Recensioni - Opera

A Salisburgo Tre Sorelle di Peter Eötvös

Rigorosa messa in scena di Evgeny Titov per l’opera tratta da Anton Cechov

Il Festival di Salisburgo affronta tradizionalmente, accanto al grande repertorio, anche una programmazione di nicchia. Per il 2025 viene proposta sul palcoscenico della Felsenreitschule una nuova produzione di Tre Sorelle (Drei Schwestern), del compositore ungherese recentemente scomparso Peter Eötvös.

Il dramma in musica è tratto dall’omonima commedia di Anton Cechov. Il libretto è dello stesso Peter Eötvös in collaborazione con Claus H. Henneberg. L’opera non segue la trama già di per sé evanescente della commedia cechoviana, bensì riduce il tutto ad un prologo e a tre sequenze dedicate ai personaggi principali: Irina, Andrej e Masha. Per ogni sequenza la storia dovrebbe ripetersi uguale, ma vista con gli occhi dei singoli personaggi. Ne deriva una sorta di gioco ripetitivo, interessante sulla carta, ma non sempre pienamente a fuoco nella realizzazione. Infatti, se nelle prime due sequenze c’è il ripetersi di accadimenti riconoscibili, come l’incendio e il dottore che rompe la pendola di famiglia, nella terza sequenza tutto questo svanisce rendendo per il pubblico poco chiaro l’effetto complessivo. Ne consegue che la drammaturgia non prende il volo e appesantisce la fruizione dell’opera.

Peccato perché la musica ha una sua spazialità accattivante e riesce a creare un tappeto sonoro spiccatamente contemporaneo, esaltato dalla scelta azzeccata di affidare le parti delle tre sorelle a tre voci maschili: un controtenore, un sopranista e un altista. Inoltre l’uso di una doppia orchestra, una in buca e una dietro la scena, regala negli spazi della Felsenreitschule un turgore musicale dilatato e avvolgente, che sicuramente sarebbe piaciuto a Stanislavskij, il primo regista della commedia di Cechov, più che ossessionato dai suoni e dalle sonorità naturali nei suoi spettacoli.

La produzione salisburghese, ricca di mezzi, è affidata Evgeny Titov, coadiuvato per la bella scenografia da Rufus Didwiszus e per gli appropriati costumi da Emma Ryott. Alle luci Urs Schönebaum, alla regia sonora Paul Jeukendrup e alla drammaturgia Christian Arseni.

Evgeny Titov sceglie giustamente di rappresentare plasticamente il desolato e disperato paesaggio interiore delle tre sorelle, che anelerebbero vivere a Mosca, mentre finiscono per condurre un’esistenza inutile e infelice nella gretta provincia russa. La scena infatti rappresenta una massicciata ferroviaria distrutta, con binari divelti e macerie dappertutto. Per terra, arrugginito e piegato, un cartello con la scritta Mosca. La metafora è chiara: il treno per Mosca non passerà mai.

Per le tre sorelle la strada per la capitale, e di conseguenza per la felicità, è ormai inevitabilmente distrutta. Non mancano altre idee pertinenti, come la vecchia moribonda distesa in un letto fra le macerie; vecchia che però non muore mai e alla fine dell’opera si gode la torta lasciata intonsa dagli altri personaggi. Una figura molto cechoviana che richiama in parte il vecchio Firs del Giardino dei Ciliegi.

La regia è sempre attenta e ben condotta, in un continuo e sottile gioco fra realismo, grottesco e atteggiamenti da piccola borghesia. I costumi sono sempre pertinenti e spesso giustamente sopra le righe. Un ottimo lavoro che però non sempre riesce a riscattare una drammaturgia che ci è parsa lacunosa in partenza.

Maxime Pascal, a capo della Klangforum Wien Orchestra, dirige con precisione e competenza la complessa partitura, ottimamente coadiuvato da Alphonse Cemin, direttore dell’orchestra dietro le quinte.

Tutti ottimi sia scenicamente che vocalmente i numerosi interpreti: Dennis Orellana, Cameron Shahbazi, Aryeh Nussbaum Cohen, Kangmin Justin Kim, Mikołaj Trąbka, Ivan Ludlow, Jacques Imbrailo, Andrei Valentiy, Aleksander Teliga, Anthony Robin Schneider, Jörg Schneider, Seiyoung Kim, Kristofer Lundin.

Teatro quasi pieno con qualche defezione tradizionalista durante lo spettacolo.

Buon successo nel finale.

Raffaello Malesci (Giovedì 21 Agosto 2025)