Recensioni - Opera

A Innsbruck una Butterfly in rosa

Regia iperbolica e smaccatamente contemporanea di Jasmina Hadžiahmetović

Si avvia a conclusione anche al Tiroler Landestheater di Innsbruck la stagione lirica, con una Madama Butterfly dal sapore assolutamente contemporaneo, ambientata in una sorta di attualità asiatica che permette di rileggere il dramma della geisha pucciniana in una visione sicuramente innovativa e controversa.

Jasmina Hadžiahmetović, giovane regista serba naturalizzata a Berlino, ne cura la regia, affiancata per la scena da Susanne Gschwender, per i costumi da Katia Bottegal, per i video da David Schuh e, infine, coadiuvata nella drammaturgia da Diana Merkel e Johanna Wildling.

Niente veli, chimoni e rarefatte atmosfere lunari sullo sfondo di un’idillica collina nei pressi di Nagasaki per la regista serba. Bensì una geisha contemporanea, in quello che potrebbe essere il Giappone di oggi, ma anche un qualsiasi paese del sud est asiatico, dove il mercimonio sessuale da parte dei ricchi occidentali è tutt’altro che un ricordo lontano. Di conseguenza la nostra Butterfly fa di tutto per compiacere il suo pretendente, un Pinkerton senza alcun accenno al suo ruolo di ufficiale di marina, tanto da farsi costruire una casetta che è la copia di un villino americano. Un ambiente candido, dove troviamo un grande letto rosa e una poltrona dello stesso colore, un giardinetto incantato, costellato di improbabili e infantili gonfiabili, e l’immancabile barbecue che serve per la grigliata festosa delle nozze. Il tutto ben organizzato su una pedana rotante, che permette agevolmente di mostrare i diversi scorci interni ed esterni della casa.

La stessa Butterfly cerca di ossequiare l’immaginario dello spasimante giungendo in parrucca bionda stile pin up e abito anni cinquanta, accompagnata da ligie damigelle vestite nello stesso modo. Gli invitati sono ovviamente chiassosi e modaioli, il matrimonio annega nel kitsch, fa l’occhiolino a Las Vegas, non manca la damigella che cerca di “soffiare” lo sposo a Butterfly. Il complesso diverte e ci fa vedere una versione coraggiosa e inusitata dell’eroina pucciniana.

Dopo la notte d’amore con Pinkerton, la seconda parte ci mostra una Butterfly abbandonata e disperata, che, toltasi la parrucca, rivela i suoi lunghi capelli neri, annodati in treccine infantili, e annega la disperazione in coca cola e alcool. Intorno alla casa il figlio del peccato si diverte con ossessivi giri in triciclo. Durante “Un bel dì vedremo” appaiono le immagini di Pinkerton, sorridente come in un ricordo lontano. Yamadori continua a regalarle peluche rosa che si accumulano sul letto ad ogni reiterato rifiuto. Il coro a bocca chiusa è vissuto come un sogno e l’intermezzo che collega secondo e terzo atto è costellato di personaggi con maschere neutre che inseguono Butterfly e le riempiono la casa, chiaro rimando alla pressione sociale a cui è sottoposta. Non c’è l’usuale compassione nel finale, Sharpless sembra partecipe ma è chiaramente una finzione; Kate Pinkerton non sente alcun rimorso, prova disgusto per la casa, rimprovera il marito e, imperturbabile, maneggia per ottenere il bambino. Il finale precipita verso la naturale conclusione, con Butterfly che si uccide all’interno della casa, arsa da un fuoco purificatore da lei stessa appiccato.

La regia e la visione drammaturgica sono coerenti e ben architettate, con molte buone idee e un sapiente uso della pedana rotante. La scena, ottimamente evocativa e simbolica, concorre all’esito complessivo. Butterfly è un titolo di grande repertorio, spesso sovrarappresentato. Bene dunque il tentativo di mostrare una versione innovativa, originale e controversa.

Molte le idee buone, a cominciare dalla trattazione azzeccata e originale dei personaggi secondari: Yamadori è un vecchietto vanesio, Goro un perfido accomodatore di prostitute, Kate Pinkerton una donna smaliziata e insensibile. La regia è accurata e precisa sia per la preparazione scenica dei cantanti, sia per le molte trovate simpatiche e accattivanti. Certo in una rilettura così spinta sul contemporaneo è inevitabile che qualcosa non funzioni: in primis la precoce apparizione del bambino, che non da nulla in più alla drammaturgia e rovina la sorpresa, ma nello stesso errore era anche caduto una vecchia volpe come Leo Nucci in una recente Butterfly al Teatro Comunale di Piacenza. Non sono mancati alcuni eccessi di connotazione, un certo timore dell’horror vacui: i video a volte ridondanti, come alcune controscene eccessive e distraenti.

Di seguito: trasformare Butterfly in una pinup con tanto di parruccona bionda, annulla l’innocenza del personaggio, i suoi quindici anni, ovvero “l’età dei giochi e dei confetti”. Questo cozza palesemente con il libretto di Puccini e rende complicata anche la resa credibile del personaggio del console. Di che cosa si dovrebbe infatti scandalizzare il povero Sharpless? A questo punto perché non spingersi a modificare anche qualche frase il libretto? Martin Kušej l’aveva fatto per la sua Tosca “nella neve” al Theater an der Wien nel 2022. Qui forse è mancato un po’ di coraggio in più.

Insomma, pur con qualche distinguo, lo spettacolo di Jasmina Hadžiahmetović è quello che si suol dire la compiuta espressione di un vero Regietheater, calibrato con attenzione, che, lungi dall’essere cerebrale, si segue con facilità e meraviglia, diverte, scandalizza il giusto e convince nell’insieme.

Professionale e di buon livello la compagnia di canto. Cristiana Oliveira è una Butterfly solida e corretta, tecnicamente irreprensibile, forse difetta di empatia nella resa del personaggio. Al suo fianco Adam Sánchez, Pinkerton: convince come resa vocale anche se con qualche forzatura negli acuti; il personaggio è spavaldo e gaglioffo, l’interprete anche in questo caso troppo prudente.

Ottimo Paolo Ingrasciotta come Sharpless. Il baritono italiano ha voce ben impostata sul fiato, sonora e piena in ogni registro. Fraseggia con abilità e canta in modo sublime sulla parola. Rende il personaggio con la giusta asciuttezza e accenti sentiti e ambigui.

Perfetta la Suzuki di Bernarda Klinar: il mezzosoprano croato interpreta al meglio le indicazioni registiche e regala un personaggio coerente e sfaccettato, supportato da una voce importante, usata con intelligenza e al servizio della parte.

Una menzione speciale va poi alla Kate Pinkerton di Federica Cassati. Pur nella piccola parte è risultata perfetta per interpretazione attoriale e presenza scenica: raramente ci è capitato di vedere una Kate Pinkerton così completa e efficace teatralmente. Il canto è stato sicuro e adeguato ad un personaggio che in questo caso non aveva nulla della svenevolezza e dei sensi di colpa solitamente attribuiti a questa figura, tutt’altro che secondaria nella drammaturgia pucciniana.

Completavano bene il cast: Jakob Nistler (Goro); Michael Gann (Yamadori); Oliver Sailer (Yakusidé / Il Commissario imperiale / L'Ufficiale del registro); Johannes Maria Wimmer (Bonzo); Anna Akhmeteli; Yejin Kang; Milo Jaindl.

Matthew Toogood dirigeva con piglio e gran spolvero sui fiati l’Orchestra Sinfonica del Tirolo.

Buon successo per tutti nel finale.

Raffaello Malesci (Venerdì 29 Maggio 2026)