Recensioni - Opera

A Parma Daniel Oren demiurgo di Tosca

Il maestro israeliano protagonista del capolavoro pucciniano in scena al Teatro Regio

La Tosca di Daniel Oren. A Parma, in programma fino al prossimo 25 maggio, a sugello del cartellone della Stagione Lirica, il capolavoro pucciniano trova nella direzione del Maestro israeliano la sua chiave di volta, il grimaldello attraverso cui espugnarne la scrittura e stanarne una sorprendente cascata di preziosismi. Lì va cercata la regia, più che in una scena che vede riproporre l’allestimento firmato da Joseph Franconi Lee, con le scalinate di S. Andrea della Valle che, nell’ultimo atto, diventano quelle del patibolo di Cavaradossi, con la gigantografia di una Madonna che, all’incalzare degli eventi, lascia il posto ad un angelo vendicatore, volto d’eroe rinascimentale e spada sguainata, pronta a scendere sulla città. Niente di nuovo, dunque. Ma anche niente di forzato.

Una tela (quasi bianca), impreziosita dalla cura con cui, nel secondo atto, viene allestito l’appartamento di Scarpia a Palazzo Farnese, dal gioco di specchi che rende solenne il passaggio dei prelati al Te Deum, su cui Oren punteggia, affonda, suggerisce, incalza, pungolando la partitura come carne viva, chiedendo all’Orchestra, l’ottima Filarmonica Toscanini, di farsi voce, narrazione, ma anche commento multiprospettico al torbido intreccio di politica e passioni quale è la trama e, per esteso, la vita. Si sbraccia, mugola, eccede, da par suo, ma la sua è una lezione di teatro, di mestiere, di concretezza prestata ad un respiro mai lasciato cadere nella banale tenuta d’insieme. Un’esuberanza non scevra da qualche perplessità, soprattutto là dove la penna di Puccini si fa più visionaria e, mentre il conto alla rovescia degli istanti che mancano all’esecuzione e al suicidio, apre agli spazi aperti e disvela squarci di cangiante bellezza. Il canto del pastorello nella prima alba romana, che, con la sua disarmante semplicità, filosofeggia sul mondo, la struggente marcia che accompagna l’attesa di Tosca e che separa l’ingresso delle guardie dalla drammatica scoperta della verità. Punti cruciali del dramma, nei quali l’urgenza appassionata del Direttore finisce per debordare e, paradossalmente, nella scelta di stacchi di tempo un po’ spicci, togliere vigore drammatico, anziché acuirlo. La compagine lo segue, ne traduce prontamente le indicazioni, lascia che il Maestro ne estragga, dalle sezioni, voci e interventi come personaggi: le nere tinte dei contrabbassi, la livida inesorabilità dei corni (magnifici), il fremito di archi parlanti, allusivi, le sciabolate degli ottoni tutti.

Alla seconda recita, domenica, il Regio era una bomboniera in cui non un solo posto era rimasto vuoto. Come da tradizione, non si nega il bis, chiesto con furore, dell’immancabile “E lucevan le stelle”, cesellato da Fabio Sartori con pennino superbo. Il suo Cavaradossi, sin dall’inizio, era prova di preziosa raffinatezza, in perfetta intesa con la buca. Il manifesto poetico espresso in “Recondita armonia” trovava lo smalto svettante di acuti facili e rotondi, limati dalla patina greve di quella spavalderia gradassa che spesso accompagna il volterriano, e un’attenzione alla linea di frase, assecondata con convincente intimismo. E approdava, nella sua Parma, (già ascoltato e applaudito nella produzione scaligera di qualche anno fa), Luca Salsi, monumentale per scavo e per complessità. Un personaggio che condensa in sé l’anima dell’opera, ne dà la tinta – gli accordi che alzano il sipario altro non sono che la sua ombra incombente sulla città. Il perfetto controllo del mezzo vocale, in ogni suo minimo aspetto, il canto sulla parola, a rivelare gli accenti più segreti – la lezione verdiana ne ha fatto il miglior baritono oggi in circolazione - conferivano al suo Scarpia la torreggiante aura di una malvagia nobiltà. Galante e cinico, imperioso e, in quanto tale, certo dell’asimmetria del proprio ruolo, tanto da non aver bisogno di urlare. Quando muore, trafitto dal coltello con cui Tosca si sottrae al suo ricatto, lo fa con realismo quasi ipnotico. Ogni minimo cenno diventa ordine, il suo passo è lento, i gesti controllati, seppur compressi in una tensione che solo di fronte al desiderio di Tosca sembrano abbassare le guardie. Lei, la protagonista, trovava nell’interpretazione di Maria José Siri – giunta all’ultimo a rimpiazzare Anastasia Bartoli – una prova corretta ma non altrettanto convincente. Più matrona che sirena, diva senza il giusto fuoco, vocalità ineccepibile ma senza incanto. A corredo del cast, lo Spoletta di Marcello Nardis, l’Angelotti di Luciano Leoni e il Sagrestano di Roberto Abbondanza. Da segnalare il pastore, cantato fuori scena, della giovane Sofia Bucaram. Applausi trionfali a tutto il cast, a partire dal coro – istruito da Martino Faggiani – e dal coro di voci bianche preparato da Massimo Fiocchi Malaspina.