Recensioni - Opera

Da Mantova al mondo nel segno di Verdi

Intervista ad Eleonora Buratto, in vista del suo imminente triplice appuntamento con tre profili verdiani culminanti con Desdemona, il prossimo 7 dicembre, alla Scala di Milano.

C'è un filo che unisce Mantova, Verdi e la Scala. Un filo fatto di geografie culturali, di memoria musicale e di percorsi artistici che, talvolta, riportano alle origini anche quando la carriera si sviluppa sui più importanti palcoscenici internazionali. Per Eleonora Buratto si apre una stagione particolarmente significativa. Il soprano mantovano sarà infatti protagonista di un impegnativo itinerario verdiano che la vedrà confrontarsi nei prossimi mesi, con alcune delle figure femminili più intense e complesse del repertorio del compositore di Busseto, in un ideale percorso che attraversa tre grandi capitali della musica: Parma, città simbolo dell'universo verdiano, dove Buratto è attesa per il Requiem al Festival Verdi; San Francisco, una delle realtà operistiche più prestigiose degli Stati Uniti, che la vedrà nei panni di Amelia nel Simon Boccanegra; e Milano, dove il cammino culminerà il prossimo 7 dicembre con il debutto alla Scala come Desdemona nell’Otello, titolo che occupa un posto speciale nella storia del teatro milanese e nella stessa parabola creativa di Giuseppe Verdi. Abbiamo incontrato il soprano di Sustinente per chiederle di questo triplice appuntamento con il genio di Busseto, del significato di debuttare in uno dei ruoli più attesi del repertorio e del rapporto tra identità, maturità artistica e tradizione operistica.

Mantova e il territorio che la circonda vivono da sempre in una sorta di dialogo naturale con la figura di Verdi. Oggi, da artista affermata sulle principali scene internazionali, quanto forte è ancora quel legame culturale e identitario con la sua terra quando affronta un ruolo verdiano?

Cantare Verdi ti fa sentire sempre quel legame al quale lei fa cenno ma estenderei il concetto e parlerei di un legame che sento come profondamente italiano. Certo, Mantova è fondamentale, siamo fortunati a vivere la vicinanza geografica con le terre verdiane e quella storica con Monteverdi e Verdi, l’arco perfetto della lirica.

Guardando alla ragazza che studiava canto a Mantova, che effetto le fa ritrovarsi oggi a interpretare alcune delle più grandi eroine di Verdi nei teatri più prestigiosi del mondo?

Tenerezza quando penso alla ragazza di Sustinente. Lo sa che sono cittadina onoraria del paese dove sono nata e che mi hanno anche dato le chiavi della città? E, ancora, orgoglio. Ma, soprattutto, consapevolezza della responsabilità e dell’onore.

Per una cantante nata e cresciuta a pochi chilometri dai luoghi verdiani, interpretare queste figure femminili rappresenta una responsabilità particolare?

Direi di no, l’arte ad un certo livello deve volare libera ed essere percepita dal pubblico come ben fatta. La vicinanza geografica e culturale deve essere sedimentata, alimentando le radici.

Le tre opere che si accinge ad affrontare appartengono a momenti diversi della produzione verdiana. Se dovesse individuare un filo rosso che le collega, quale sarebbe?

Il loro essere verdiane al mille per mille. Il Requiem mi commuove per la profondità del suo significato e l’omaggio così sentito a Manzoni. Boccanegra e Otello spalancano le porte alla modernità, anche grazie ai libretti geniali di Boito.

Guardando alle tre opere nel loro insieme, ha l'impressione di attraversare anche tre diverse stagioni del pensiero di Verdi sulla donna e sul destino? Che cosa le raccontano, lette una accanto all'altra, sul compositore e su sé stessa come interprete?

Il soprano nel Requiem deve essere ad esclusivo servizio dello stesso, siamo parte di un progetto e di un dialogo con il sacro e l’eterno che trascendono le nostre stesse persone. Sento molto la responsabilità di esprimermi ai massimi livelli vocali pur facendo parte di un’opera corale. Amelia e Desdemona sono due personaggi di bellezza vocale e verità drammaturgica assolute. Verdi amava le donne delle sue opere, le esaltava dal punto di vista teatrale e psicologico, facendole nobili protagoniste anche quando la vicenda teatrale le vuole co-protagoniste.

Verdi è spesso ricordato come il compositore delle grandi passioni, ma anche come uno straordinario indagatore dell'animo femminile. Che cosa raccontano queste tre protagoniste della visione della donna che emerge nel suo teatro?

Raccontano la visione musicale di uno dei maggiori geni della musica, inserite in meccanismi teatrali perfetti. Trovo riduttivo fermarci alla psicologia di Amelia e Desdemona senza metterla in relazione con gli altri personaggi delle rispettive opere.

Parma, San Francisco e Milano rappresentano tre modi diversi di vivere Verdi: la tradizione, la dimensione internazionale e il teatro che più di ogni altro ne custodisce l'eredità. Che viaggio artistico e umano si aspetta da questo percorso?

Un viaggio nel nome di Verdi, in due luoghi verdiani fondamentali e in un teatro d’opera – quello di San Francisco – che ama Verdi come l’ama il pubblico internazionale e in particolare americano, cioè con commovente partecipazione.

Otello occupa un posto speciale nella storia della Scala: è una delle opere che più identificano il rapporto tra Verdi e il teatro milanese. Che significato ha per lei debuttare come Desdemona proprio in questo contesto?

Straordinario, ovviamente. Ho debuttato come Desdemona al Liceu di Barcellona, poi l’ho cantata anche alla Bayerische Staatsoper. Due battesimi che hanno avuto la naturale evoluzione in quello della Scala e del 7 dicembre.

La serata inaugurale del 7 dicembre rappresenta un evento che travalica i confini dell'opera e diventa un fatto culturale nazionale. Come si affronta una responsabilità artistica di questa portata?

La si può affrontare solo sapendo quello che lei ha appena detto: è la prima delle prime, che ha un significato che va oltre una normale apertura di stagione. Esserne consapevoli ti permette di affrontarla nella giusta maniera, sapendo che anche il pubblico delle recite successive ha il diritto di avere il massimo da noi artisti.

Desdemona arriva alla fine del percorso creativo di Verdi. È una figura molto diversa dalle grandi eroine romantiche della giovinezza del compositore: meno enfatica, più umana, più vera. È anche questo uno degli aspetti che la affascina?

Sì. Shakespeare, Boito e Verdi, un trio delle meraviglie per delineare una figura femminile che spezza il cuore di chi la interpreta e quello del pubblico, muovendo il sentimento della compassione.

Nella sua carriera ha interpretato molte eroine del repertorio italiano. Dove colloca Desdemona nel suo percorso artistico e umano?

In una mappa ideale, al centro. Nel mio percorso umano, in alto a causa degli interrogativi che la sua figura femminile apre ma non chiude. In quello artistico lo dirà il pubblico dopo le recite alla Scala.

Molti interpreti raccontano che, entrando alla Scala, si percepisce quasi fisicamente il peso della storia. Quando pensa al suo debutto in Otello, prevale l'emozione, il senso di responsabilità o l’impazienza di trovarsi in quella situazione che, per un interprete, è tra le più importanti della vita?

Dico la verità, questo senso meraviglioso di sentire il senso della storia io già lo conosco visto che mi sono esibita varie volte alla Scala. Questa volta sento di più l’emozione di essere pedina importante di un Otello molto atteso per tutti i motivi che conosciamo. E mi auguro di godermi l’esperienza teatrale senza subire troppo le pressioni esterne.

La prossima stagione vedrà alla guida della Scala il sovrintendente Fortunato Ortombina, anch'egli mantovano. Crede che storie come la sua e quella di Ortombina possano rappresentare un incoraggiamento per i giovani musicisti e cantanti del territorio mantovano?

Mantova ha una storia secolare con l’opera e una tradizione didattica e formativa straordinaria. I giovani musicisti hanno già grandi ispirazioni, a partire da quell’Orfeo che ha cambiato la storia della musica partendo proprio da Mantova. Certo, mi fa piacere essere contatta da giovani cantanti che mi dicono “sono di Mantova come te, spero di fare bene…”. Glielo auguro di cuore, sapendo sulla mia pelle che il talento può nascere a tutte le latitudini.