Musica e spettacolo ad alti livelli all’Opera Carlo Felice di Genova
D’altronde, se nel cast figurano Clémentine Margaine, Erika Grimaldi e Fabio Sartori, senza voler sminuire gli altri artisti del cast, il risultato di prestigio è scontato.
A dirigere l’Orchestra del Carlo Felice il Maestro Giampaolo Bisanti, che guida gli strumentisti e gli interpreti con precisione, puntualità e meticolosità, non disdegnando di accompagnare spesso coro e cantanti intonando le rispettive parti.
La regia è curata da Marina Bianchi, scene e costumi di Sofia Tasmagambetova e Pavel Dragunov. Sul palcoscenico troneggia un enorme castello, che viene fatto ruotare da una pedana mobile mostrando le sue varie facce che mutano in base all’evolversi della narrazione: si passa dalla torre con le sentinelle, che sorvegliano il territorio dall’alto, alla cappella e alla prigione, con un inquietante scheletro in una gabbia sospesa a mezz’aria. C’è anche il ponte levatoio e non mancano le corde per impiccare i dissidenti.
Il cast. Erika Grimaldi presenta una tenerissima Leonora. Elegante e raffinata, il soprano piemontese evidenzia le sue doti tecniche (“Di tale amor”) ed espressive (“Miserere d’un’alma). Padrona assoluta della scena nella parte iniziale del quarto atto (deliziosa la sua “D’amor sull’ali rosee”, cantata seduta spalle alla colonna), Grimaldi porta in vita un personaggio che ha un’anima, che seduce e commuove.
Fabio Sartori si conferma tenore di assoluta affidabilità. Il suo Manrico, il trovatore, è un uomo appassionato e sincero. Merita gli applausi ricevuti l’esecuzione della cabaletta “Di quella pira”, che smaschera un’esplosione vocale volutamente esagerata, ma padroneggiata e perfettamente ritmata. La voce di Sartori si piega con sapienza all’ampia gamma dei sentimenti umani che dalla gioia di un amore ricambiato possono sconfinare nella più sfrenata gelosia.
Il Conte di Luna è il baritono mongolo Ariunbaatar Ganbaatar. Calato a perfezione nel ruolo, colpisce con il canto sentito e partecipato dell’aria “Il balen del suo sorriso”, nel secondo atto, che suona come una tra le più nobili dichiarazioni d’amore che possano essere custodite nel profondo del cuore. Il Conte odia la zingara Azucena e nei momenti di scontro tra i due (“Che fu?”), come pure nel duello con Manrico (“Di geloso amor sprezzato”, nel trio che conclude il primo atto), Ganbaatar esibisce una vocalità priva di ogni fascino sdolcinato, ma sovrastante e robusta.
Clémentine Margaine è una meravigliosa Azucena. Il mezzosoprano francese fa innamorare il pubblico ligure sin dalla sua comparsa in scena, al secondo atto, con il brano a tempo di valzer “Stride la vampa”. Margaine porta in dote una voce possente, colorita, penetrante. Ascoltarla si traduce in un’esperienza che può riconciliare gli animi inquieti e donare pace e piacere interiore. Anche nella struggente “Sì, la stanchezza mi opprime”, a colloquio col figlio acquisito Manrico, ogni singola nota cantata dall’artista francese è comunicazione di sentimenti, di vita.
Da segnalare la brava Irene Celle (Ines) e Simon Lim (Ferrando). A completare il cast Manuel Pierattelli (Ruiz), Antonio Mannarino (un messo), Roberto Conti (un vecchio zingaro).
Impeccabile il coro dell’Opera Carlo Felice, preparato come sempre dal Maestro Claudio Marino Moretti. Assai piacevole l’esecuzione del noto brano degli zingari, in apertura di secondo atto, “Vedi! Le fosche notturne spoglie”.
Ancora nel secondo atto, quando in scena ci sono gli zingari e Azucena, al centro del palcoscenico, leggermente spostato a destra, figura un braciere dal quale scaturisce, flebile, una fiamma. Il fuoco serve per riscaldare, ma è anche la rivisitazione di un ricordo mai sopito per Azucena, che per errore aveva consegnato alla morte, inavvertitamente, il proprio vero figlio, bruciandolo. Un fuoco divampante e ardente compare poi, proiettato su uno schermo in fondo sala, nel momento in cui il Conte di Luna decide di condannare a morte Azucena.
Alla fine del terzo atto, inoltre, quando Leonora è in cappella, orante dinanzi ad una statua di Maria Immacolata, un grande colpo d’occhio è offerto dalla divisione del coro femminile (le suore) e maschile (gli uomini belligeranti), posti rispettivamente alla sinistra e alla destra dal punto di vista degli spettatori. Anche l’effetto acustico che scaturisce è eccellente, così come la riflessione sull’esistenza di due realtà, quella del bene e quella del male, forze eternamente contrapposte ed in lotta tra loro.