Recensioni - Opera

Il destino insegue Carmen nella messa in scena di Damiano Michieletto

Applausi lunghi e convinti al termine della recita di Carmen al Teatro alla Scala

Una nuova produzione del capolavoro di Georges Bizet, realizzata dalla Scala in co-produzione con The Royal Opera, Covent Garden, London, Teatro Real, Madrid.

La regia di Damiano Michieletto rivela spunti che prendono vita dalla fervida fantasia dell’autore veneziano. Egli sceglie di ambientare l’intera vicenda nel Far West, il palcoscenico è spoglio eccezion fatta per ciuffi d’erba incolta disseminati un po’ dappertutto. Sulla pedana mobile posta al centro della piazza deserta è collocata una capiente stanza che assume una funzione diversa in ciascuno degli atti dell’opera: nel primo è la stazione di polizia, nel secondo un night club, nel terzo una specie di prefabbricato che ospita la refurtiva dei contrabbandieri, nel quarto il camerino dove il torero si prepara alla corrida. pedana rotea quasi continuamente mostrando, di volta in volta, quanto avviene sia fuori che all’interno del locale. Elemento cruciale nella narrazione è rappresentato da una figura vestita di nero, col capo ricoperto da un velo, che appare a Carmen in alcuni momenti per mostrarle una carta da gioco che preannuncia il destino che attende la ribelle donna. Appena Carmen se la ritrova davanti, dopo aver cantato l’Habanera, reagisce male e le tira contro una sedia per poi inseguirla, inviperita. Quando la sventurata verrà uccisa, la figura luttuosa apparirà per l’ultima volta facendo scivolare a terra la carta che racconta del compimento di una storia tragica e luttuosa.

Curiosità. I ragazzini voluti da Michieletto sono una baby gang che si avventa contro il distributore di bevande affiancato alla stazione di polizia, forzandolo e svuotandolo. Il brano “Avec la garde montante” viene quindi cantato dai bravissimi membri del Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala, diretto da Brunella Clerici, stringendo in mano la lattina di bibita (l’altra mano sarà utile per impugnare una pistola giocattolo). Ancora, Micaëla non è solo la dolce e tenera ragazza che vuol richiamare don José ai suoi doveri di figlio, ma dimostra una personalità capace di gesti forti: durante il terzo atto si impadronisce di un fucile e lo punta contro alla gente, decisa a compiere una strage che, fortunatamente, non avviene. La madre di don José, inoltre, esiste ma non si vede: quando il figlio legge la lettera, la voce dell’anziana risuona per alcuni istanti, concreta, reale. Possessiva o commovente? Altro elemento da menzionare è dato dalla colorazione delle luci, curate da Alessandro Carletti, ridotte al minimo, a simboleggiare le trame del tetro disegno di un racconto che celebra il trionfo della morte. Scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti, drammaturgia di Elisa Zaninotto.

Coinvolgente la direzione dell’Orchestra milanese da parte del Maestro Myun-Whun Chung, che a partire dalla prossima stagione 2026/27 sarà il Direttore musicale della Scala. Chung è esperienza, solidità, conoscenza e capacità. Sin dalle prime note del Preludio si comprende che la sua direzione sarà spavalda e consistente. Solo nell’ Habanera e nella successiva Seguidilla i tempi di essa sembrano leggermente dilatarsi portando Clémentine Margaine a rallentare il canto per restare ancorata agli strumentisti.

Ottima la prova del cast formato da artisti di assoluto rilievo ed indiscusse qualità.

Clémentine Margaine si conferma la deliziosa Carmen già ammirata in altri teatri. Il mezzosoprano francese ha il piglio giusto per inscenare un personaggio tanto complesso. Il canto è sublime, colorato, sicuro. Nessuna incertezza, solo talento.

Vittorio Grigolo, tenore, è un eccellente don José. Voce poderosa, agile, calda che l’artista controlla con abilità. Il don José di Michieletto soffre schiacciato dal dualismo tra due forze opposte: il desiderio di abbandonarsi alla passione con Carmen e l’inflessibilità delle regole morali imposte e rappresentate dalla madre. Dal contrasto emerge il dramma interiore del personaggio, raccontato efficacemente da Grigolo con un canto che fa dell’espressività il suo punto migliore.

Escamillo rivive nel basso Giorgi Manoshvili. Non alla prima esperienza nell’interpretazione del torero, l’artista gli conferisce carattere e grinta. L’ambizione di dominio, sottomissione e conquista (delle donne come dei tori), si esprime attraverso un canto energico, scuro e tonante.

A mantenere alto il tasso qualitativo degli interpreti le bravissime Sarah Dufresne, soprano (Frasquita) e Marine Chagnon, mezzosoprano (Mercédès). Il loro ingresso in scena non passa inosservato: le voci sono ovviamente diverse per caratteristiche di estensione, ma entrambe risultano precise, squillanti e gradevoli. Le due artiste, con la loro recitazione intensa e accurata, non sono delle comprimarie, ma rientrano nel novero dei personaggi principali.

La Micaëla di Natalia Tanasii è ben distante dal modello di ragazza bionda dal vestito celeste che sembra uscire da una fiaba, ma è una donna come tante altre. Mora, veste in camicia e gonna lunga, indossa stivaletti bassi, porta gli occhiali, non le manca la treccia. Nel terzo atto la si vedrà tenere al collo la corona del Rosario. Tanasii presenta un personaggio coraggioso, all’apparenza più determinato ad obbedire alle richieste della madre di don José che a rintracciare l’uomo che evidentemente ama. Il canto è sognante, le stupende melodie affidate alla sua voce, perfettamente interpretate, sono lo specchio nel quale si riflettono i sentimenti che soggiogano la vita di tutti, dall’amore alla paura, affrontata con la consolazione della fede.

Bravi nei rispettivi ruoli, infine, Pierre Doyen (Le Dancaïre), Loïc Félix (Le Remendado), Simone Del Savio (Moralès) e l’efficace Xhieldo Hyseni (Zuniga).