A Venezia spica la bella direzione di Markus Stenz per l’opera wagneriana
Dopo il debutto romano arriva anche alla Fenice di Venezia Lohengrin, opera romantica di Richard Wagner, diretta da Markus Stenz e firmata per la regia da Damiano Michieletto.
Il regista veneto rinnova la compagine dei suoi storici collaboratori, affidando le scene a Paolo Fantin e i costumi a Carla Teti, a cui si aggiungono Alessandro Carletti alle luci e Mattia Palma alla drammaturgia.
La scena è delimitata da un anfiteatro ligneo di forma ovale, vuoto, lineare; all’interno del quale si muovono i personaggi, sobri, caratterizzati solo da pochi elementi iconici: i lunghi capelli di Elsa, le medaglie e il bastone per il Re, il nero per Ortrud, il bianco per Lohengrin. Anche il coro è una massa indefinita, di colore uniforme, uno spettatore insomma. L’azione si svolge intorno a pochi e reiterati elementi simbolici: l’uovo, l’acqua, una vasca che sembra un altare, una piccola bara bianca, liquidi scuri e materici che ricoprono gli oggetti. Nient’altro, il vuoto incombe lasciando spazio a giochi di luci suggestivi quanto antinaturalistici.
L’uovo, elemento simbolo, cala spesso dall’alto. Nel secondo atto una foresta di uova, pianeti sospesi e fluttuanti, creano ambientazioni suggestive, precise, estetizzanti, di grande perizia teatrale. A volte poi l’uovo è racchiuso in una bacheca che sembra un’incubatrice, in altre scene viene ricoperto di liquido nero o argentato. Nella vasca-altare piena d’acqua si intende essere stato annegato il fratello di Elsa - come non pensare a Parsifal? – mentre il cigno altro non è che una bara bianca che si scopre, una volta aperta, ricolma di candide piume.
La simbologia è ricca, stagliandosi iconica in una scena sostanzialmente vuota, ma non sempre di facile e chiara interpretazione. Lo spettacolo è accurato, preciso, meditato. I movimenti degli interpreti sono sobri, calibrati, a tratti ieratici, tutto è contenuto nell’alveo di una sorta di sacra rappresentazione di composta lentezza.
Michieletto propone una messa in scena sostanzialmente estetizzante, a tratti patinata, intrisa di una teatralità precisa e di effetti suggestivi, anche se non sempre originali. Alcune scene sono sublimi, come il duello nel finale del primo atto, costruito come una arcaica prova di resistenza in cui Telramund e Lohengrin devono resistere ad un liquido argenteo che cola da una sorta di grossa stalattite scesa dall’alto, evidente simbolo fallico e di fertilità. In altri passaggi della lunga opera invece si scade in soluzioni scontate e già viste. La disposizione del coro non sempre è originale. Sostanzialmente banale il grande coro del secondo atto, risolto a proscenio con tutti muniti di lance nella miglior tradizione della classicità wagneriana del secolo scorso. Anche i cerchi luminosi concentrici, che incombono sopra gli interpreti nel terzo atto, sono stati visti più volte.
La simbologia legata all’uovo rimane spesso oscura e poco intelleggibile, potendo richiamare la nascita, l’amore, l’assoluto a seconda delle sensibilità personali. La visione più chiara che ci consegna la regia è nel finale, quando Elsa, decisa a conoscere il nome segreto del suo salvatore, rompe l’uovo calato dall’alto, accede al segreto e rimane per questo, come il coro, cieca, con gli occhi velati di nero. Si tratta di un richiamo ai riti misterici, per cui si sottintende che la verità, ovvero per Elsa la conoscenza della verità, è irraggiungibile, intangibile. Impossibile non pensare alle considerazioni sul tragico di Friederich Nietzsche, o ai riti furibondi e sconsiderati delle Baccanti di Euripide.
Dal punto di vista musicale un plauso assoluto va alla direzione magnetica e di stampo schiettamente romantico di Markus Stenz, che riesce a ricavare dall’Orchestra della Fenice sonorità splendide, in profondo e intimo connubio con le voci in palco. Superlativo il coro del Teatro La Fenice, diretto da Alfonso Caiani, insieme al Hungarian National Male Choir, diretto da Richárd Riederauer.
Ottima nell’insieme la compagnia di canto. Brian Jagde (Lohengrin) ha il pregio di affrontare l‘impervia parte da Heldentenor con voce piena, maschia e timbrata. Gli acuti sono squillanti, spavaldi e sicuri. In questo senso ha convinto nell’insieme, al netto di un fraseggio e di una dizione tedesca che necessitano di miglioramento.
Al suo fianco Dorothea Herbert staglia una Elsa sicura e volitiva, la cui voce supera di un balzo le ampie volute dell‘orchestra wagneriana. Claudio Otelli delinea un Telramund teso, drammatico ed efficace, al suo fianco Chiara Mogini, come Ortrud, sfoggia acuti di svettante potenza e un’ottima interpretazione del malvagio personaggio.
Splendida prova per Anthony Robin Schneider come Enrico l’Uccellatore. Gran voce da basso, potente e modulata, Schneider domina senza sforzo tutto il primo atto dell’opera. Ottimo anche Äneas Humm come araldo del Re.
Completano il cast con grande professionalità: Orlando Polidoro, Nicola Pamio, Paolo Gatti, Arturo Espinosa, Elisa Savino, Lucia Raicevich, Claudia De Pian, Mariateresa Bonera.
Teatro pieno e caloroso successo nel finale.
Raffaello Malesci (Mercoledì 15 Aprile 2026)