Abbiamo intervistato il celebre soprano in vista del sui debutto ne "L'incoronazione di Poppea" al Festival Monteverdi
Alla vigilia del suo debutto nel ruolo di Poppea al Monteverdi Festival di Cremona, il soprano genovese si racconta in una conversazione che attraversa repertori, personaggi e visioni artistiche. Dall'ambiguità seducente dell'eroina monteverdiana al prossimo esordio come Cherubino, emerge il ritratto di un'interprete che ha costruito il proprio percorso con rigore, consapevolezza e una rara capacità di coniugare versatilità vocale e profondità teatrale. In questa intervista si è parlato del rapporto tra parola e musica, della crescita di una voce che guarda con naturalezza a Mozart, al belcanto, al lirismo francese e al grande repertorio italiano, ma anche dell'importanza di saper attendere, scegliere e preservare la propria identità artistica. Sullo sfondo, una parola che ritorna più volte e che sintetizza il senso del suo cammino.
Tra pochi giorni debutterà, nel ruolo eponimo, ne L’Incoronazione di Poppea al Monteverdi Festival di Cremona: un doppio debutto, perché coincide anche con il Suo primo incontro scenico con Poppea. Che cosa significa entrare in un personaggio tanto ambiguo e magnetico, sospeso tra sensualità, intelligenza politica e vulnerabilità?
Sicuramente è stato complesso addentrarsi in lei, soprattutto perché la trovo abbastanza distante dalla mia personalità, benché in ognuno di noi viva una parte manipolatoria e un po' narcisista, lei ne è completamente sopraffatta. Ma questo lo racconta la storia stessa: desiderio di potere, sfrenatezza, sensualità come mezzo, ma anche pura spinta alla voluttà, nella totale assenza di limiti morali e di impulso di autoconservazione. Ho cercato quindi di trovare queste caratteristiche nei meandri della mia personalità, attingendo in realtà anche dalle mie esperienze di vita. A chi non è capitato di fare i conti nella vita con un/una narcisista?
La cosa più complicata è rendere in scena il suo essere sfuggente e impenetrabile, in superficie. È difficile da sondare la sua essenza, e mi verrebbe da dire che neanche lei sia tanto consapevole di sé stessa e delle conseguenze delle sue azioni. Durante il famoso "Pur ti miro”, però, c'è un momento di maggiore distensione per lei e Nerone per il quale penso che lo spettatore riesca ad arrivare ad una maggiore empatizzazione col personaggio, come è successo a me.
Poppea è un ruolo che obbliga il cantante a confrontarsi con una vocalità diversa da quella ottocentesca o pucciniana: più parola, più retorica, più chiaroscuro. Come ha lavorato sul tracciato monteverdiano e su quel sottile filo che intreccia parola e suono?
Ha detto proprio bene, è necessario camminare come equilibristi su quel filo che intreccia parola e suono. Quello che noto è che l'emissione si piega in modo naturale e automatico più spesso al parlato che al cantato, e qui si rende necessario calibrarsi con la voce per non perdere la linea nel mezzo degli effetti espressivi necessari, ovviamente cercando di lasciar vivere in tutto ciò la più immersiva interpretazione. È importante utilizzare la scansione delle parole proprio in questo senso, sia per non perdere focus che per esprimersi attorialmente. Sia durante la fase di studio che durante le prove, è stata una costante ricerca di questo equilibrio: avvincente, ma anche delicata e difficile.
Nel suo repertorio Mozart occupa ormai uno spazio centrale. Dopo Susanna, Despina e Zerlina, tra le altre, arriva ora Cherubino a Ginevra: un debutto molto atteso. Che cosa la attrae di questo personaggio così sfuggente, adolescenziale e inquieto?
Sicuramente il fatto che sia un fiore che sta sbocciando e sta mettendo i primi petali profumatissimi e vellutati. È la rappresentazione del primo slancio alla vita, ai sentimenti, all'amore, all'eccitazione erotica. Insomma, mi affascina questa incompiutezza umana contrapposta alla consapevolezza di Susanna.
Cherubino è spesso considerato un ruolo “di passaggio”, ma in realtà richiede una misura sottilissima tra slancio lirico, mobilità teatrale e ambiguità timbrica. Dal punto di vista vocale, quali sono le sfide più interessanti che intravede?
La proposta di questo ingaggio arriva dopo aver sperimentato già un ruolo definibile ibrido, Adalgisa in Norma, ma non dimentichiamoci che le prime interpreti di questi personaggi erano soprani. Credo che con una vocalità più luminosa, ma che certo abbia la rotondità e quell'ambra nella voce che possa dar colore all'ambiguità intrinseca di Cherubino, si possa creare qualcosa di interessante e sfaccettato. Se devo poi essere sincera, Susanna in quanto a tessitura non è poi così dissimile. Magari mi divertirò con qualche puntatura nei momenti di variazioni per usare più gamma vocale e mettere del mio.
Lei è stata una Susanna molto apprezzata in produzioni e contesti diversissimi, da Strehler alla regia di Graham Vick. Interpretare oggi Cherubino significa anche osservare Le Nozze di Figaro da un’altra prospettiva?
Assolutamente sì, una prospettiva più ingenua rispetto al tumulto delle dinamiche che deve gestire soprattutto Susanna. Cherubino è un po' la ciliegina sulla torta delle Nozze di Figaro, quella figura che quando arriva cambia proprio il vento in una brezza frizzante di primavera.
Nella sua carriera sembra esserci una linea molto precisa: la costruzione graduale del repertorio, senza accelerazioni forzate. Quanto conta, per una cantante oggi, saper dire anche dei no?
Forse è retorico dirlo, anche se noto che la tendenza attuale è ricercare il "boom" e poi chissà, o forse c'è sempre stata, ma in un mondo che va così veloce è anche più facile passare e scomparire nella moltitudine di cantanti. Io credo di più in un percorso lungo e ragionato, almeno è quello che vorrei per me. Anche perché amo all'infinito la musica e il teatro, e vorrei che questa avventura durasse il più a lungo possibile. Perciò è importante dire anche dei no, anche se nel mio caso la maggior parte delle proposte ricevute, soprattutto da un certo punto della carriera in poi, sono sempre state rispettose del mio strumento. È chiaro che a un certo punto, con i giusti tempi e la giusta maturazione, è necessario però anche seguire l'evoluzione della voce e cominciare a fare scelte un po' coraggiose, che permettano di crescere come cantante e come interprete.
Guardando il suo percorso, colpisce la naturalezza con cui è passata da Monteverdi a Mozart, da Donizetti a Puccini, fino a repertori novecenteschi e contemporanei. Esiste un filo che tiene insieme tutte queste esperienze?
Probabilmente lo studio di una tecnica che si pone l'obiettivo di adattarsi ai vari repertori senza snaturare o forzare la voce. Quando si cerca una gittata vocale guidata dal fiato, dal giusto appoggio e il giusto sostegno, senza interventi malsani della gola e nella morbidezza, penso si possa raggiungere una certa versatilità. Ovviamente c’è una messa in discussione quotidiana e uno studio costante per arrivare a quella percezione di comfort mentre si canta questo o quel repertorio, e sotto la sapiente guida di Barbara Frittoli lavoro in questa direzione. Ho la fortuna di avere un'insegnante di tale esperienza di palcoscenico, e quindi di repertori differenti provati sulla pelle, ricevendo così le dritte sui modi e sulle possibili difficoltà di questo o quel ruolo di epoca e stile diversi.
Lei ha lavorato con personalità musicali molto diverse — da Riccardo Muti a Daniele Gatti, da Zubin Mehta a Omer Meir Wellber e Tjeknavorian. Qual è l’insegnamento più profondo che sente di aver ricevuto dai grandi direttori con cui ha collaborato?
La passione, la vocazione e il rispetto per la musica. Penso di avere acquisito un approccio immersivo in ciò che vado a interpretare, sia musicalmente che interpretativamente, proprio lavorando con questi grandi maestri, sicuramente influenzata dal modo in cui ho fatto musica con loro.
Il suo debutto importante arriva molto presto, con la Riccardo Muti Opera Academy e subito dopo con Simon Boccanegra al Carlo Felice. A distanza di dieci anni, che rapporto ha oggi con quella giovane cantante che iniziava allora?
Sicuramente sono fiera di lei, perché è stata molto coraggiosa, forse un po' audace all'inizio, ma sono felice che abbia saputo intelligentemente seguire i consigli giusti e il proprio istinto per darsi il tempo di maturare sotto tutti punti di vista.
Molti interpreti parlano della necessità di “proteggere” la voce; più raramente si parla della necessità di proteggere la propria identità artistica. In un ambiente competitivo e velocissimo, come si conserva un centro personale?
Credo sia importante puntare attenzione e cura su di sé, non solo come artista, ma di più come persona. Chiuso il sipario si torna a casa e si è soli con sé stessi, tanto più se non si è fortunati ad avere qualcuno accanto, a prescindere dal successo che si può aver avuto o meno. È bello e sano viversi questo lavoro con passione, anche ambizione, ma più con la voglia di fare bene e attenderne i risultati che con una bramosia feroce, che non penso faccia bene. Tante cose, tra l'altro, non dipendono solo da noi e ognuno ha il suo percorso. È complicato, perché essere interpreti comporta un investimento emotivo che difficilmente sfugge all'identificazione, ma è necessario ogni tanto spostare e ampliare la prospettiva su di sé.
Nel suo repertorio convivono ruoli di grande luminosità — penso a Susanna, Adina, Lauretta — e figure più introverse o malinconiche come Mimì, Ilia o Marguerite. A quale dimensione emotiva si sente più vicina?
In me convivono abbastanza bene queste due anime, per natura sono più portata alla malinconia o comunque a una certa lunarità, anche se con un certo carattere, ma quando ho interpretato ruoli più luminosi e frizzanti ho capito quanto potessi mettere in gioco in modo efficace anche la mia parte più colorata. Ho una personalità sfaccettata, piena di opposti che spesso fanno girare la testa persino a me!
Lei ha cantato spesso in produzioni molto teatrali, anche fisicamente esigenti. Quanto il lavoro sul corpo influenza oggi il suo modo di pensare la voce?
L’attenzione per il corpo permette maggiori libertà espressive in palcoscenico, una cosa a cui tengo molto. Senza contare che fare attività fisica mi scarica tantissimo i nervi, ne sento quindi anche una personale necessità. Devo dire che non mi sono mai trovata in situazioni in cui ciò che mi veniva richiesto dai registi mettesse a repentaglio l'emissione, anzi a me spesso il movimento aiuta a sbloccare un controllo che involontariamente attuo e che leva fluidità al suono. Quando si dice che recitare aiuta la voce io penso che sia proprio vero, anche recitare con il corpo. Certo, bisogna mettere insieme tutti i pezzi e quindi anche un minimo di controllo, più che altro del diaframma e dei muscoli che servono per cantare, non arrivare con troppo fiatone se si devono fare frasi lunghe e delicate, calibrarsi un minimo durante le prove e, se necessario, cercare dialogo col regista. Liberarsi nel movimento mentre si canta, senza troppa paura, è una risorsa da sfruttare sapientemente.
C’è un momento preciso in cui sente che un ruolo “entra” davvero nella sua voce? È più un fatto tecnico, psicologico o fisico?
È tutte e tre le cose, probabilmente proprio in quell'esatta successione, anche perché l'approccio a un ruolo inizia con lo studio puramente tecnico per poi arricchirsi con l'immersione nella psicologia del personaggio, dandogli infine vita anche fisica proprio sul palco. Devo dire però che mi sento definitivamente addosso un ruolo quando ne comprendo il movimento, quando lo sento nel corpo, quando divento quel personaggio e mi sono liberata quasi totalmente di me stessa, tranne di ciò che mi serve e che ho maturato durante le prove.
Accanto all’opera, continua a coltivare con continuità il repertorio sinfonico e cameristico. Che cosa le offre il concerto che il teatro d’opera non può dare?
Sicuramente una dimensione più intima, mi permette di condividere con il pubblico un'atmosfera e una suggestione che solo la poetica dei cicli da camera può dare, soprattutto se si tratta di romanze con testi di grandi poeti come Verlaine che ho avuto la fortuna di cantare e interpretare. È più un viaggio spirituale rispetto a quello dell’opera.
Tra gli impegni recenti e futuri figurano anche Il Campiello di Wolf-Ferrari e nuovi approfondimenti mozartiani. Guardando avanti, quali territori vocali sente oggi più vicini? Il lirismo francese, Mozart, il belcanto, oppure un progressivo approdo al repertorio pienamente lirico?
Beh, diciamo che sia nel lirismo francese, sia in Mozart, sia nel Belcanto non estremo, ci sono vari pesi e misura con cui confrontarsi, dai ruoli più giovanili e leggeri a quelli più lirici, quindi penso di continuare a interpretarli per lungo tempo mano a mano "liricizzando" coerentemente con l'evoluzione della mia voce. Poi sicuramente più in là mi piacerebbe affrontare o riaffrontare con più esperienza e maturità qualche ruolo verdiano e pucciniano tra quelli non troppo drammatici, ma puramente lirici.
Il rapporto con la Sua Genova e con il Carlo Felice appare centrale nella sua storia artistica. Che cosa significa costruire una carriera internazionale mantenendo però un legame così forte con il teatro della propria città?
Significa casa, tornare in un teatro che mi ha accolto da giovanissima e dove ho tanti ricordi, proprio come quelli dolci che si hanno della propria città natale. È un legame bellissimo che spero si rinnovi sempre e di cui sono molto onorata. Dico casa, perché provo anche un forte senso di identità genovese ogni volta che entro al Carlo Felice.
Se dovesse individuare una qualità, una caratteristica, che cerca sempre nella musica — sia come interprete sia come ascoltatrice — quale sceglierebbe? Eleganza, verità, libertà, disciplina, rischio?
Verità.