Sul podio il maestro Sesto Quatrini
Il Carlo Felice di Genova si avvia verso il finale di stagione con un nuovo allestimento di Macbeth in coproduzione con il Teatro Verdi di Pisa, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro Galli di Rimini, Teatro Pavarotti-Freni di Modena, Teatro Goldoni di Livorno, Teatro Valli di Reggio Emilia, Teatro Comunale di Ferrara.
La regia di Fabio Ceresa è di forte impatto visivo e lo spettacolo (già visto e recensito a Ravenna) ha un suo fascino, ricco di particolari che in questa occasione ci sono sembrati ancora più incisivi. Le scene curate da Tiziano Santi sono divise in due parti. Un nero cupo che domina il proscenio e varie cornici concentriche che portano ad un varco apribile, una sorta di occhio che osserva, di universo ultraterreno, di passaggio verso l'oscurità. Tre Parche controllano le vite umane, filando, misurando e recidendo i destini di un filo rosso sangue. Suggestive e raffinate le luci di Cristian Zucaro, di taglio orientale i costumi di Giuseppe Palella, valide le coreografie di Mattia Agatiello eseguite dalla compagnia di danza Fattoria Vittadini (Chiara Andreani, Natalia Bandera, Chiara Benedettelli, Emanuele Frutti).
Sesto Quatrini alla guida dell'Orchestra della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova si conferma una delle bacchette più interessanti nel panorama attuale. Una direzione precisa e curata, tesa e sospesa nel mistero, con i tempi incalzanti e i giusti volumi, che mette in risalto tutti i chiaroscuri della partitura, senza perdere mai di vista la tensione drammatica, la cupezza e soprattutto le voci sul palcoscenico. L'edizione proposta è quella del 1865, compresa dei ballabili al terzo atto (Ecate, Ondine e Silfidi) che quasi sempre vengono tagliati.
Splendido anche il coro diretto dal maestro Claudio Marino Moretti. La sezione femminile risponde compatta negli interventi delle streghe, il finale del primo atto è quanto mai imponente, come ben scanditi sono i sicari. L'apice viene toccato con il pathos di "Patria oppressa”, una delle pagine più significative di Verdi.
Macbeth era Stefano Meo. Il baritono tratteggia il personaggio con un crescendo emotivo alquanto efficace e una recitazione partecipata. Lo si apprezza per volume, colore, per la capacità di non cadere in espressività sovraccaricata e di saper piegare la voce in vari momenti a pregevoli sfumature, come nell'aria finale "Pietà, rispetto, amore".
Ottimo debutto per il giovane soprano Caterina Meldolesi. Lady Macbeth è sicuramente una delle parti più impegnative. Affronta il ruolo con sicurezza su tutta la tessitura, con buona proiezione nelle agilità, negli acuti (compreso il re bemolle nella scena del sonnambulismo) e con una carismatica presenza scenica. C'è cura nel fraseggio e soprattutto nello scavo della parola scenica cara a Verdi, dove riesce a mettere in risalto la sua spietata brama di potere, sia nei duetti, che nelle singole arie.
Di rilievo il Banco di Abramo Rosalen che si impone per autorevolezza vocale, ampiezza e bellezza timbrica, anche nell'adagio "Come dal ciel precipita" del secondo atto. Vasyl Solodkyy è un Macduff di buono squillo che sa trovare le giuste tinte drammatiche nella dolente aria "Ah la paterna mano". Di lusso il raffinato Malcolm di Leonardo Cortellazzi. Kamelia Kader è una convincente Dama di Lady Macbeth, Luciano Leoni (Medico e Sicario) un consolidato e bravo professionista. Completavano egregiamente il cast: Tiziano Tassi (Domestico di Macbeth), Loris Purpura (Araldo), Bernardo Pellegrini (Prima Apparizione), Lucilla Romano e Eliana Uscidda (Seconda e Terza Apparizione), entrambe soliste del Coro di voci bianche della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova diretto da Gino Tanasini.
Vivo successo per tutti i protagonisti, con applausi a scena aperta, che in alcuni momenti hanno spezzato la magia, ma d'altronde non è facile rimanere indifferenti davanti alla bellezza di questo immenso capolavoro.
Marco Sonaglia (Teatro Carlo Felice-Genova 23 maggio 2026)