Recensioni - Opera

Eleonora Buratto trionfa in Bohème all'Arena

Il soprano mantovano protagonista indiscussa del capolavoro pucciniano nell'anfiteatro veronese

Bohème è la giovinezza scapestrata e folle, il tempo davanti a sé che si crede infinito, la spavalda ingenuità di chi pensa di sconfiggere il freddo col calore di una candela. Ma soprattutto, Bohème sono i sogni, che Puccini comprime in una partitura che sembra divorarli pagina dopo pagina: vaporosa, mordace, spietata.

Opera atipica, per gli spazi e il pubblico dell’Arena, abituato alle più sontuose atmosfere di Aida – specialità areniana per antonomasia – e di Turandot, lo scorso 3 luglio Bohème ha trionfato alla sua prima recita di questa 103ª edizione del Festival grazie a un cast in cui svettava, luminosissimo, il nome di Eleonora Buratto.

Dieci anni di Mimì per il soprano mantovano, nato a Sustinente e ormai presenza stabile nei maggiori teatri del mondo, e il ritorno su un palcoscenico che l’ha vista muovere i primi passi. Ed ecco servita un’interpretazione che, sin dal suo annunciarsi, da quei timidi colpi alla porta di Rodolfo, trovava scavo e profondità, sincerità d’accenti e nobiltà di fraseggio, in una vocalità che per morbidezza, plasticità e naturale espansione del suono ammicca alle grandi Mimì del passato senza indulgere alla nostalgia: la fragilità e la dignità della giovane ricamatrice rivelate in un canto che non rinunciava mai alla parola, alla sua intenzione, al suo peso teatrale. E se «Mi chiamano Mimì» trovava il suo centro in una disarmante semplicità espressiva, il quarto quadro era una lezione di misura, di pudore e di controllo del fiato, dove ogni sfumatura sembrava nascere direttamente dal testo.

Accanto a lei, di ben diversa temperatura emotiva, Yusif Eyvazov delineava un Rodolfo vocalmente prestante ma decisamente lontano dalla trepidante personalità dell’appassionato scrittore. La voce, sonora e generosa, affrontava senza difficoltà le richieste del ruolo, ma la linea di canto tendeva spesso a irrigidirsi, privilegiando l’emissione di forza rispetto al legato e alla varietà dinamica. Un Rodolfo spigoloso, monolitico, poco a suo agio in quel gioco di seduzione, di maliziosa innocenza e di improvvisa vulnerabilità che alimenta il nascere dell’amore.

Decisamente più equilibrata, nel quartetto degli amanti, la coppia che vedeva un autorevole Mihai Damian a cospetto di una strepitosa Francesca Pia Vitale. Damian tratteggiava un Marcello impulsivo ma sempre musicalmente disciplinato, mentre Vitale firmava una Musetta di notevole intelligenza scenica: seducente senza essere leziosa, brillante senza sconfinare nel macchiettismo, capace di restituire le complesse sfaccettature del suo personaggio, dalla civetteria del valzer alla sincera compassione dell'ultimo atto.

Completavano il cast con inappuntabile efficacia il Colline di Alexander Roslavets, protagonista di una "Vecchia zimarra" composta e nobile, lo Schaunard vivace e puntuale di Jan Antem e i malcapitati Benoit e Alcindoro, ben caratterizzati dai solidi Nicolò Ceriani e Gianfranco Montresor. Un applauso particolare al coro di voci bianche A.LI.VE., istruito da Paolo Facincani, protagonista di un secondo quadro vivace e perfettamente calibrato.

In buca, ad assecondare con pari sapienza e mestiere l’incalzante sequenza degli eventi, era la bacchetta di Francesco Lanzillotta, al suo debutto areniano. Una conduzione più attenta allo sguardo complessivo dell’arco drammatico che al cesello del dettaglio, ma capace, nei momenti salienti, di far emergere dall’Orchestra della Fondazione Arena quei colori e quei profumi che fanno di Bohème molto più di una semplice opera sentimentale. Lanzillotta privilegiava la fluidità narrativa, lasciando respirare la città, il trascorrere delle stagioni, il rumore della vita quotidiana ancor prima dei suoi personaggi.

Applausi anche alla regia di Alfonso Signorini, altro debuttante sul palcoscenico areniano, per un’operazione di maniera ma complessivamente funzionale a traghettare i luoghi dell’opera negli spazi monumentali dell’anfiteatro. Nelle scene di Juan Guillermo Nova, coadiuvate dalle luci di Paolo Panizza, immense tele dipinte con scorci parigini – caffè, viali alberati, facciate illuminate dalla luce obliqua dei lampioni – facevano da fondale a una soffitta costruita in vetro e ferro battuto che, come una casa di bambole, si offriva interamente allo sguardo del pubblico. Mimì, che vive al piano superiore, origlia la chiassosa goliardia dei giovani inquilini, scende al momento opportuno e inscena il piccolo stratagemma del lume; poi tutti si ritrovano al Café Momus, probabilmente il quadro scenicamente più riuscito dell'allestimento, con un colpo d'occhio di grande efficacia e una gestione convincente delle masse. Più che uno scandaglio, un veloce colpo di pennello.

Ma, per sognare, bastavano le voci. Buratto tornerà nei panni della dolce ricamatrice il prossimo 11 luglio. Poi, senza di lei, impegnata a Madrid in Trovatore e a Torre del Lago in Tosca, questa Bohème proseguirà il suo percorso il 17 e il 25 luglio. Chi può, non perda questa Mimì.