Recensioni - Opera

Al Teatro Regio di Parma si abbraccia l’arrivo della primavera con una spettacolare prima della pucciniana Manon Lescaut

Ottimo successo di pubblico

Il pubblico ha la possibilità di assistere a distanza di poco più di vent’anni (l’ultima volta fu nel dicembre 2005 e nei panni della protagonista vi era la compianta Daniela Dessì), a quello che rappresenta uno dei diversi capolavori del celebre Maestro toscano ed esce entusiasta dal teatro. In effetti, la Manon parmigiana è paragonabile ad un mosaico formato da tante tessere, inserite tutte al posto giusto.

Nuovo è l’allestimento in coproduzione con Festival Puccini, Teatro Petruzzelli di Bari, Teatro Nazionale dell’Opera di Bucarest, Teatro Nazionale Croato di Fiume. Ad occuparsi di regia, scene, costumi e luci Massimo Pizzi Gasparon Contarini. Le coreografie sono di Gheorghe Iancu, riprese da Letizia Giuliani. L’orchestra è la Filarmonica di Parma, Maestro del Coro del Regio Martino Faggiani. Balletto di Venezia.

Si leva il sipario e sul palcoscenico risaltano agli occhi degli spettatori le tante presenze che lo occupano. I costumi tipici di un’epoca passata, ben colorati, contraddistinguono i coristi, al centro vi è una grande scultura bianca all’apparenza in pietra sulla cui sommità figurano le statue di due ballerini immortalati durante un passo di danza. Nella parte bassa della stessa ecco una sorta di trono dalla forma simile ad una conchiglia; in fondo è proiettata (e si scorge ben lontana) la cattedrale di Notre Dame de Paris. Il cielo è sereno, ma quando Renato Des Grieux canta l’aria “Donna non vidi mai simile a questa!” appaiono cupe nubi che oscurano del tutto la cattedrale.

Nel secondo atto la scultura rotea tramutandosi in un letto matrimoniale dalle candide lenzuola bianche, pieno di cuscini, sul quale una superba Manon si specchia assistita e riverita dalla servitù. Siamo all’interno di una delle stanze del palazzo dove la donna vive. La scenografia è completata dalla proiezione di un porticato costituito da colonne poste a destra e sinistra, al vertice di ciascuna di esse campeggia una statua. Al centro lo spazio che conduce all’aperto (al primo sguardo la costruzione pare una versione meno sofisticata del Ponte Monumentale di Genova). Posto centralmente in alto infine, lo stemma della nobile famiglia di Geronte di Ravoir. Quando Des Grieux irrompe in casa di Manon, ancora una volta il sereno scompare e le nubi celano tutto quanto costituisce l’ambiente circostante. Ormai è evidente che si tratta di un richiamo divino: l’unione tra i due giovani non sarà felice, bensì foriera di morte.

Terzo atto. Splende la luna e le donne condannate, come fossero animali feroci, sono chiuse nelle gabbie sistemate all’estrema destra e sinistra dal punto di vista del pubblico in sala. I lampioni emettono una fioca luce, vien proiettato il mare con le sue onde mosse e una nave che si avvicina sempre più, fino ad approdare a pochi passi da un concreto ponticello in legno che sarà attraversato dalle disgraziate prima di salire a bordo dell’imbarcazione. Il cielo è ancora nuvoloso, l’arrivo dell’alba spazza però via il buio e un dolce chiarore rossastro accompagna la speranza esaudita di Des Grieux di seguire Manon in esilio in America. L’atto si conclude e, mentre gli addetti smontano celermente e silenziosamente le gabbie, si visualizza la partenza della nave che vola verso lidi lontani. L’Intermezzo strumentale è un momento toccante e commovente. Merito della musica, certo, ma anche del passo di danza che due bravissimi e giovani ballerini portano sul palcoscenico.

Nel quarto ed ultimo atto spazio al deserto, i colori della desolante palude sabbiosa e inospitale, che è figura della totale solitudine che i due amanti stanno sperimentando, sembrano fondersi con quelli del cielo. Manon è debole, Des Grieux la lascia per pochi istanti perlustrando la zona. Ella allora canta la straziante aria “Sola, perduta, abbandonata” mentre si fa notte. Una notte oscura che avvolgerà l’animo del suo uomo quando vedrà morire, tra le sue braccia, qualche attimo dopo, la cara e sfortunata compagna.

Il cast. Il Maestro Francesco Ivan Ciampa dirige con personalità e padronanza un’orchestra che “collabora” con gli artisti sul palco, accompagnandoli senza mai voler prevalere su di essi. Ciampa sembra provare in prima persona le forti emozioni che la partitura lunga e complessa procura e, con gesti perentori rivolti a cantanti e strumentisti, che offrono tutti una prestazione fondamentalmente intrisa di energia e brillantezza, ne esalta ogni singolo passo.

Il soprano Anastasia Bartoli, al lodevole debutto nell’impegnativo ruolo di Manon, piace e convince. Figlia d’arte (sua madre è Cecilia Gasdia), presenta una vocalità carnosa, che spazia agile dalle note più gravi alle acute. Tecnica e cuore sono le basi della sua performance. L’artista si dimostra adeguata anche sul piano recitativo: la spocchiosa antipatica e ben vestita nobildonna dall’acconciatura perfetta dei primi due atti sa mutarsi, trasformata dai nefasti eventi, in una fanciulla trasandata, spaventata e degna di compassione.

Renato Des Grieux è interpretato da Luciano Ganci. Il tenore, sempre all’altezza della situazione, offre la consueta voce squillante e spavalda che sa adeguarsi ai momenti in cui il canto deve essere dolce e sentito (“Donna non vidi mai”), o animato da cocente disperazione e insopprimibile passione (“No! Pazzo son! Guardate”). Ganci mette in scena un personaggio portato dall’amore ad una completa maturazione caratteriale: il giovane studente rubacuori che si avvicina a Manon spinto da Edmondo si trasforma infatti nel prototipo di un impavido eroe pronto a rinunciare alla bella vita e ad andare incontro all’ignoto e alla morte, pur di non abbandonare la sua lei.

Il bravo baritono Alessandro Luongo, con una voce gradevole e ben dosata, indossa le vesti di Lescaut. Un personaggio emotivamente coinvolto dalle vicende, comprensivo nei confronti della sorella e disposto a tanto pur di evitarle un atroce destino. Egli è capace di cedere in breve a momenti di pura goliardia (quando gioca a carte con gli studenti e beve vino), ma dimostra anche di possedere tanta saggezza (rasserenando Geronte che vorrebbe inseguire all’istante Manon fuggita con Des Grieux).

Il basso Andrea Concetti mostra una voce poliedrica, oscura e grave, che non cela sfaccettature ironiche se necessario (“Di sedur la sorellina è il momento!”), e presenta con successo Geronte di Ravoir, nobile e autoritario, convinto che si possa conquistare una donna, peraltro assai più giovane, facendole dono di tanta ricchezza. Un piano che, almeno inizialmente, pare aver colto nel segno.

Le madrigaliste Alessandra Maniccia, Giulia Gabrielli, Giulia Zaniboni, Lorelay Solis, Ewa Maria Lusnia, Laura Rivolta, Maria Vittoria Primavera e Gloria Petrini regalano una fase di freschezza e vitalità. A completare il cast: Davide Tuscano (un buonissimo Edmondo), Saverio Fiore nelle vesti de Un lampionaio e de Il maestro di ballo, Arlene Miatto Albeldas, allieva dell’Accademia Verdiana (Un musico), Eugenio Maria Degiacomi (Un oste/Il comandante di Marina), Cesare Lana (Il sergente degli Arcieri).