Una produzione deliziosa che unisce l’antico mondo veneziano con la realtà
Si entra in sala e il sipario è aperto, verrà chiuso solo alla fine dell’opera: questa scelta registica dà subito il senso di piazza e ci porta immediatamente nell’ambiente veneziano: con i mimi che si aggirano oltre il palcoscenico ci si trova noi stessi nel Campiello, in mezzo alle baruffe e ai maneggi per maritar le figlie.
Il compositore Ermanno Wolf-Ferrari nasce a Venezia nel 1876, padre pittore bavarese August Wolf e madre veneziana Emilia Ferrari. Da ragazzo si interessa di musica e pittura, poi sceglie la musica. L’opera Il Campiello è del 1936 e la prima esecuzione avviene al Teatro alla Scala l’11 febbraio. Ermanno Wolf- Ferrari aveva già musicato opere in veneziano tratte dalle commedie di Goldoni, lingua e città a cui era molto legato e questa stesura musicale, essendo del 1936, riprende la musica degli autori dell’800 e del primo novecento come Wagner per l’uso degli ottoni molto incisivo, Verdi, soprattutto Falstaff e Otello, Rossini, Donizetti, l’Elisir d’amore, e Mascagni, Cavalleria Rusticana. Si può dire che con quest’opera il compositore fa una sorta di “ritorno all’ordine” tra le scritture musicali dell’800 e quelle del 900, essendo composta principalmente da ariosi senza recitativi, con qualche parte recitata come si usava per l’opera buffa.
Il regista Federico Bertolani, assistito da Barbara Pessina, ha visto il campiello come una piazza aperta dove i dieci protagonisti dialogano dai balconi per poi finire le loro scaramucce o riconciliazioni in piazza. Ha evidenziato che la piazza è sempre attuale aprendo il fondale e facendo comparire personaggi di varie epoche storiche, dal doge per arrivare al MOSE e a una moderna nave da crociera, con il coro che scende dalla nave e si mischia ai protagonisti nel campiello come turisti con le loro valige, macchine fotografiche e borse degli acquisti. Le scene di Giulio Magnetto sono molto semplici ma ben delineate, con le case che si affacciano sul campiello, le paratie per l’acqua alta, il tutto costruito con colori chiari a evidenziare la luce che sempre viene emanata in questi luoghi dalle persone che vi abitano. I costumi di Manuel Pedretti sono di ottima fattura e molto colorati, ogni protagonista ha un abito di un particolare colore che lo distingue dagli altri.
Le luci di Claudio Schmid sono come sempre equilibratissime, con dei chiaroscuri nei momenti in cui si apre il fondale per evidenziare un’epoca storica con un fermo immagine dei protagonisti, che stanno nella stessa posizione fino alla riaccensione delle luci.
Tutti i personaggi cantano in veneziano, tranne il Cavalier Astolfi e lo zio “barba” Fabrizio dei Ritorti che sono “foresti”, venendo da Napoli, e quindi cantano in italiano. Il Coro diretto da Patrizia Priarone è stato poco impegnato, ma ogni suo intervento è stato come sempre esemplare: canta la prima volta in buca e sale sul palcoscenico solo nel finale dell’opera.
Il direttore era il Maestro Francesco Ommassini che è stato attentissimo ad equilibrare i vari strumenti dell’orchestra, soprattutto le parti dei fiati e degli ottoni nei momenti più drammatici dell’opera.
Bravissimi tutti i cantanti, sia vocalmente che scenicamente: sono sati capaci di caratterizzare i personaggi senza scadere nel ridicolo. Iniziamo da Gasparina interpretata da Bianca Tognocchi.
Gasparina fa la sofferente all’ambiente del campiello, si sente superiore alle popolane, ma alla fine si rende conto di appartenere anche lei a quel mondo ed intona, insieme a tutti i protagonisti e al coro, in maniera molto intensa l’aria finale “L’addio a Venezia”, musica melanconica che evidenza la malinconia di Gasparina nel lasciare questo multiforme mondo pieno di cicaleccio e di vita.
Le due madri sono interpretate da 2 tenori. Donna Cate Panciana era Leonardo Cortellazzi e Donna Pasqua Polegana, era Saverio Fiore: entrambi stupendi nel definire le scaramucce e gli intrighi per maritare le loro figlie allo scopo di liberarsene, per poi potersi sposare loro.
Bravissime Gilda Fiume in Lucieta e Benedetta Torre in Gnese, le due ragazze in cerca di marito, anzi, con già due uomini che vorrebbero sposare, ma che uno perché geloso e l’altro perché timido, fanno fatica a realizzare il loro sogno.
Altrettanto simpatici e magnifici Paola Gardina che interpretava Orsola, la mamma di Zorzeto, Matteo Mezzaro in Zorzeto, Gabriele Sagona in Anzoleto, Biagio Pizzuti in Il Cavaliere Astolfi, Marco Camastra in Fabrizio dei Ritorti. Il non parlare esplicitamente di tutti i protagonisti è perché sono stati tutti così eccellenti che sarebbe un ripetere gli stessi aggettivi per ognuno.
Uno spettacolo veramente di grande classe e di puro divertimento, una gioia essere stati in teatro e aver potuto godere di questa splendida musica. Un pomeriggio da ricordare.