La stagione operistica dell'Arena procede serrata e ritroviamo il Nabucco che ha debuttato lo scorso anno
Regia, scene, costumi, luci, coreografia di Stefano Poda, sempre coadiuvato da Paolo Giani Cei. Uno spettacolo sontuoso, postmoderno, creato per gli ampi spazi dell'Anfiteatro. Poda non si risparmia e riesce a catturare l'attenzione con abbondanza di comparse (tantissimi guerrieri che combattono come nella scherma, le gabbie-prigioni con gli ebrei) e di effetti speciali che conquistano il pubblico. La scena è dominata da una mastodontica clessidra trasparente con la scritta Vanitas dalla quale scende una lunghissima scala dove verranno proiettate alcune installazioni. A destra e sinistra del palco due emisferi che nel finale formeranno un globo. Curatissime le coreografie (coordinatore del ballo Gaetano Petrosino) impreziosite dalle luci e dai ricercati costumi che caratterizzano così bene i due popoli (gli ebrei con tinte senape, nere e ocra, i babilonesi fluorescenti di viola e argento). Anche qua c'è il richiamo alla guerra con il missile costruito durante la sinfonia e che esploderà quando Nabucco si autoproclama dio.
Il maestro Michele Spotti (tra le bacchette più giovani e interessanti dell'attuale panorama) dirige con piglio sicuro l'orchestra della fondazione Arena di Verona. Una lettura sanguigna, con tempi frenetici, tesa a mettere in risalto tutto l'ardore risorgimentale del primo Verdi sin dall'ouverture, senza tralasciare però le oasi più liriche (accompagnate con finezza) e il controllo delle voci sul palcoscenico.
Ruolo importante per il coro diretto da Roberto Gabbiani che nei vari momenti a disposizione brilla per potenza e omogeneità. C'è il furore nell' iniziale "Gli arredi festivi", c'è il dolore nel "Va, pensiero" (con tanto di bis, seguito da un "Viva Verdi" urlato dagli spalti).
Amartuvshin Enkhbat interpreta un Nabucco di alto livello caratterizzato da un timbro morbido, pastoso, rotondo, squillante, ben proiettato, con un fraseggio raffinato, ottimi legati e una pronuncia perfetta. Anche scenicamente risulta più credibile del solito. Da segnalare l'aria "Dio di Giuda" eseguita con eleganza e la successiva cabaletta "Cadran, cadranno i perfidi" molto energica, suggellata da un sicuro La bemolle.
Maria José Siri delinea una Abigaille tutta in crescendo. Il soprano affronta la temibile partitura con estrema sicurezza, specialmente nelle parti più scoperte, dove la voce risulta piena, agile, penetrante. Svettante nelle cabalette, trova anche momenti di lunare bellezza nel cantabile “Anch'io dischiuso un giorno” e nel finale.
Simon Lim è uno Zaccaria ieratico che si impone per voce ampia (che passa con facilità dalle note gravi a quelle acute), profonda, brunita. Molto riuscita l'impegnativa cavatina "D'Egitto là sui lidi", particolarmente emozionante la preghiera "Vieni, o Levita-Tu sul labbro de' veggenti".
Si distingue per smalto timbrico la Fenena della sempre brava Annalisa Stroppa. Tratteggia la vibrante "Oh, dischiuso è il firmamento" con vero calore interpretativo. Ottimo Galeano Salas, un Ismaele dal timbro lucente e da una linea di canto inappuntabile. Valido il rest del cast con gli accurati Nicolò Ceriani (Il Gran Sacerdote di Belo), Riccardo Rados (Abdallo), Elisabetta Zizzo (Anna).
Arena con numerose presenze, applausi entusiasti, specialmente per Enkhbat e Siri.
Marco Sonaglia (Arena di Verona-4 luglio 2026)