Recensioni - Opera

A Torino una Tosca capovolta

Regia, scene e costumi di Stefano Poda

Una Tosca capovolta (già dalla copertina del programma di sala) è quella che presentava Stefano Poda al Regio di Torino, quello che possiamo forse definire il suo teatro d’elezione, considerato il numero ed il livello di produzioni realizzate per questo spazio che sembrerebbe ispirare una migliore nonché più coerente espressione alla sua peculiare cifra stilistica.

L’aggettivo ‘rovesciata’ già da solo dovrebbe suggerire un approccio all’amata partitura pucciniana (da sempre talmente legata a Roma ed a quel particolare momento storico che diventa quasi impossibile spesso immaginarla in altri contesti) concentrato non su una sua didascalica narrazione ma piuttosto su una proiezione che tende a universalizzarne le tematiche di base. Invano cercheremo infatti in questa produzione un qualche anche minimo rimando visivo al libretto di Illica e Giacosa ed alla Roma descritta da Sardou, ma ne percepiremo altresì lo spirito fin dalle prime battute, e ciò farà la differenza.

Una marmorea cripta della memoria, solcata da diversificate venature, domina lo spazio scenico immergendoci immediatamente in un universo altro, dove diversificati ologrammi visualizzano i simulacri della Roma classica (mutanti a seconda della narrazione) che, imprigionati in bacheche di cristallo, vanno a definire i parametri di una narrazione che da quella memoria archetipica sembra snodarsi attraverso una carrellata dei suoi simboli più noti quasi ad evidenziarne l’immagine sacrale/ museale: le Madonne delle processioni devozionali sostituiscono così le navate di Sant’Andrea della Valle mentre saranno i Papi a punteggiare il Te Deum assimilando Fede e Potere in un significativo accostamento.

Con l’ingresso di Scarpia il clima muta però repentinamente (così come in orchestra) ed il palcoscenico si sdoppia rivelando ciò che sotto quel potere dorato si cela andando a svelare le torture dell’Inquisizione. Difficile riuscire a trasmettere le mille suggestioni (più o meno felici) dalle quali la pièce è attraversata, ma resta tangibile la grande volontà da parte del regista di voler comunicare l’essenza universale della partitura capovolgendone l’immagine classica (molto intenso il quadro in cui ad inizio III Atto il pastorello, entrato in scena indossando un’armatura se ne spoglia poi gradatamente, restando quasi sbigottito di fronte all’inesorabile marciare della storia) ma mantenendone la potente forza espressiva, operazione questa non così facile. Intrappolando il pubblico con continui giochi visivi che ne ribaltano le aspettative (complici gli sfolgoranti costumi come sempre da lui ideati insieme all’impianto scenografico) Poda non si discosta però mai dal messaggio di fondo, riuscendo ad inserire in questa fascinazione una coerenza drammaturgica costante come nel finale che vedrà Tosca non gettarsi da un inesistente Castel Sant’Angelo ma assorbita da una luce quasi sovrannaturale che sembra quasi consegnarla al mito. Certo in questo tipo di produzione il rischio di sovrapposizione concettuale è dietro l’angolo, ma in questo particolare caso ogni pur paradossale proposta trovava una sua risposta (se non giustificazione) in orchestra e questo bastava a definirne l’essenza.

Chiara Isotton tratteggia una protagonista 'tempestosa' sia per l’ampia e rotonda vocalità sia per un uso della parola scolpito e tagliente che ci consegna un profilo di donna sopra le righe, dominato da una personalità non abituata a subire ma a prendere il controllo delle situazioni ("Agil qual leopardo”). In sinergica comunione con il suo strumento la brava artista ben definisce il dramma della giovane donna allo scontrarsi con la spietata logica della violenza giustificata dal potere che neanche la sua ferma determinazione può o riesce a dominare. Una Tosca certo diversa da quella imposta per decenni da una certa convenzione interpretativa ma forse più tagliente e contemporanea che trova nella vocalità dell’artista rotonda, ricca di armonici e dall’estensione sicura (una 'lama' di nome e di fatto), e in un accento sempre dominato da l’espressione, i suoi punti di forza.

Scolpito con sofisticata teatralità, lo Scarpia delineato da Roberto Frontali non intimorisce per l’imponenza della sua vocalità ma per la sua naturale attitudine al male. Servo del potere a cui ciecamente obbedisce, il suo personaggio non tradisce mai emozione ma sembra anzi naturalmente immergersi in ogni sua efferatezza. Attraverso un totale dominio della parola e dell’accento ed in stretto contatto con una vocalità sensibile e cesellata, il suo personaggio non ha necessità così di altro per creare l’impalpabile terrore che lo caratterizza.

Monocorde e cementato su di un’interpretazione esclusivamente vocale Martin Muehle convinceva assai poco quale Cavaradossi se non per la professionalità della sua prestazione. Completavano il cast: Matteo Torcaso (Il sagrestano), Cristiano Olivieri (Spoletta), Igor Durlovski (Angelotti), Eduardo Martìnez (Sciarrone) e Lorenzo Battagion (Un carceriere). Ottimo il pastorello assai ben interpretato (anche scenicamente) da Jacopo Gallo.

Corretto il Coro del teatro Regio e quello di voci bianche rispettivamente diretti da Gea Garatti Ansini e Claudio Fenoglio.

Andrea Battistoni alla guida dell’orchestra del Regio dava una lettura dell’opera fremente ed assai teatrale, mostrandosi in completa connessione con questa visione più oscura e certo poco convenzionale del lavoro pucciniano.

Sala gremita ed applausi per tutti gli interpreti ed il Direttore.

Torino,14/06/2026