Al Teatro Carlo Felice di Genova piovono meritati applausi per tutti gli interpreti della prima di Tosca.
Gli elementi a favore dello spettacolo sono molteplici. Il noto allestimento del Teatro dell’Opera di Roma, ispirato al lavoro di Adolf Hohenstein, che curò i bozzetti originali delle scene e i figurini dei costumi in occasione della prima rappresentazione assoluta di Tosca, che avvenne proprio a Roma il 14 gennaio 1900, colora di bellezza il palcoscenico.
I tre atti sono ambientati rispettivamente all’interno della chiesa di Sant’Andrea della Valle; nella lussuosa camera privata di Palazzo Farnese, dove Scarpia consuma un lauto pasto e lotta soccombendo contro i demoni che alterano la sua coscienza; a Castel Sant’Angelo, luogo infelice per molti condannati che hanno da attendere non la libertà, bensì l’esecuzione capitale. La regia di Alessandro Talevi è ripresa da Anna Maria Bruzzese, luci di Vinicio Cheli.
A guidare l’orchestra del teatro ligure è il Maestro Giuseppe Finzi, che dirige con equilibrio accompagnato da una forte partecipazione. La partitura di Puccini rivive in tutta la sua eleganza e ricchezza timbrica. Quando le voci dei diversi strumenti suonano insieme, per sottolineare un passo importante della vicenda, il pathos cresce e il pubblico “assorbe” in maniera attiva e consapevole delle emozioni che davvero solo poche opere riescono a trasmettere.
Il ruolo di Tosca è affidato a Carmen Giannattasio, costretta ad un debutto anticipato di sette giorni per colmare la defezione di Anastasia Bartoli. Il soprano irpino non delude le attese e si cala adeguatamente nel ruolo della donna gelosa, passionale e impulsiva che porta in scena. L’interpretazione dell’aria “Vissi d’arte” è commovente e molto sentita dall’artista stessa, che viene gratificata dal caloroso riconoscimento degli astanti.
Il tenore Giorgio Berrugi è un Cavaradossi concreto ed essenziale e quando si lascia andare, rapito dalla bellezza delle melodie che canta (un esempio è fornito dalle arie “Recondita armonia” e dalla celebre “E lucevan le stelle”), riesce a comunicare un messaggio che va dritto al cuore degli spettatori. Deliziosi i duetti con Giannattasio.
Scarpia è impersonato dal baritono statunitense Lucas Meachem. La sua voce a tratti sembra priva di quel mordente necessario alla caratterizzazione del personaggio attorno al quale, in fondo, ruota lo svolgimento della storia. Le movenze, invece, e le espressioni del viso dai tratti irrigiditi esprimono magnificamente i turbamenti, i desideri incresciosi ed i propositi malvagi che adombrano la mente del “suo” barone.
A completare il cast della prima Luca Tittoto (un esuberante Cesare Angelotti), un buonissimo Fabio Maria Capitanucci (Il Sagrestano), Manuel Pierattelli (il suo Spoletta è tutt’altro che un personaggio secondario), Franco Cerri (Sciarrone), Loris Purpura (Un carceriere), Maria Guano (Un pastorello).
Il cast alternativo debutta sabato 12. Anche in questo caso la prova degli interpreti incontra il pieno consenso del pubblico. Il teatro è gremito, tra gli spettatori vi è qualcuno che si concede il bis, dopo aver presenziato il giorno precedente.
Nei panni di Tosca il soprano Valentina Boi. L’artista toscana domina offrendo una prestazione di livello. Perfetta negli acuti, abile a padroneggiare una voce che risuona colorata di armonici. Funziona bene in coppia con il tenore Carlo Ventre (Cavaradossi).
Ventre mostra una vocalità vigorosa, adatta a descrivere le connotazioni caratteriali del suo personaggio. Si nota soltanto un ricorso a tratti eccessivo del vibrato, anche in contesti dove è forse bene che la semplicità espressiva prevalga sull’esibizione di acclarate abilità tecniche. L’interpretazione dell’aria “E lucevan le stelle” è il grido della sofferenza di un uomo che ricorda i momenti di passione trascorsi con la donna amata e che solo a pochi istanti da una morte annunciata comprende la vera bellezza della vita. Ventre raccoglie applausi, qualcuno gradirebbe una replica.
Tocca ad Ivan Inverardi vestire i panni di Scarpia. Convince il baritono bresciano dalla voce dal timbro scuro e corposo. Egli è padrone del palcoscenico nel “Te Deum”, una tra le pagine di musica più belle scritte da Puccini, sostenute da un testo dove il sacro si fonde con il profano e con le sofferenze interiori di Scarpia, cattolico apparentemente fedele e convinto, ma logorato da una passione che lo porterà a cantare, mentre si avvicina la processione con il Santissimo Sacramento in bella mostra: “L’uno al capestro, l’altra fra le mie braccia”, e poco dopo una frase più emblematica: “Tosca, mi fai dimenticare Iddio”.
Completa il cast alternativo John Paul Huckle (Cesare Angelotti), Roberto Conti (Un carceriere), Angelica Battarino (Un pastorello).
Una menzione speciale al Coro e al Coro di voci bianche, diretti rispettivamente dai Maestri Claudio Marino Moretti, e Gino Tanasini che hanno offerto al pubblico un “Te Deum” indimenticabile e spettacolare. Molto bravi i giovani coristi anche in una delle precedenti scene del primo atto in compagnia del Sagrestano (“Tutta qui la cantoria!”)
Ultime considerazioni. Il dipinto della contessa Attavanti, a cui Cavaradossi lavora con dedizione, mostra una donna dal viso angelico, con le bracca incrociate sul petto, lo sguardo rivolto in alto. Sembra la Vergine santa. Ai suoi piedi è raffigurato, però, un teschio umano, lugubre elemento da non sottovalutare in quanto sarà proprio la morte a “dare il bacio” a Tosca e Cavaradossi, i due sfortunati amanti.
Inoltre, ucciso Scarpia, Tosca spegne tutte le candele presenti nella stanza, ma restano due lumi che vengono sistemati uno alla destra e uno alla sinistra del cadavere. Cala il buio, simbolo della notte che valica l’intimo della donna, spinta ad un gesto terribile per salvaguardare la propria moralità. Vi è un crocifisso su un inginocchiatoio, che viene posto sul defunto. Giannattasio, mani tremanti, glielo lancia in pieno petto. La sua Tosca è fortemente scossa. Boi, invece, lo accompagna delicatamente vicino al cuore dell’esanime.
Differenze tra le due artiste anche per ciò che concerne la scena del suicidio di Tosca: Giannattasio fissa il vuoto e si lascia andare, Boi, statuaria, cade all’indietro, sfidando con lo sguardo gli uomini di Scarpia.
Infine, una considerazione su Spoletta che non è un burattino manovrato da Scarpia, ma un personaggio che prova forte odio nei confronti di Cavaradossi e lo manifesta in alcune occasioni come al secondo atto, quando Scarpia ordina di cessare i maltrattamenti nei riguardi del pittore, ed egli agita nervosamente le braccia mostrando evidente dispiacere per la decisione imposta.
E ancora in conclusione: Tosca si getta nel vuoto e Spoletta si dirige lentamente verso il cadavere di Cavaradossi puntandogli l’indice contro con un’espressione facciale di disprezzo e soddisfazione. Può calare il sipario.