Prima rappresentazione nei tempi moderni al Festival della Valle d’Itria
Fra le tappe del virtuale viaggio nel “Mediterraneo come culla del mito e crocevia di culture…” intrapreso da Silvia Colasanti, direttrice artistica del Festival della Valle d’Itria, non poteva mancare Napoli: città emblema dell’opera italiana nel Meridione e capitale del Mediterraneo dove nel 1672 Il schiavo di sua moglie di Francesco Provenzale andava in scena per la prima volta nella Real Sala del Regio Palazzo. Revisionata da Antonio Florio, insignito, peraltro, del premio “Bacco dei Borboni 2026”, l’opera vede la sua prima rappresentazione nei tempi moderni nel suggestivo atrio del Chiostro del Carmine a Martina Franca.
Il recupero di quest’opera, capolavoro di musica barocca, è tanto più prezioso se si pensa che è stato composto da uno dei più importanti musicisti napoletani, precursore della “scuola musicale napoletana”. Grazie a personali contatti con Francesco Cavalli, di cui curò l’adattamento delle opere veneziane per il circuito meridionale, Provenzale divenne presto Maestro nei più importanti Conservatori e della Cappella della Città di Napoli. Il prestigio fu tale da giustificare la commissione di un’opera celebrativa per l’arrivo in città del viceré spagnolo, il marchese D’Astorga.
L’opera è un crogiolo di arie e ariette, arie-lamento (peculiari della tradizione operistica veneziana), arie di battaglia, concertate, passacaglie, canzonette, villanelle: tutte di squisita fattura e piacevolissimo ascolto - dalle più lente e languide, alle più brillanti e briose - tessute insieme da recitativi complessi che, tuttavia, non mettono in difficoltà la maestria dei bravi interpreti, tutti artisti dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”. Ciascun personaggio ha almeno un’aria di grande respiro e non mancano quelle in napoletano - affidate ai soggetti di rango sociale basso- inserite nel libretto da Francesco Antonio Paolella per conferire un’impronta identitaria all’opera.
La “schiavitù” è elemento tematico nella trama dell’opera, una sorta di commedia ispirata al mito di Ercole e ambientata nel regno delle Amazzoni, in cui il mondo femminile rifiuta la dominazione maschile. Sconfitte in una tenzone bellica, le donne guerriere e i loro avversari, attraverso un gioco di travestimenti e intrecci amorosi, si ritrovano a essere schiavi dei disegni dell’Amore, travolti da passioni corrisposte e non, e della gelosia. Il tutto si svolge in un autentico “teatro dei sentimenti umani” rappresentato nelle sue forme comica e tragica, dove l’Amore trionfa sulla guerra, negandola anche attraverso il chiaro quanto attuale manifesto dichiarato in scena nel finale dalla regista Rita Cosentino: magliette bianche indossate dai protagonisti e riportanti la dicitura “No alla guerra”. Il messaggio assume i toni di un “grido” all’interno di una scena essenziale e vuota, definita sul fondo unicamente da un grande quadro di gusto seicentesco che raffigura una battaglia. I costumi e gli oggetti di scena, curati da Carla Galleri, risultano funzionali alla scena.
Nel cast, spicca Lilliana Zolotoukhina, una Menalippa che canta arie-lamento modellate sullo stile monteverdiano sfoggiando una straordinaria sensibilità musicale, come in Lasciatemi morir, stelle crudeli, per la cui interpretazione la brava interprete è inondata di sonori applausi. Dotata di solida tecnica, il soprano bielorusso-giapponese, dalla voce calda con tratti scuri, affronta ogni parte con perfetta modulazione di voce e accenti, come la stupenda e iniziale “messa di voce” modulata nell’aria Teseo ove sei. Eseguita altresì con gusto è l’aria Sei vinto, o mio core.
Tra le voci femminili si distingue anche Francesca Palitti (Ippolita) per chiarezza espressiva ed emissione vocale fluida, risultando particolarmente apprezzata in Speranze ravvivate per la dizione nitida.
Interessante è la voce di Angelo Testori che affronta le parti di Teseo con competenza tecnica e omogeneità vocale, sfoggiando una buona sensibilità musicale con canto limpido, dizione intelligibile, come in Vieni o bella e non temere e in Dolce incanto dell’occhio è la bellezza. Autorevole è la presenza scenica di Mauro Pedrero, un Ercole con voce poderosa e possente che coniuga morbidezza e potenza. Spicca Michele Galbiati (Timante) dalla voce limpida e agile, ben modulata. Brava Francesca Lo Verso che affronta la parte di Lucillo con agilità e dinamismo scenico uniti a una chiara e nitida vocalità da soprano. Presenza schietta e verace, quella di Valerio Ilardo, nei panni del giardiniere napoletano, che rende con genuinità espressiva colori e accenti delle canzonette e villanelle napoletane; con gli attrezzi del mestiere in mano intona con efficacia comunicativa La zappa lassammo e Me sento ‘na cosa. Non sfugge la presenza scenica e vocale di Candida Guida, una vecchia Melinta che con disinvolto canto invita le giovani donne a non perdere occasioni e a godere dei piaceri della vita. Si apprezza anche l’intervento di Chiara Scannapicco come Atreste.
Vivo successo per quest’opera che presenta non pochi elementi di contatto con la Commedia dell’Arte e con la “Commedeja pe mmuseca”, che a Napoli ebbe molta fortuna. Il pubblico del Festival 2026 l’ha accolta con caloroso entusiasmo e ricorrenti applausi grazie anche all’eccellente esecuzione dell’Orchestra della Cappella Neapolitana, mirabilmente diretta da Antonio Florio, salutato in terza e ultima replica con esultanti ovazioni in pausa tecnica e nel finale.
Giovanna Facilla