Recensioni - Opera

Alla Scala un Nabucco composito

In evidenza la direzione di Riccardo Chailly e lo splendido coro scaligero

Torna Nabucco al Teatro alla Scala di Milano. Opera ormai di grande repertorio, presente spesso nei cartelloni dei maggiori teatri lirici europei, Riccardo Chailly sceglie questo titolo verdiano per congedarsi dal teatro Milanese, che per l’inaugurazione di quest’anno vedrà sul podio il nuovo direttore musicale Myung-Whun Chung.

La sua direzione è rimarchevole, lascia il segno per la sobria classicità del gesto e la scelta di tempi coerenti e fedeli alla partitura. L’orchestra scaligera risponde al meglio regalando sonorità avvolgenti e compatte. Una concertazione che fa dell’equilibrio il suo punto di forza. Chailly non ha ovviamente più nulla da dimostrare e dirige esaltando la musica e i cantanti, con l’autorevolezza e la souplesse di chi sa distillare le sonorità in un amalgama sonoro che va oltre le mode e le sperimentazioni. Al suo fianco il Coro Scaligero egregiamente diretto da Alberto Malazzi. Semplicemente splendido, attualmente il vero e indiscusso punto di forza del teatro.

Nel cast brillano la Abigaille di Anna Netrebko e il Nabucco di Luca Salsi.

Anna Netrebko si riconferma interprete completa e di prim’ordine, nella sua capacità di fondere un canto convincente e personale con una presenza scenica magnetica e teatrale. Supera di slancio e con intelligenza tutte le insidie della partitura, riesce a dare spessore e realismo anche ad un personaggio drammaturgicamente monolitico come Abigaille. Anna Netrebko continua insomma ad essere un punto di riferimento nel panorama lirico internazionale.

Al suo fianco Luca Salsi riesce a evitare la trappola di ridurre Nabucco ad un semplice “padre nobile” dell’opera ottocentesca. Il baritono parmigiano sfodera verve, accenti fieri e luciferini, riuscendo poi ad ammorbidire il personaggio nella preghiera finale, per cui riceve un distinto riconoscimento personale. Il cantante è un veterano della Scala ed è all’apice dello smalto vocale, un lusso a cui ci siamo abituati, ma che non è da dare per scontato. Bravo sotto ogni aspetto.

Michele Pertusi (Zaccaria) ha una linea di canto perfetta e interpreta la parte con i giusti accenti ieratici. Dall’alto di una lunga carriera, usa il proprio strumento in modo intelligente e ponderato, anche se non riesce ad evitare qualche difficoltà nelle zone gravi. Completano il cast un sempre ottimo Francesco Meli (Ismaele) e Veronica Simeoni (Fenena), che sorprende per linea di canto precisa ed espressiva e per una bella voce mezzo sopranile, espressa con facilità e naturalezza.

Quanto mai composito lo spettacolo ideato dal regista Alessandro Talevi, coadiuvato per scene e costumi da Gary Mccann, per luci e video da Marco Giusti, per la coreografia da Danilo Rubeca e per i movimenti acrobatici da Ran Arthur Braun.

Bisogna sicuramente premettere che la sclerotizzazione del repertorio, in atto negli ultimi anni, fa sì che di messe in scena di Nabucco se ne siano viste una pletora e che, di conseguenza, sia difficile darne una lettura innovativa o azzeccare qualcosa che non sia già stato proposto di recente.

Alessandro Talevi sembra scegliere la strada dell’ecclettismo, ad essere malevoli si potrebbe anche dire della confusione. Egli crea uno spettacolo sicuramente vario e ricco, grazie agli opulenti mezzi produttivi della Scala.

Lo spettacolo risulta di un materiale composito, una bella e laccata carta per cioccolatini che ha vari strati: quello per la pura conservazione di un prodotto conosciuto e stantio, quello intermedio fatto di sapiente e tradizionale pratica teatrale e infine quello esterno, luccicante e smagliante di colori.

Nel primo strato si assommano e si rincorrono alcuni grandi classici di Nabucco: gli Ebrei in mantelle e pastrani di grigio maltinto; il coro del Va Pensiero in posa a proscenio; Nabucco che arriva su improbabili catafalchi mobili al momento della conquista del tempio e così di seguito.

Nel secondo strato abbiamo una pratica teatrale sapiente ma oscura e confusa nelle scelte e nelle motivazioni. Belle luci e sapiente uso del fumo; sipari neri che calano a dividere le varie scene; scale che scorrono a destra e sinistra; una torre a spirale che emerge nel secondo atto e che rimanda al pinnacolo borrominiano di Sant’Ivo alla Sapienza a Roma.

Nel terzo strato troviamo le parruccone e i colori smaglianti dei costumi babilonesi, che ricordano lo Schiaccianoci. Gli slanciati e prestanti soldati di Abigaille vestiti come ussari ungheresi. I ballabili ispirati a Semiramide e ambientati in un teatro di varietà in stile liberty. Abigaille che insegue una piuma bianca e si sente un uccellino in gabbia.

Forse la chiave sta nei risvolti onirici e circensi. All’inizio del quarto atto viene messo in scena, su una delle tante marcette di Verdi, il sogno di Nabucco. Quest’ultimo è un artista circense che tenta di mantenere l’equilibrio su un filo teso a diversi metri di altezza. È disturbato e atterrito da una inquietante marotte a forma di uccello. L’equilibrista inevitabilmente cade e Nabucco si risveglia.

Il circo è spettacolo composito, fatto di numeri che si susseguono: un equilibrio sul filo dell’intrattenimento. Lo è anche questo Nabucco? Indagarne il significato o la coerenza non è forse la giusta chiave di lettura. Al circo c’è sempre azione, accade sempre qualcosa: anche in questa produzione. Meglio tacere e guardare allora. Il senso sta anche nella mancanza di senso, perché lo spettacolo, come la vita, può essere appagante anche per semplice varietà.

Teatro pieno e molti applausi per tutti nel finale, con ovazioni per Chailly, Netrebko e Salsi.

Raffaello Malesci (Venerdì 22 Maggio 2026)