Il balletto Jeu de cartes di Stravinsky e l’opera Amelia al ballo di Menotti incantano Verona
Riprende la stagione d’opera al Teatro Filarmonico di Verona, in cui la Fondazione Arena ha l’occasione e la lungimiranza artistica di presentare una serata con due rare preziosità: il balletto Jeu de cartes di Igor Stravinsky e l’opera buffa Amelia al ballo di Gian Carlo Menotti.
Si tratta di un dittico inedito e poco frequentato. Entrambe le composizioni sono degli anni trenta del novecento ed ebbero il loro debutto a breve distanza l’una dall’altra. Ottima scelta per la Fondazione Arena, che in questo modo alterna il grande repertorio operistico estivo con proposte raffinate e di grande interesse.
Il breve balletto di Stravinsky appartiene alla stagione più classica del compositore russo naturalizzato francese. La messa in scena è piacevole e ben delineata, curata per luci, scene e costumi interamente da Filippo Tonon. Nel cast spicca il ballerino ospite Davide Buffon, che impersona il Jolly delle carte, contornato dalle ballerine del corpo di ballo: Emma Castellani, Giorgia Giacon, Michela Mazzoni, Cecilia Pacillo, Giorgia Ricciardi, Giordana Roberto, Vittoria Silluzio e Rebecca Testa. La scena è simbolica, i costumi sfavillanti e colorati. Una partita a carte sulle ali della danza, con una coreografia rigorosa e classicheggiante di Matteo Levaggi.
Una sorpresa e una riscoperta è l’incantevole opera buffa Amelia al ballo, prima opera matura di Gian Carlo Menotti, presentata nel 1937 a Filadelfia.
La trama è semplice quanto spassosa e richiama con una certa nostalgia la belle époque con i suoi fasti e le sue feste. Evanescente quanto improbabile, la vicenda evoca il turbinio comico dei vaudeville di Georges Feydeau, ma anche la slapstick comedy dell’emergente cinematografia americana.
Amelia vuole andare al ballo e niente potrà impedirlo, meno che mai il classico marito geloso che scopre la tresca amorosa della moglie con il vicino del piano di sopra, drudo che puntualmente entrerà dalla finestra al momento sbagliato. Porte che sbattono, “Cielo, mio marito!”, folla attirata dal chiasso e, nel finale, l’arrivo della polizia. Amelia parodia certe situazioni assurde tipiche della commedia da boulevard, tanto da farsi alla fine accompagnare al famigerato ballo dallo stesso ufficiale di polizia, lasciando il marito tramortito e l’amante arrestato. C’è tutto in questa farsa che gioca apertamente con gli stilemi della farsa stessa e dell’opera lirica. Su libretto dello stesso Menotti, è costruita su un ritmo parossistico e con numerose citazioni musicali che l’autore si diverte a spargere qua e là. Non manca ovviamente l’ironia musicale e di situazione, con personaggi spinti all’eccesso, arie che ricalcano noti modelli operistici, pose tragiche che fanno il verso a Verdi, finali concitati che ricordano Rossini. Non ultima la scelta di organizzare la partitura in pezzi chiusi, riprendendo di fatto in modo quasi beffardo la tradizione ottocentesca, innervata però con una musica che raccoglie tutti i dettami del modernismo di inizio novecento. Veramente un gioiello, una bella scoperta.
Filippo Tonon qui dà il suo meglio, organizzando la scena in un grattacielo americano in stile liberty con tanto di ascensore ovviamente guasto. Spassose gag su e giù per una tromba delle scale che sembra infinita, azzeccati raddoppi dei personaggi tanto che nei momenti più concitati ci sono addirittura tre Amelie in scena. Il tutto costruito con la perizia e il rigore del teatro di prosa, costumi appropriati e scintillanti, ma soprattutto una minuziosa cura della recitazione, che rende l’opera sempre fruibile, chiara, intelligibile e spassosa.
Tutti fanno il loro: cantano e recitano in modo esatto, comunicativo e pertinente. Splendida l’Amelia di Eleonora Bellocci, un talento comico puro e adamantino, supportata da una voce duttile, sonora e svettante. Incanta per aderenza al personaggio, canto facile e sicuro, divertimento e spigliatezza scenica da soubrette consumata. Molti e meritati applausi per lei.
Ottimo anche il Marito del baritono Gëzim Myshketa, dalla voce chiara e ben impostata, a suo agio scenicamente. Delicato ed evanescente l’Amante di Leonardo Cortellazzi. Completano con efficacia il cast Ana Victoria Pitts, Nicolò Donini, Manuela Schenale e Alessandra Andreetti.
Francesco Ommassini dirige con precisione e attenzione l’orchestra della Fondazione Arena di Verona. Puntuale e incisivo come sempre il coro diretto da Roberto Gabbiani.
Vivo successo e applausi calorosi nel finale.
Raffaello Malesci (domenica 25 ottobre 2026)