Recensioni - Opera

Il tutto e il niente di Traviata

Nuova produzione del capolavoro verdiano al Gärtnerplatztheater di Monaco di Baviera

Il secondo teatro d’opera della capitale bavarese ha inaugurato da poco una nuova produzione de La Traviata di Giuseppe Verdi. La regia è affidata a Isabel Ostermann, coadiuvata per le scene da Stephan von Wedel. Ai costumi Alfred Mayerhofer, coreografie di Alex Frei. Luci di Peter Hörtner e drammaturgia di Michael Alexander Rinz.

Il team creativo propone uno spettacolo vario e composito, non classico ma nemmeno contemporaneo, con un occhio per il costume ottocentesco nel primo atto e un finale quasi bohemien nel terzo; un improbabile giardino di cartapesta nel secondo, con tanto di cerbiatti impagliati. Non mancano alcuni moderni paparazzi, che, con macchine fotografiche anni settanta dotate di flash rumorosi e ben visibili, inseguono gli scandali di Violetta Valery.

Nella Traviata di Isabel Ostermann ci è parso di trovare il tutto e il niente di un’opera di grande repertorio: con slanci verso una messa in scena ironica e contemporanea in un’atmosfera però nel complesso statica, cupa e sostanzialmente classica.

Pare che il filo conduttore del “tutto” possa essere l’ironia: con un primo atto in costume, e la povera Violetta a tracannare champagne dalla bottiglia in piedi su una sedia. Un secondo atto con tre pini e cerbiatti finti accarezzati da Alfredo, che poi si perde ad allestire un picnic su una tovaglietta a proscenio. Un faro cala dall’alto e scimmiotta il sole, mentre Annina, invece di andare a Parigi come le è stato comandato, rimane ad ascoltare di soppiatto cosa accade in questa casa di poco di buoni. A seguire il coro di Zingarelle e Mattatori come in una scena schnitzleriana: in maschera e abito da sera. Mentre nel finale troviamo un Alfredo che si è contagiato con la tubercolosi di Violetta e tossisce vistosamente. Presto, si intuisce, seguirà l’amata nella tomba.

Poi però abbiamo anche il “niente”, fatto di pose sostanzialmente classiche, di tableaux vivant abbastanza triti e scontati. Mazzi di fiori maltrattati che si rincorrono fra il primo e il secondo atto. Costumi che passano dall’ottocento al solito cappotto grigio di Germont padre. Un medico che vagola per il palco leggendo lettere e spiando la scena fino a gag da avanspettacolo, come il commissionario che ruba la bottiglia di vino dal picnic abbandonato. Non manca nemmeno l’apparizione di Violetta bambina, idea già vista svariate volte.

Insomma il tutto si trasforma facilmente in niente e nell’insieme lo spettacolo passa senza lasciare il segno. Alla fine resta qualche impressione, qualche dubbio, la musica di Verdi. Tutto scompare in fretta nella notte bavarese.

Professionale il cast vocale su cui spicca il Giorgio Germont di Mathias Hausmann, baritono dalla voce potente e ben impostata, che si impone per volume e musicalità. Nel complesso volenterosa la Violetta Valéry di Jennifer O’Loughlin, che azzecca dei bei momenti nel finale, ma che ci è apparsa in difficoltà nelle ardue volute belcantistiche del primo atto. Non proprio in serata l’Alfredo di Lucian Krasznec, stentoreo nell’emissione e con qualche problema di intonazione.

Completano il cast: Anna Tetrashvili (Flora), Anna Agathonos (Annina), Juan Carlos Falcòn (Vicomte Gastone de Létorières), Jeremy Boulton (Baron Douphol), Holger Ohlmann (Marquis d'Obigny), Lukas Enoch Lemcke (Grenvil), Algın Özcan (Giuseppe), Aran Matsuda e Robson Bueno Tavares.

Rubén Dubrovsky dirigeva senza particolare piglio l’orchestra dello Staatstheater am Gärtnerplatz.

Teatro esaurito e pubblico prodigo di applausi fin troppo generosi nel finale.

Raffaello Malesci (Giovedì 4 Giugno 2026)