Al Teatro Regio di Torino, per il Festival Verismo, La bohème di Ruggero Leoncavallo nella regia di Francesco Micheli, con Andrea Battistoni sul podio
Applausi e consensi da parte del pubblico che ha gremito platea e palchi del Teatro Regio di Torino.
In scena, nell’ambito del Festival Verismo, la graziosa e accattivante opera di Ruggero Leoncavallo, La bohème.
Un titolo che rimanda all’omonimo lavoro di Giacomo Puccini, che ha avuto più fortuna, ma che sotto alcuni aspetti non sovrasta la composizione dell’autore napoletano, a sua volta conosciuto dai più per aver scritto quella perla del repertorio operistico mondiale che è Pagliacci.
La bohème di Leoncavallo viene rappresentata quindi per la prima volta, e con pieno successo, al Regio. A differenza di Puccini, il musicista napoletano tiene in maggior considerazione il testo da cui trae il libretto, ossia il romanzo Scènes de la vie de bohème di Henri Murger.
Per citare alcuni episodi narrati nel libro e messi in musica, si può ricordare innanzitutto la scena iniziale dell’opera con Gaudenzio, proprietario del Caffè Momus, adirato con i bohémien per il comportamento che tengono nel locale. Inoltre hanno il giusto spazio in Leoncavallo i personaggi di Eufemia, la compagna di Schaunard, il viscontino Paolo e soprattutto Barbemuche, il ricco intellettuale che osserva con un misto di ammirazione e sana invidia al Caffè i bohémien, decidendo infine di chiedere loro di accettarlo nella combriccola. Per conquistarli, si offrirà di pagare a Gaudenzio il conto al posto degli squattrinati giovani. Ma è la Mimì di Leoncavallo a somigliare del tutto alla donna descritta da Murger.
Puccini la dipinge come la quintessenza della persona romantica, dolce, sensibile, ma nel romanzo Mimì sa quello che vuole: va bene l’amore, ma non rifiuta il lusso e la possibilità di fare la bella vita e fugge via con Paolo (fuga solo accennata da Puccini: “Un moscardino di Viscontino le fa l’occhio di triglia”).
Il regista dello spettacolo torinese, Francesco Micheli, ha conferito molta importanza a Colline, il filosofo del gruppo.
Nella Bohème canta pochissimo, è un personaggio quasi marginale, ma Micheli lo trasforma in una sorta di narratore quasi sempre presente sul palcoscenico (a inizio recita la sua presenza precede l’alzata del sipario). Non invecchia, Colline, a differenza degli amici, che appaiono a partire dal terzo atto avanti negli anni ma, elegantemente vestito, compare spesso intento a rovesciare una clessidra che tiene tra le mani. Nel quarto atto poserà a terra un piccolissimo alberello di Natale, ai piedi del quale Mimì, sfiorandolo, esalerà l’ultimo respiro. Il tempo corre, non si può fermare, e i quattro atti della Bohème indicano il passaggio da una stagione all’altra: primavera, estate, autunno, inverno.
Si tratta delle stagioni dell’esistenza: dalle illusioni alle delusioni, dal vigore alla debolezza, dalla vita alla morte. Perita Mimì, in conclusione, è calata sullo sfondo del palco una emblematica tela su cui è raffigurato un teschio al centro, un tulipano in un vaso, a sinistra, e una clessidra a destra. La scenografia, curata da Davide Signorini, è essenziale, rende l’idea di trovarsi di fronte a un libro aperto a metà, sulle cui pagine i cantanti raccontano la propria storia.
A dirigere l’Orchestra del Regio il maestro Andrea Battistoni. Nel complesso, positiva la prestazione di tutti gli interpreti.
Ottimo il Marcello del tenore Matteo Lippi. Padrone di sé, dalla voce sicura e tonante, “pennella” una prestazione “da incorniciare”, soprattutto nel terzo atto, durante il confronto-scontro con Musette.
E proprio Musette, messa in vita dal mezzosoprano Anna Goryachova, seduce con l’aria Mimì Pinson, la biondinetta, uno di quei motivi che, appena entra nella testa dello spettatore, fatica a essere dimenticato.
Il baritono Alessandro Luongo è un energico ed efficace Rodolfo che colpisce anche sul piano recitativo, quando si mostra vecchio e stanco e non ha nemmeno la forza di avvicinarsi alla morente Mimì.
Mattatore della scena il baritono Simone Del Savio. Il suo Schaunard, disegnato da Murger e Leoncavallo, è tra i personaggi più in vista e non delude le attese. Del Savio sa prendersi la scena e mostra un timbro vocale ben definito, colorato ed estremamente efficace.
Il soprano Francesca Dotto veste i panni di Mimì ed è abile a presentare la sfortunata fiorista nella duplice veste di amante della vita e di sofferente destinata alla morte. Mancano arie degne di tal nome, ma la voce di Dotto sa accarezzare e scuotere a seconda delle circostanze, mantenendo sempre desta l’attenzione degli astanti.
Nota di merito per il sempre efficace tenore Roberto Covatta, che impersona il ruolo del portinaio Durand. Dalla voce precisa, calda e squillante, riesce a conferire simpatia al suo personaggio, ben interpretato anche sul piano recitativo.
Il cast è completato dal sempre bravo Matteo Peirone (Barbemuche), da Pablo Gálvez (Il visconte Paolo), Manuela Custer (Eufemia), Manuel Pierattelli (Gaudenzio), Nicola Pamio (Un becero), Adrian Autard, artista del Regio Ensemble (Il signore del primo piano), Daniela Valdenassi (La vecchia), Alessandro Agostinacchio (L’impiegato), Caterina Borruso (La moglie dello speziale), Alejandro Escobar (Lo speziale), Ilaria Lucille De Santis (Prima figlia dello speziale), Roberta Garelli (Seconda figlia dello speziale).
Infine, uno dei momenti più belli della recita. Durante il secondo atto il Coro del teatro, disposto in sei file, si colloca in platea e canta, assieme ai protagonisti rimasti sul palcoscenico, l’inno della bohème.
Le luci in sala si accendono, il pubblico partecipa alla festa della bellezza, della giovinezza.