Recensioni - Opera

Cavalleria rusticana e Pagliacci a Torino: un verismo barocco tra il sacro e il profano

Al Regio di Torino inizia il Festival Verismo con il celebre dittico Cavalleria rusticana/Pagliacci firmato da una doppia regia contrastante

Questo illustre e intramontabile abbinamento regala ogni volta, oltre a una musica immediata ed emozionante, una prospettiva d’ascolto dalle sfumature sempre differenti. I due pilastri dell’opera verista, come di consueto, si prestano a un collegamento tra di loro che cerca di seguire un filo conduttore tra due vicende tragiche, vicine nel dramma e nella vendetta, ma distanti nell’ambientazione e nell’atmosfera. Per questa rappresentazione, il dittico è affidato alla regia di due figure separate, unite dallo stesso impianto scenico e dal tradizionale simbolismo di queste opere che, oggi più che mai, si portano dietro l’etichetta di una costante necessità nel farle andare d’accordo, talvolta con evidenti discrepanze e forzature.

In questo caso, fortunatamente, Daniele Menghini con la Cavalleria rusticana ha saputo, innanzitutto, partire da un principio estetico attinente e raffinato, realizzando una dimensione in pieno stile barocco che ha donato alla recita un respiro artistico e affascinante. Le varie scene, come dentro una cornice antica, sono dominate da colorazioni pastello tenui e pregiate, che, con l’impianto scenico ligneo di Davide Signorini e le varie decorazioni sospese, mantengono una tonalità armoniosa e peculiare. Il momento più emblematico avviene durante l’Inno pasquale, dove l’atmosfera religiosa viene arricchita con un grande dipinto su tela della Crocifissione di Cristo disceso al centro del palco, mentre il coro vi cammina sotto per la processione.

Una manifestazione registica che esprime un tratto fortemente evocativo e onirico, ma, come nei sogni più belli, può succedere che, a un certo punto, le troppe immagini apparse nella mente possano creare un senso di confusione. Con il passare della rappresentazione, l’aggiunta di numerosi costumi, danze e rituali di epoche e tradizioni diverse ha creato un effetto di esagerazione visiva, un insieme di stimoli e situazioni che ha spostato parte di quella apprezzatissima coerenza scenica creata fin dall’inizio. Seppur interessante l’idea concettuale di unire le ritualità più arcaiche e mostrare come la fede si sia evoluta nel tempo, la Cavalleria rusticana è, evidentemente, uno spazio troppo breve per dare vita a scenari espressivi così concentrati. Nonostante questo, rimane una regia con il merito di aver soddisfatto i requisiti estetici che un’opera del genere esige, al contrario di alcuni deturpamenti che, purtroppo, al giorno d’oggi prendono possesso dei teatri. Eleganti e adeguati alla ricercatezza scenografica anche la maggior parte dei costumi curati da Nika Campisi; desta non pochi dubbi, invece, il vestito di Alfio con lo scheletro in stile Halloween.

Sul podio il maestro Andrea Battistoni, nonché direttore musicale del Regio, per la Cavalleria sceglie una direzione di notevole intensità, a partire da una partecipazione gestuale assai vivace e coinvolta. Al contempo, restituisce momenti di pura morbidezza e di ampio respiro con una gestione agogica dilatata, come nel Preludio e nell’Intermezzo. Di grande valore il coro diretto da Gea Garatti Ansini, equilibrato e di soave musicalità; ineccepibile in Gli aranci olezzano.

Santuzza è il soprano Maria Teresa Leva, la quale si è raccontata in un’intervista proprio nei giorni scorsi qui sul sito di Operateatro. Preziosa la sua presenza nel cast, che l’ha vista impegnata in un doppio ruolo ravvicinato Santuzza-Nedda, svolto con un’intelligenza interpretativa eccezionale.

La sua Santuzza incarna perfettamente lo strazio e l’esclusione sociale vissute dal personaggio, affiancata da una stabilità vocale drammatica e sicura; molto efficace negli acuti, sempre limpidi, allineati e di ampia risonanza, in armonioso contrasto con il suo bel timbro brunito e corposo.

Amadi Lagha in Turiddu trova un ruolo a lui specialmente affine, e lo si comprende già da come vive il personaggio nelle prime battute. In questa Cavalleria troviamo un Turiddu pittore alla “Mario Cavaradossi”, e questo dettaglio risulta analogo al contesto meno “rurale” e più “artistico” dell’ambiente circostante. Lagha, perciò, disegna a pennello la sua interpretazione, esprimendo una linearità nel fraseggio e negli acuti, avvalorata da una sequenza di scelte tempistiche sempre corrette. Il suo Addio alla madre racchiude tutti questi pregi, finora sparsi per l’opera, e li sprigiona alla massima potenza, donando al finale un profondo coinvolgimento emotivo.

Simone Piazzola è un Alfio solido e avvincente; evidenzia un colore di qualità, scuro e acceso negli squilli, con un’ottima dizione nel declamato. La mamma Lucia di Agostina Smimmero si delinea come una presenza saggia e austera, ma con un timbro esageratamente caldo e severo. Veta Pilipenko è una Lola centrata ed elegante.

Arriviamo dunque a Pagliacci e alla sua regia, firmata da Francesco Micheli, che mantiene lo stesso impianto scenico e trasforma la piccola compagnia teatrale in un circo dalle varie forme di intrattenimento, suscitando diverse perplessità. Tonio ha il ruolo del personaggio a metà tra finzione e realtà della logica metateatrale, rivolgendosi al pubblico in maniera interattiva direttamente in platea, per l’apertura con il Prologo e durante l’Intermezzo; quest’ultimo, davvero poco valorizzato al centro di troppe distrazioni, tra il suo intervento muto a simulare il direttore d’orchestra (una delle tante azioni bizzarre ed evitabili) e gli spostamenti scenici rumorosi, è passato quasi nell’indifferenza. La vera nota dolente di questo Pagliacci è stata proprio una catena di scene o troppo grottesche o troppo insipide, che hanno assorbito molta della sua essenza puramente drammatica. Un circo che non è riuscito a togliersi la maschera della comicità, prevalendo sulla tragedia. Azioni prive di criterio che, oltretutto, rischiano di intralciare la resa canora, come la scena di Nedda che rompe una decina di uova dentro una ciotola e comincia a sbatterle mentre parla con Silvio, che a suo modo sembra far parte anche lui della compagnia circense, esasperando patetismi e goffaggini generali; e un corpo di ballo asfissiante che non ha lasciato tregua neanche nel finale, per un momento culmine come quello, privato inevitabilmente della sua adrenalina angosciante. Sono mancate la follia e lo scalpore di una vicenda surreale che dovrebbe vivere la burla soltanto come facciata inquietante, devastando ancora di più la condizione del protagonista, e non come azione meramente comica fine a sé stessa. Rimane, perlomeno, un’estetica piacevole che si attiene alla Cavalleria sul piano di alcuni dettagli e su quello dei costumi curati da Giada Masi, oltre al collegamento figurativo con la statua della Madonna che viene trasportata dalla Pasqua al Ferragosto (dunque l’Assunzione di Maria).

Andrea Battistoni per Pagliacci decide di sostenere un’esecuzione rigorosamente filologica, fedele alle notazioni musicali per il canto scritte nella partitura originale, diciture che lo stesso Leoncavallo all’epoca aveva sdoganato per aumentare l’enfasi, come nella frase finale di Un grande spettacolo a ventitré ore, che è frequente sentire spinta dai tenori fino a un Si poderoso; in questo caso, Canio mantiene il Mi nativo e semplicemente recitato. La concertazione complessiva per questa seconda parte di serata è, paradossalmente, meno incisiva ed esuberante della prima, con qualche discontinuità nelle dinamiche in alcune aperture sinfoniche. Molto centrato invece nel finale, dove ha prevalso una resa uniforme dell’orchestra, ottoni e timpani tra tutti, a chiudere con fervore.

Carlo Ventre è un Canio scarico, sia dal punto di vista interpretativo: flemmatico e senza un trasporto passionale, con fare alquanto passivo rispetto alla vicenda (ma queste potrebbero essere scelte registiche) che da quello vocale: sottotono, in difficoltà nel mantenere tenuta e ampiezza negli acuti, ruvidi e poco lineari. Probabilmente non in serata, poiché questo per lui è un ruolo storicamente di successo, e per questo motivo le aspettative erano alte. Interessante la scena in Vesti la giubba che vede un confronto diretto allo specchio con Peppe, che assume le sembianze simboliche del suo antagonista in amore, nonché incubo che dalla finzione scenica ha preso la forma della realtà (Arlecchino-Colombina). Qui Peppe gioca un ruolo psicologico particolare di amico-nemico, donandogli conforto e timore allo stesso tempo. Peccato che la sua presenza sia costante per tutta l’aria e sottragga quel senso di solitudine e disperazione in cui Canio dovrebbe essere avvolto.

Maria Teresa Leva, senza alcun segno di fatica per il doppio ruolo, costruisce una Nedda vigorosa, riuscendo a far distinguere del tutto questo personaggio da quello precedente, il che non era scontato. Nonostante Santuzza, per le sue corde, risulti un personaggio più adeguato, anche la sua Nedda sa il fatto suo, e la affronta con spiccata intensità e un caratteristico utilizzo delle mezze voci e dei filati. Calorosi e meritati applausi per lei, uscita con successo da una prova impegnativa che l’ha vista esprimere tutti i suoi pregi vocali, assieme a una sapiente duttilità interpretativa.

Fabián Veloz è un Tonio energico che reintegra un po’ di autorità nel dramma; vocalmente conferma questa potenza, ma senza esibire un colore particolarmente denso di armonici e con un vibrato instabile. Rodion Pogossov è un Silvio davvero goffo, anche lui carente di partecipazione drammatica, soprattutto nel finale; buono il suo timbro vocale nel duetto con Nedda.

Matteo Falcier con il suo Peppe ricopre bene le parti emotive nei momenti cruciali e realizza una serenata finale dal canto leggero e cristallino.

Un dittico che vede la Cavalleria rusticana nettamente vittoriosa, tra regia e cast, e un Pagliacci molto incerto, salvato dalle grazie di Maria Teresa Leva. Il pubblico del Regio, consapevole di questo, è apparso complessivamente soddisfatto, cogliendo i lati positivi di questa rappresentazione contrastante, che per fortuna ne ha riservati tanti, e che ci rimanda dall’altra parte del palco, nella realtà, a viverli.