Recensioni - Opera

A Erl L’Olandese Volante plana sulle ali della tradizione

Accurata ma convenzionale la messa in scena di Josef E. Köpplinger

Per l’estate 2026 il Festival Tirolese di Erl si affida alla tradizione, proponendo una nuova messa in scena de L’Olandese Volante di Richard Wagner, all’interno dell’iconico Passionsspielhaus, un grande teatro costruito negli anni cinquanta del novecento per i quinquennali allestimenti della Passione di Cristo.

La regia è stata affidata a Josef E. Köpplinger, coadiuvato per la scena da Rainer Sinell e per i costumi da Birte Wallbaum. Data la particolare struttura del luogo, grande importanza ricoprono i video a cura di Meike Ebert, Raphael Kurig e Christian Gasteiger. Infine la drammaturgia è di Karin Bohnert.

Non avendo il Passionsspielhaus una buca dell’orchestra, il regista sceglie di inserire la stessa a centro palco, con diverse sezioni di fiati collocate sensibilmente più in alto dei legni, trombe e tromboni che si stagliano su pedane a diversi metri di altezza, così come le percussioni su un podio isolato a sinistra. Ne sortisce un colpo d’occhio accattivante, ma anche un amalgama orchestrale non propriamente ortodosso e che non riesce a trasformarsi in un punto a favore dello spettacolo.

La messa in scena è accurata, con i cantanti per lo più davanti all’orchestra e il coro e i figuranti che agiscono dietro e intorno. Il primo atto sviluppa le soluzioni migliori, con una scenografia che ripropone la tolda lignea di una nave, un grande albero maestro che scende dall’alto e le immagini del mare in tempesta che inondano il palcoscenico e parte della platea. La nave dell’Olandese, in stile fra il fiabesco e il naturalistico, arriva dal mare in quello che sembra uno sceneggiato didascalico. Il secondo atto si svolge in una sorta di fabbrica ottocentesca, dove il coro di fanciulle è costretto al lavoro su vecchie macchine per cucire, controllate dalla balia di Senta che si è trasformata in una arcigna sorvegliante. Il terzo atto ha poche variazioni, ritorna il video della nave e la festa viene risolta in modo convenzionale, con tavoli, sgabelli e sedie da birreria.

La regia si focalizza sul personaggio di Senta, che è presente a proscenio fin dall’overture e che aziona un proiettore, in schietto stile “steampunk”. Come a dire che tutto è una proiezione della mente di Senta, oppure un video che la ragazza divora ripetutamente. Dopo questo input iniziale però, il tutto si svolge in modo sostanzialmente classico e sulle ali della migliore convenzione operistica: lo spettacolo è in costume d’epoca, l’impianto sostanzialmente naturalistico con le immagini che descrivono e creano la scenografia, la disposizione scenica classica, la recitazione tradizionale per non dire scontata. Insomma L’Olandese di Josef E. Köpplinger plana senza scossoni, niente “Gewitter und Sturm aus fernem Meer” (temporale e tempesta dal mare lontano), ma una tranquilla messa in scena di repertorio, appena increspata dall’indubbio fascino scenografico del Passionsspielhaus, con la sua architettura lignea e brutalista al contempo.

Probabilmente le migliori intenzioni sono tutte presenti: il lavoro è preciso, professionale e accurato, ma, come usava dire Alfred Polgar, il grande critico viennese di inizio novecento, spesso quello che entra dalle quinte con le migliori intenzioni, non sempre esce dal palco alla stessa maniera, a dispetto di tutta la buona volontà. Ecco allora che questo Olandese Volante non va oltre l’onesto spettacolo, piacevole a tratti, ben fatto, ma anche scontato e noioso.

Il cast sembra subire la stessa “maledizione”. Dimostra infatti precisione e grande professionalità, ma manca di slancio e del piglio teatrale per far decollare pienamente la serata. Spicca l’Olandese di Christopher Maltman, dalla vocalità sontuosa, ma troppo sorvegliata e senza quell‘accento di luciferina teatralità che permette al personaggio di coinvolgere veramente l’uditorio. Scolastica la Senta di Nina Bezu, così come l’Erik di Jamez McCorkle. Bella linea di canto per il Daland di Gabor Bretz. Completano bene il cast: Shannon Keegan e Matthew Newlin.

Ascher Fisch dirige L’Orchestra e il coro dei Tiroler Festspiele Erl. La resa sonora è appropriata, ma risulta quanto mai singolare l’amalgama derivante dalla particolare disposizione dell’orchestra. Il direttore tiene insieme con professionalità il tutto, mentre il coro non sempre convince appieno.

Teatro praticamente esaurito e molti applausi nel finale.

Raffaello Malesci (Venerdì 17 Luglio 2026)