L’ultima partitura wagneriana ha trionfalmente debuttato alla Semperoper
Una tradizione che accomuna la maggior parte dei teatri d’opera tedeschi vuole che durante il periodo pasquale in cartellone non possa mancare il Parsifal di Richard Wagner, motivo per cui in questi giorni ha debuttato alla Semperoper di Dresda una nuova produzione di questo titolo con la regia di Floris Visser e sul podio il Direttore Principale Daniele Gatti.
Partitura dalla realizzazione estremamente complessa, Parsifal, che l’autore definì “Sacra rappresentazione”, rifiutando a priori la definizione di “opera”, contiene una molteplicità di simboli che aprono ad infiniti livelli di lettura. In essa infatti convivono temi quali il peccato, la redenzione, intesa sia come salvezza personale che salvezza del mondo, la ribellione, con conseguente rinuncia alla sessualità, la seduzione, il rapporto madre-figlio. Oltretutto questi ultimi in una sorta di cortocircuito poiché è la stessa Kundry che rivela a Parsifal di sua madre Herzeleide nella scena preparatoria al bacio con l’intenzione di farlo cedere prima alle sue lusinghe. A ciò si aggiunge il fatto che l’azione sulla scena è ridotta al minimo; non a caso il personaggio con la parte più lunga è Gurnemanz il cui compito è quello di raccontare tutto quello cui non assistiamo.
Di fronte a questa sfida Visser sceglie l’attualizzazione, ambientando la vicenda ai giorni nostri nell’abbazia diroccata di San Parsifal -scene di Frank Philip Schlöß- ispirata all’abbazia di San Galgano, che dista una manciata di chilometri da quel Duomo di Siena che per Wagner era la perfetta raffigurazione della Sala dei cavalieri del Graal. Le rovine adesso sono diventate un’attrazione turistica ma anche luogo di pellegrinaggio, in cui si incontrano infermi accuditi da suore infermiere, giovani ambientalisti che ambiscono ad un mondo meno inquinato e Kundry, prostituta alla ricerca di tranquillità e pace interiore. Motore della vicenda è un ragazzino in gita, il bravissimo Leander Wilde, sempre in scena per tutta la durata dello spettacolo, che, ispirandosi ad un libro che ne narra le vicende, diventa una sorta di doppio di Parsifal, che infatti entrerà in scena vestito come lui -costumi di Jon Morell- e lo accompagna nel suo percorso di salvezza dell’umanità. I cavalieri del Graal sono dei monaci che ancora vivono all’abbazia, probabilmente dimentichi del loro voto di mansuetudine dato che se non fosse per l’intervento di alcuni agenti in tenuta anti sommossa aggredirebbero Parsifal reo di avere ucciso il cigno, mentre la scena della rievocazione dell’ultima cena è sostanzialmente una messa con tanto di eucarestia distribuita a tutti i presenti, preceduta da una serie di video di guerra e inquinamento durante il cambio di scena.
Per quanto riguarda le lunghe parti dedicate al racconto il regista sceglie di illustrarle in modo pedissequo, scivolando però nell’eccesso di didascalismo. Assistiamo quindi sullo sfondo alla seduzione di Amfortas ed al suo ferimento con la lancia, ad una proiezione del Graal da cui esce sangue, ogni volta che questo fenomeno viene citato, a tutta la scena mimica di Gamuret ed Herzeleide con tanto di raffigurazione della capanna nel bosco. Suona un po’ eccessiva la via crucis che sfila in scena dopo il mancato amplesso con Kundry, a sottolineare l’identificazione Parsifal-Cristo, mentre l’autocastrazione a proscenio di Klingsor con tanto di roncola rasenta il grottesco.
Efficace la scena delle fanciulle fiore: suore-infermiere che non esitano a rimanere in lingerie, mentre Kundry si presenta in abito da madre superiore con spacco inguinale e tacchi alti. Peccato però per la scena precedente in cui gli armigeri che difendono il giardino di Klingsor dopo essere stati trafitti a morte da Parsifal si rialzano ed escono di scena sulle proprie gambe. Una cosa che a teatro non si può vedere e che si ripete poco dopo con Herzeleide che prima muore e poi se ne va a braccetto con Gamuret.
Il finale in cui compaiono manifestanti con cartelli inneggianti alla pace ed all’ambiente risolve in modo coerente il messaggio che si era prefissato il regista e che precedentemente forse non era emerso in modo così netto, mentre suona inutile ripresentare il cadavere di Klingsor appeso ad un traliccio. Che fosse morto si era già ampiamente capito alla fine del secondo atto quando si era dissolto in una nuvola di fuoco.
In sostanza uno spettacolo che, al di là di qualche soluzione discutibile, può vantare una drammaturgia solida e un eccellente lavoro sugli interpreti e sulle masse che agiscono con grande efficacia ed altrettanta presenza scenica.
Ma il vero motivo di interesse di questa nuova produzione era costituito dalla presenza sul podio di Daniele Gatti che, dopo una pausa di 13 anni, torna su Parsifal alla testa della Staatskapelle Dresden che, oltre ad essere una delle più antiche e più prestigiose del mondo, fu per un quinquennio diretta dallo stesso Wagner.
Quella di Gatti è una lettura estremamente analitica, attentissima agli equilibri sonori, in cui anche i pianissimi sono pieni ed intensi ed ogni momento è carico di espressività e di tensione in un continuo fluire che non conosce momenti di cedimento. Sono moltissimi i momenti in cui l’attenzione si focalizza su un passaggio, senza che questo però suoni mai come manierismo, ma al contrario, esalti la resa musicale. Straordinari ad esempio i timpani sulle parole di Titurel, così impalpabili eppure così presenti, oppure la sensualità che sgorga dall’orchestra nelle battute che precedono il bacio.
Tutti miracoli resi possibili dall’intesa con una compagine magnifica di cui si apprezzano le trasparenze degli archi, il caldo impasto dei legni e la luminosità mai troppo ostentata degli ottoni.
Di notevole livello il cast a partire da Eric Cutler, un Parsifal in cui la componente eroica e quella più introspettiva convivono in perfetto equilibrio. Il timbro è solido, la voce è ben proiettata ed il personaggio risulta carismatico in particolare nella scena che chiude il secondo atto. Anche la complessa relazione con il suo doppio-ragazzino è gestita con grande efficacia.
Michèle Losier tratteggia una Kundry inquieta, combattuta tra la sua ricerca di redenzione e l’obbedienza a Klingsor. Magnifica la sua scena di seduzione nel secondo atto in cui, oltre alle doti di grande fraseggiatrice, sfoggia una solida linea di canto ed acuti svettanti. Georg Zeppenfeld è un Gurnemanz esemplare. Timbro pieno e corposo al servizio di un lavoro impeccabile su ogni singola parola che viene scolpita in funzione espressiva. Oleksandr Pushniak è un Amfortas macerato nel suo dolore dalla vocalità importante, Scott Hendricks un Klingsor incisivo ma mai eccessivo nella sua crudeltà, mentre le battute di Titurel sono affidate ad un grande del teatro wagneriano quale Albert Dohmen.
Validissima la schiera dei comprimari e straordinaria la prova del coro grazie al quale musica e spiritualità sembrano fondersi in un unicum inscindibile.
Successo trionfale per tutti gli artefici della parte musicale con una standig ovation -meritatissima- per Gatti e la Staatskapelle, mentre applausi misti a dissensi, questi ultimi a mio avviso non del tutto giustificati, hanno accolto il regista ed i suoi collaboratori.