Recensioni - Opera

A Verona Aida con la coppia Maria Josè Siri e Gregory Kunde

L'allestimento è quello di Stefano Poda. Dirige Daniel Oren

A Verona torna l'Aida di cristallo, l'allestimento andato in scena per la prima volta tre anni fa con regia, scene, costumi, luci, coreografia di Stefano Poda (assistito da Paolo Giani Cei).

Una produzione mastodontica, di forte impatto, dove Poda ha saputo sfruttare ogni singolo spazio dell'arena. L'Aida del regista è di taglio futurista, ricca di simbologie, dove il moderno e l'antico dialogano sapientemente, creando un'atmosfera veramente affascinante. Al centro della scena una pedana trasparente dominata da una mano gigantesca in movimento, praticamente una metafora dell'umanità capace di gestire i propri destini, con il fantasma della guerra presente con i carri armati sugli spalti, perché in fondo questo succede nella storia di questi due popoli in conflitto. Il trionfo del secondo atto è pomposo, ricco di luci luminose e di coreografie rifinite (coordinatore del ballo Gaetano Petrosino), l’invocazione del tempio è caratterizzata da un grande pallone aerostatico che sale in aria, il finale più sobrio, quasi scarno e delicato, con la piramide bianca simbolo di purezza. Bellissimi i costumi dalle tinte nere, bianche, rosse e le maschere egiziane.

Sul podio a dirigere l'Orchestra della Fondazione Arena di Verona, il maestro Daniel Oren, presenza fissa del festival. Una concertazione di routine, ma impeccabile, tesa a valorizzare sia le parti più concitate con ritmi serrati e incisivi, sia quelle più liriche dove emerge delicatezza e nostalgia, senza perdere di vista le voci in uno spettacolo comunque caotico, non facile da gestire. Maestoso e preciso il coro diretto con cura dal maestro Roberto Gabbiani.

Aida era Maria José Siri. Il soprano uruguaiano oramai è una beniamina in Arena, come ha confermato in questa recita. La voce scorre sicura, omogenea in tutti i registri, gli acuti sono solidi, come curate sono le mezze voci e il personaggio emerge sempre con il giusto vigore. Pregevole in "Ritorna vincitor", intensa nella romanza "O cieli azzurri", sempre convincente nei duetti.

Non ci sono più parole per descrivere Gregory Kunde, il tenore americano con le sue bellissime settantadue primavere continua a stupirci per la passione interpretativa e la grande professionalità. Il suo è un Radamès sorvegliato, sempre dosato con gusto e intelligenza sin dall'iniziale "Celeste Aida". Lo squillo è ancora potente come dimostra nella tagliente frase "Sacerdote io resto a te".

Alisa Kolosova è un’ottima Amneris. Voce ampia, corposa, ambrata, ricca di armonici che risuona potente e senza esitazioni nei cambi di registro e nella puntatura dell'anatema. Scenicamente molto brava a tratteggiare sia la rabbia, che la gelosia, senza tralasciare la disperata invocazione di pace nel finale.

Amonasro trova in Amartuvshin Enkhbat l'interprete ideale. Il baritono oramai è una grande certezza nel repertorio verdiano, dove mette in mostra una voce estesa, morbida, sempre ben timbrata che ci restituisce la dignità di un re e il desiderio di vendetta di un padre.

Ottimo il Ramfis ieratico dalla cavata profonda e pastosa di Simon Lim, sempre a fuoco il Re del bravo Abramo Rosalen. Completavano il cast il pregevole messaggero di Carlo Bosi e la squillante sacerdotessa di Francesca Maionchi.

Grande successo sia durante la recita, che nel finale, con applausi calorosi per Siri, Kunde, Enkhbat.

Arena con molti spazi vuoti, quasi un segnale di una programmazione che mostra segni di staticità e che meriterebbe qualche nuovo titolo.

Marco Sonaglia (Arena di Verona-2 luglio 2026)