Recensioni - Opera

Bergamo: coloratissima “Fille du Régiment” in salsa cubana

Riuscito debutto per una bella e colorata edizione prodotta dalla Fondazione Donizetti insieme al Teatro Lirico Nacional de Cuba

Bergamo torna alla musica di Donizetti con una vivace e multicolore edizione della “Fille du Régiment”, con la regia del cubano Luis Ernesto Doñas e la direzione del giovane Michele Spotti.

Lo spettacolo inizia in verità già fuori dal teatro, dove un’orchestra cubana suona sulla balconata neoclassica del rinnovato Teatro Donizetti per un gruppo di ballerini, che allieta il pubblico con evoluzioni di danza in salsa cubana. A seguire, sempre dal balcone, Cristina Bugatty e Haris Adrianos, rispettivamente la Duchessa de Krankenthorp e Hortensius, intavolano scherzosi dialoghi con i passanti. Un modo simpatico e convincente di introdurre un’opera buffa, ma anche di farla vivere al di fuori, ribadirne l’esistenza alla maggioranza distratta e lontana dalla musica lirica. Certo, difficilmente qualcuno sarà spinto ad entrare, ma sicuramente si pone l’accento sul fatto che il teatro è ancora vivo, esiste e che dentro quei palazzi austeri succede ancora qualcosa.

In teatro il regista Luis Ernesto Doñas sposta l’azione dal Tirolo alla sua Cuba degli anni immediatamente successivi alla rivoluzione castrista. Ispirandosi al pittore cubano Raúl Martínez, crea uno spettacolo coloratissimo, floreale, pop, avvalendosi di semplici scene a teli colorati curate da Angelo Sala. Anche i costumi, a cura di Maykel Martínez, rispecchiano questa impostazione per cui il 21° reggimento diventa una banda di soldati in tuta gialla e la vivandiera Marie quasi un ragazzaccio dagli improbabili capelli rossi. Tonio da contadino tirolese, è trasformato in un bravo raccoglitore di canna da zucchero e si presenta in tuta da lavoro con tanto di stella rossa sul cappello. Di contro all’establishment borghese vengono affibbiati due colori, il bianco e il nero, mentre i richiami al capitalismo e al nemico americano si sprecano: dalle strisce della scenografia del secondo atto, alle stelle e al simbolo del dollaro onnipresente sul costume della Marchesa de Berkenfield e su tutti quelli che la circondano.

La regia si diverte con una serie di trovate quasi sempre azzeccate: dai tirolesi della prima scena che in realtà sono coloratissimi coltivatori di canna da zucchero intenti ad invocare la protezione della vergine raffigurata in versione stereotipata e kitsch, a un percussionista in scena (Ernesto López Maturell) che ravviva entrate e uscite del reggimento con il suo tamburo, fino a dialogare in una piccola gara di percussioni con Marie. Il reggimento poi edulcora i numerosi proclami guerreschi perseguendo una simpatica guerra dei colori, per cui le uniche armi sono vernici e pennelli che brandiscono minacciosamente e che utilizzano per completare i grandi affreschi colorati della scena. Non mancano poi l’utilizzo di scritte in puro stile fumettistico come “Adelante”, “Vanguardia” e “Victoria”. Potrebbe esserci spazio per qualche riflessione, ma il tutto resta ad un livello di spensierata leggerezza in linea con lo spirito dell’opera e della partitura.

L’allestimento è molto curato, divertente, accattivante, di assoluta piacevolezza visiva e serve molto bene la causa dell’opera comica. La “Fille du Régiment” infatti fu presentata l’11 febbraio del 1840 all’Opéra-Comique di Parigi e Donizetti, da eclettico e prolifico musicista qual era, si adatta magistralmente al genere richiesto dal secondo teatro parigino dopo l’Opéra. Si trattava di produrre uno spettacolo prettamente comico, rigorosamente in lingua francese, con dialoghi “secchi”, cioè non accompagnati, dalle melodie facili e accattivanti. L’equivalente di quello che in prosa è un Vaudeville insomma. Donizetti va oltre e stimola anche il patriottismo francese inserendo il celebre “Salut à la France!”. Certo oggi la storia risulta di una labilità e ingenuità assoluta e, anche rimaneggiata nei dialoghi dal drammaturgo Stefano Simone Pintor con qualche inserimento spagnolo, non è altro che una serie di pretesti per cantare e suonare melodie accattivanti. In questo senso lo spettacolo di Doñas serve molto bene la partitura, con varietà e divertimento, anche se si poteva ancora spingere sulle gag, specialmente con i protagonisti, che a tratti sono sembrati fin troppo misurati nell’invenzione comica.

Di alto livello tutto il versante musicale, a partire dall’ottima direzione di Michele Spotti, che ottiene sonorità seducenti e spigliate dall’orchestra Donizetti Opera, calibrando in modo ottimale il rapporto fra buca e palcoscenico. Beniamino della serata il tenore americano John Osborn, che snocciola con facilità e souplesse i nove famigerati do dell’aria “Ah! mes amis, quel jour de fete!”, addirittura con variazioni e puntature ad libitum, ottenendo un delirio di applausi. Inevitabile per lui il bis dell’aria e una vera ovazione finale da parte del pubblico. Osborn però non si è dimostrato solo una “macchina per do” ma anche un interprete attento, dalla voce sempre ben proiettata e omogenea, brillando anche nella “romance” del secondo atto “Pour me rapprocher de marie”, eseguita in modo perfetto e partecipe. Marie, la Fille du Régiment, era il giovane soprano spagnolo Sara Blanch, dalla voce non amplissima ma ben proiettata e omogenea su tutti i registri. Ha interpretato la parte con spensieratezza e divertimento, un’ottima prova per lei. Paolo Bordogna era un Sulpice molto calibrato e attento, quasi prudente, da cui ci si poteva forse attendere maggiore spigliatezza scenica. Il mezzosoprano gabonese Adriana Bignani Lesca interpretava con grande partecipazione e ironia la Marquise de Berkenfeld, rivelandosi non solo ottima cantante, dalla voce timbrata e potente, ma anche attrice comica sopraffina, la più spigliata e in parte di tutto il cast. Una grande prova per lei, giustamente salutata da numerosi applausi da parte del pubblico. Cristina Bugatty era una divertente Duchesse de Kankenthorp, sempre sopra le righe, si imponeva per presenza scenica e per le iperboli comico recitative. Hari Adrianos impersonava ottimamente Hortensius.

Un plauso anche al Coro dell’accademia Teatro alla Scala, diretto da Salvo Sgrò, che ha dimostrato non solo capacità vocali, ma anche una buona preparazione scenica, facendoci per una volta dimenticare i soliti cori immobili in belle pose sceniche così frequenti nei teatri patri.

Grandissimo successo a fine spettacolo.

R. Malesci (21 Novembre 2021)