Tutti giovani gli interpreti diretti da Donato Renzetti
La Boheme è l’ultimo titolo della stagione ed entrando in sala cè subito una piacevole sorpresa: il sipario è una tela coloratissima, piena di casette, disegni, che sembrano fatti da bambini. Una scritta con calligrafia incerta: “Oh Mimì, la mia breve gioventù”. Sembra di entrare in “Alice nel paese delle meraviglie”, e così in effetti è perché l’opera pucciniana che narra le vicende di quattro amici, studenti senza quattrini e delle due loro giovani compagnie, rappresenta la favola della vita.
Mi ha scritto proprio oggi una mia amica, “La vita non si gioca in lunghezza, ma in qualità”, e l’amore di Mimì e Rodolfo ha reso immortale le loro vite. E colore c’è ovunque, cominciando dai costumi, dalle variopinte pareti e per finire, ma non ultimo, ai colori della musica. L’abilità di Puccini sta nell’amalgamare insieme varie scene e situazioni in modo da far sembrare il tutto un fluido intreccio.
Lo sanno bene i direttori d’orchestra che hanno diretto quest’opera: il secondo atto è una delle partiture più difficili da dirigere. C’è la banda sul palco che deve interagire simmetricamente con l’orchestra, i solisti, i cori dei bambini e degli adulti, il tutto in un insieme armonico che deve incastrarsi senza nessuna incertezza. Questo è avvenuto sul palco del teatro Carlo Felice di Genova in quanto il Deux ex machina era quel magnifico direttore che è il maestro Donato Renzetti.
E solo lui poteva accompagnare i giovani artisti dell’Accademia di Alto Perfezionamento e inserimento professionale del Teatro Carlo Felice di Genova in questa loro avventura, per alcuni, se non tutti, forse la prima volta su un palcoscenico. Gesto preciso, piena sinergia tra palco e orchestra, suono vibrante come la vicenda prevede, gli strumentisti hanno dimostrato tutte le loro capacità musicali e tecniche. Bellissima performance dell’orchestra del Teatro Carlo Felice, che ha seguito il Maestro ed eseguito la partitura riportandoci tutta la sfavillante gioia di vivere che Puccini ha descritto con le sue note.
La scelta registica di Augusto Fornari, assistito da Laura Ruocco, ha dato alla vicenda un taglio gioioso e ha inteso la vita come un grande ed infinito gioco che dovrebbe terminare con la morte di Mimì; ma il gioco continua perché nessuno muore veramente finché c’è qualcuno che si ricorda di lui/lei. In scena compaiono i protagonisti da soli nel primo atto, mentre dal secondo atto in poi ad ogni loro comparsa entrano sul palco anche dei bambini, vestiti come loro, con il loro stesso carattere, inizialmente li “scimmiottano” per poi staccarsi da loro e continuare il loro gioco della vita.
Nel finale dell’opera, dopo la morte di Mimì, passano su un carretto e salutano i protagonisti, come se fosse finita la loro spensieratezza e fossero entrati e nel mondo degli adulti attraverso la perdita della loro ingenuità, avendo conosciuto il dolore. Con questo gioco continuo il regista ci vuole anche ricordare di non prendersi troppo sul serio in ogni età della vita, ciascuna con il suo fascino e il carico di gioie, scoperte, dolori. Le scene e i costumi di Francesco Musante sono un arcobaleno di colori, di piccoli disegni di bambini che diventano scena. Molto ingegnoso il cambio a sipario aperto tra il primo e il secondo atto, dove un bambino attiva una manovella e la scena gira passando dalla mansarda al caffè Momus. Si capisce che la casa dei quattro amici è una mansarda perché il palcoscenico è sollevato e la parte davanti è formata da finestre di altri appartamenti sottostanti. Tutto è colore e luce, bellissima la neve che si trasforma in fiocchi rosa simili a petali di fiori a significare la primavera, stagione durante la quale Rodolfo e Mimì hanno deciso di lasciarsi. Pertinenti al passare delle stagioni e delle giornate le luci di Luciano Novelli, calde e fredde a seconda delle situazioni.
Magnifici i bambini del Coro di voci bianche diretto dal Maestro Gino Tanasini: voci ben assemblate e fantastici attori. Hanno affrontato la prova del palcoscenico come dei navigati professionisti. Come sempre stupendo il coro del Teatro Carlo Felice diretto dal Maestro Claudio Marino Moretti: oltre che maestria vocale hanno evidenziato le loro doti attoriali, con fermi immagine durante il cambio di scena a vista. Bravissimi anche i mimi e i figuranti.
Veniamo ai cantanti protagonisti, tutti allievi dell’accademia sopra citata.
Rodolfo era interpretato da Junpyo Kwon, Marcello da Davide Chiodo, Schaunard da Shang Ju, Colline da Yiwen Wang, Mimì da Caterina Trevisan e Musetta da Sara di Fusco.
Tutti molto ben preparati, i cantanti stranieri con una ottima dizione e tono di voce che faceva capire il sentimento che cercavano di trasmettere col loro canto. Hanno dimostrato una padronanza tecnica, capacità vocali molto interessanti, ma ovviamente manca loro l’esperienza.
Applauditi tutti con merito durante le loro arie e alla fine dell’opera con un plauso maggiore al baritono Davide Chiodo, veramente interessante sia vocalmente che scenicamente. Bravi gli altri comprimari, Giuliano Petouchoff come Perpignol, Antonio Mannarino come venditore ambulante, Filippo Balestra come sergente dei Doganieri, Andrea Porta nel doppio ruolo di Benoit e Alcindoro e Roberto Conti come Doganiere.
Bravissima la Direzione del Teatro che ha scelto di mettere in scena un’opera così complessa affidando i ruoli principali a dei giovani cantanti.
Lo spettacolo ha messo in evidenza che si può investire sui giovani senza timore, che loro hanno la a voglia di mettersi in gioco, di studiare e di migliorare e che affrontano la difficilissima professione di cantante lirico con l’umiltà e la volontà di impegnarsi sempre al meglio.
Un bellissimo pomeriggio di teatro, con uno spettacolo veramente magico. Chi non l’ha visto, può rimediare andando al Carlo Felice nelle prossime recite.