Recensioni - Opera

All’Olimpico lo Zauberflöte favolistico di Fischer convince a metà

Al Vicenza al Vicenza Opera Festival l’ultima opera mozartiana in una brillante resa musicale ma non del tutto a fuoco nella regia.

Ultimo lavoro per il teatro, composto in parallelo alla Clemenza di Tito, Die Zauberflöte di Wofgang Amadeus è una favola rivolta ad un pubblico popolare. Il singspiel -rappresentazione in cui convivono parti recitate a parti musicate- debuttò infatti al Theater auf der Wieden di Vienna, un teatro frequentato dalla gente comune che quindi si aspettava spettacoli semplici e divertenti. Mozart ed il librettista Emmanuel Schickander tuttavia non si limitarono al racconto di una semplice fiaba, ma, ricorrendo ad una simbologia legata alla massoneria, fecero dell’opera un percorso iniziatico finalizzato al raggiungimento della felicità e della saggezza. Ed è proprio tra queste due componenti, ovvero quella favolistica e quella simbolico-massonica, che da sempre si dibattono i registi che affrontano questa partitura.

Iván Fischer, non solo concertatore ma anche regista dello spettacolo che ha debuttato al Teatro Olimpico di Vicenza in occasione del Vicenza Opera Festival 2026 organizzato dalla Società del Quartetto, ha optato per l’aspetto favolistico: il fondale dell’Olimpico è stato trasformato in uno schermo per videoproiezioni sul quale scorrevano pagine con disegni che riproducevano quanto stava accadendo sulla scena, come una sorta di grande libro per bambini, mentre i cantanti agivano in modo estremamente prevedibile e convenzionale. Il risultato è stato nel complesso abbastanza modesto: i video di Sergio Metelli, che illuminavano frontalmente la scena, appiattivano qualunque cosa, impedendo una qualsivoglia tridimensionalità -molto sacrificato il progetto luci di Andrea Tocchio- e quindi rendendo il tutto abbastanza monotono e ripetitivo. Eclettici, ai limiti della casualità, i costumi di Györgyi Szacács: se quelli di Papageno e della Regina della notte corrispondevano alla più classica delle iconografie, Monostatos era presentato come un moderno palestrato tatuato con occhiali a specchio, mentre coro, sacerdoti e le tre dame vestivano generiche tuniche. In sostanza uno spettacolo che se dal punto di vista interpretativo è apparso rinunciatario, non ha convinto completamente neanche sul versante meramente illustrativo.

Dal punto di vista musicale Fischer ha dipanato il racconto -interamente a memoria!-  in modo estremamente lineare, quasi cartesiano, staccando tempi a volte sostenuti che raramente indugiavano in abbandoni lirici o momenti favolistici, eppure tutto appariva spontaneo e naturale, complici anche una Budapest Festival Orchestra in stato di grazia per ricchezza di colori e di dinamiche ed un Iván Fischer Opera Company Choir straordinario per compattezza e bellezza del suono.

Il cast era dominato dalla presenza Markus Werba: attualmente il Papageno di riferimento per pienezza del timbro, musicalità e spontaneità nella resa del personaggio. Al suo fianco l’eccellente Regina della notte di Alina Wunderlin, dalla voce rigogliosa e duttilissima nelle agilità ed eccellente fraseggiatrice nell’aria “O Zittre nich”. Franz Josef Selig, ad onta di qualche ruvidezza all’inizio, è stato un Sarastro autorevole, mentre, per quanto riguarda la coppia di innamorati, la Pamina lirica di Samantha Gaul ha convinto maggiormente rispetto al Tamino dal solido registro centrale ma non sempre a fuoco nell’acuto di Julian Prégardien. Funzionale il Monostatos di Stuart Patterson ed equilibrate le tre dame di Mirella Hagen, Olivia Vermeulen e Marie Seidler. Ottime le tre voci bianche dei solisti del St. Florianer Sängerknaben.

Al termine successo trionfale decretato da un Teatro Olimpico sold out già da alcuni mesi.