Recensioni - Opera

Genova: Primo e secondo cast de Il Trovatore

A distanza di sette anni ritorna Il Trovatore di Giuseppe Verdi al teatro Carlo Felice di Genova

L'allestimento è quello della fondazione del 2019, con la regia di Marina Bianchi. Interessante la sua idea di concepire l'opera come una grande serie televisiva, con i continui cambi di intreccio, con minimi spostamenti di gradi e con i personaggi che ritornano. Lo spettacolo efficacemente narrativo, passa da un ambiente a un altro grazie ad un impianto fisso che girando su sé stesso offre possibilità e visioni dello stesso dramma, attraverso momenti più intimi ed esterni più maestosi tra torri, prigioni, castelli, piazze di paese.

Tutto è dominato da un cielo plumbeo, esplosivo, con nuvole tempestose, in un ambiente selenitico velato, dove l'oscurità (e qualche volta il fuoco) avvolge le diverse scene curate da Sofia Tasmagambetova e Pavel Dragunov, che si occupano anche dei validi costumi, di taglio quasi seicentesco. Incisive le luci di Luciano Novelli, ben realizzate le scene di combattimento (maestro d’armi Corrado Tomaselli).

A guidare l'Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova c'era il maestro Giampaolo Bisanti. Una direzione come sempre impeccabile, netta, vibrante che ha saputo cogliere tutte le agogiche della partitura (eseguita con i consueti tagli). Con gesti curati e i tempi staccati correttamente, riesce a far emergere sia l'ardente passione, che il desiderio di vendetta, tra momenti di grande delicatezza ed altri più sanguigni e concitati. Bisanti inoltre crea un ottimo rapporto tra buca e palcoscenico, seguendo con cura i cantanti e valorizzando le varie sezioni orchestrali che brillano di limpidezza e precisione.

Maestoso e compatto il coro del Teatro diretto dal maestro Claudio Marino Moretti. Si è apprezzata la potenza di "Vedi! le fosche notturne spoglie" e "Or co' dadi, ma fra poco", ma anche la delicata solennità in "Ah!... se l'error t'ingombra".

La recita del 22 gennaio vedeva in scena il secondo cast.

Manrico era interpretato dal tenore Samuele Simoncini. La voce ampia, vigorosa e il timbro eroico gli permettono di affrontare con sicurezza il ruolo, che meriterebbe però più rifiniture e un maggiore controllo nell'emissione. Emerge bene specialmente nei momenti più trascinanti come la pira (abbassata di mezzo tono, cioè in si).

Iwona Sobotka ci restituisce una Leonora veramente credibile, con una voce uniforme nei registri, sicura negli acuti, corposa nel registro medio-basso, curata nel fraseggio ed una presenza scenica molto passionale. Particolarmente riuscita l'aria "D'amor sull’ali rosee” eseguita con delicati pianissimi e pregevoli filati.

Bravissima anche Chiara Mogini nell'impegnativa parte di Azucena. Il timbro si è irrobustito, specialmente in basso con un colore bronzeo, mentre il passaggio al registro acuto rimane sempre agile. Convincente "Stride la vampa", ben sostenuto il racconto "Condotta ell'era in ceppi", quasi sognante il terzetto "Giorni poveri vivea".

Daniele Terenzi ha sostituito l'indisposto Leon Kim con professionalità. Il suo conte di Luna ha voce chiara e garbata, manca però l'estensione e i giusti accenti per eseguire al meglio l'aria del secondo atto. Più centrata invece la cabaletta "Per me ora fatale". Mastodontico il Ferrando di Fabrizio Beggi che con voce profonda, autorevole e timbrata, ha scandito con scioltezza le insidiose semicrome del terrificante racconto iniziale.

Applausi a tutti gli interpreti da parte di un pubblico formato da parecchie scolaresche che hanno seguito con attenzione l'intera opera.

Per l'ultima recita in programma (23 gennaio) ritorna il primo cast.

Fabio Sartori domina il personaggio di Manrico con la consueta classe ed un timbro affascinante. La voce è squillante, potente, ben proiettata, che sa piegarsi con morbidezza a sussurrate sfumature come nell’aria “Ah sì ben mio". Energico nel duetto "Mal reggendo all'aspro assalto", "Di quella pira" (anche qui eseguita in si) è quanto mai baldanzosa, di rara intensità il finale.

Erika Grimaldi da soprano lirico abituato a Puccini, trova qualche difficoltà con la tessitura del drammatico d'agilità, specialmente nel registro grave come dimostra il "Miserere". C'è comunque da ammirare un canto raffinato, con un pregevole controllo dei fiati che trova nei momenti melanconici il massimo splendore.

Clémentine Margaine è senza ombra di dubbio un'Azucena di riferimento. Il mezzosoprano infatti affronta una delle figure verdiane più intriganti con una voce sempre controllata, imponente nei gravi, corposa nei centri, sicura in acuto. L'interpretazione è veramente di altissima qualità (struggente "Condotta ell'era in ceppi"), carica di pathos, di riscatto, ma anche di tenerezza.

Il conte di Luna trova in Ariunbaatar Ganbaatar l'interprete ideale. Il baritono si sta affermando sempre di più come una delle voci più interessanti e lo dimostra il suo timbro nobile, pastoso, duttile, dove unisce un adeguato fraseggio e una limpida dizione. Splendida l'aria “Il balen del suo sorriso” scolpita con grande classe e sicurezza. Simon Lim tratteggia un ottimo Ferrando con voce cavata, robusta e un'autorevole presenza scenica. Da segnalare anche l'Ines della bravissima Irene Celle e il valido Ruiz di Manuel Pierattelli. Completavano il cast Maurizio Raffa (Un messo) e Loris Purpura (Un vecchio zingaro).

Pubblico caloroso che ha riservato ovazioni per Sartori, Margaine, Ganbaatar e Bisanti.

Il Trovatore è una delle opere più difficili da eseguire, però infiamma ancora gli animi e continua ad essere una delle opere più amate dai melomani, perché in quelle pagine di grande bellezza, troviamo tutto il magico universo verdiano.

Marco Sonaglia (Teatro Carlo Felice-Genova 22 e 23 gennaio 2026)