshow) e Giulia Pelliciari (Elisabeth).
Uno spettacolo toccante, poetico, a tratti onirico, salutato al termine da applausi tanto calorosi e reiterati che la loro eco in teatro forse non si è ancora del tutto spenta.