Recensioni - Opera

Intervista ad Annalisa Stroppa

Il celebre mezzosoprano è attualmente protagonista de La Favorite al Festival Donizetti 

Adalgisa, Fenena, Suzuki, recentemente una splendida Preziosilla al Festival Verdi di Parma. Sin dall’inizio di una carriera folgorante, la sua voce è chiamata a disegnare i profili di donne forti, spigolose, sfaccettate. Ora è la volta di Léonor de Guzman a cui Donizetti regala l’onore del riflettore centrale in La Favorite, ambizioso titolo che lo scorso18 novembre ha inaugurato il Donizetti Opera edizione 2022 con una Prima trionfale (ultima replica il prossimo 3 dicembre). Annalisa Stroppa è tutto questo e molto altro. L’abbiamo incontrata per farci raccontare qualche dettaglio di questo momento davvero magico.

Tornare a Bergamo, città che ha fatto da sfondo ad una parte della Sua formazione, da attesa protagonista in un titolo che rappresenta, per complessità ed ampiezza, una dichiarata sfida all’interprete. Come vive questo appuntamento e cosa rappresenta per Lei? La simbolica chiusura di un cerchio o l’ennesima tappa di un percorso in continuo divenire?

Entrambe le cose in realtà. La chiusura di un cerchio perché Léonor è un ruolo che ho sempre desiderato interpretare, pensi che la grande aria Oh mio Fernando (nella versione italiana) è stato il brano d'opera che ho presentato al mio diploma di canto anni fa, quindi sì, chiusura di un cerchio in questo senso sicuramente. Bergamo è la città dove ho frequentato gli studi universitari e mi sono laureata, parallelamente agli studi di Canto al Conservatorio di Brescia. Ricordo bene quando salendo in città alta passavo accanto al teatro e mi chiedevo se mai un giorno avrei potuto cantarci ed entrando poi nella Basilica di Santa Maria Maggiore passavo a rendere omaggio al grande Gaetano. Ecco il cerchio che si chiude con il debutto proprio qui Teatro Donizetti di Bergamo nella nuova produzione dell'edizione critica e integrale della partitura in lingua francese. È una tappa importantissima per me, in un percorso in continuo divenire. Mi auguro di poter interpretare nuovamente questa parte che trovo congeniale a me e che adoro sia vocalmente che dal punto di vista interpretativo. Mi auguro che quella di Léonor sia la prima di altre eroine donizettiane e romantiche delle quali mi piacerebbe vestire i panni.

Cantare Donizetti nei luoghi della vita del compositore. Ritiene che, Lei bresciana, questa comunanza di radici abbia favorito l’adesione alla scrittura e al pensiero del Maestro?
Cosa insegna, oggi, la Léonor a cui sta dando voce? Qual è il suo messaggio al nostro tempo?

Più che una questione di radici, in questo caso direi che l'adesione al pensiero donizettiano e alla sua scrittura sia un fatto di sensibilità artistica e di attinenza vocale. Certamente, dal punto di vista emotivo, pensare che le radici del grande Gaetano siano così vicine alle mie è emozionante. Un compositore immenso, un genio musicale assoluto, un lavoratore instancabile dal cuore buono.
Léonor è una Donna generosa e leale che sopravvive e agisce solo in nome dell’amore, un fiore che non riesce a sbocciare, una farfalla che non può volare in libertà, se non in una grande teca dorata, e non può posarsi sui fiori dai quali è attratta; un personaggio tormentato, dilaniato dal proprio amore impossibile. Questa sua incapacità a vivere i proprio reali sentimenti, dovuta anche alle convenzioni sociali e alla ragione di stato, la spegne poco a poco. In questo senso si tratta di un dramma moderno, a tratti scabroso, in cui l'unica via d'uscita appare la morte della stessa protagonista incastrata in una condizione e in un destino dai quali non riesce a sfuggire. Solo attraverso il sacrificio e la morte vedrà la luce e otterrà la pace. Léonor era completamente sola, senza alcuna via d'uscita, sopravvissuta solo in nome dell'amore, lottando fino a che non ha ottenuto il perdono grazie all'amore. La condizione della donna oggi fortunatamente è diversa, il messaggio dovrebbe essere quello di lottare per vivere la propria vita.

A dirigerLa in questa La Favorite è la bacchetta del Suo conterraneo Riccardo Frizza, direttore bresciano a sua volta recentemente applaudito in un intenso Simon Boccanegra, sempre a Parma. Una produzione, insomma, che sembra esaltare le squisitezze della filiera corta...

Amo la scrittura di Donizetti perché permette alla voce di esprimersi attraverso i canoni propri del belcanto ed è ricca di pathos emotivo. Poter dar vita al personaggio di Léonor con la direzione del maestro Frizza, grande esperto nel repertorio belcantista, è stato un piacere immenso. A livello espressivo lavorare con lui mi ha permesso di sviluppare ed esternare nel canto il mare di sentimenti insiti nell’animo della protagonista: amore, attesa, gioia, speranza, senso di colpa, ribellione, rabbia, tristezza, sgomento, costrizione, angoscia, pazzia, incredulità, delusione, rassegnazione, pace.

La Sua intensa attività La porta a rapportarsi continuamente con personalità differenti: cantanti, registi, compositori. A Suo avviso in un lavoro così particolare è più importante possedere una forte personalità o un’altrettanto spiccata duttilità e capacità di adattamento?

Duttilità e capacità di adattamento, pur mantenendo fede alla propria natura e personalità. L'opera è un lavoro di squadra, un concertare diverse componenti, è da questa idea che parto e che mi appresto al lavoro con direttore, regista e colleghi. Dopo la fase di studio per la preparazione della parte, ci si confronta con il team musicale e creativo durante le prove e confesso che amo questo processo perché è qui che si plasma il personaggio. Traduco poi queste idee piegandole alla mia sensibilità e personalità così da lasciare la mia impronta personale che ne renderà unica l'interpretazione. La fase creativa è uno degli aspetti che più amo e mi appassiona. Non potrei portare in scena qualcosa che non sento in prima persona, perché non sarei autentica. Il pubblico sente la verità ed è questa che va trasmessa. Quindi, generalmente mi lascio guidare dal direttore d'orchestra e plasmare dalle mani del regista purché le loro idee prendano forma nel rispetto della musica e del dramma e io mi ci possa rispecchiare e ritrovare. La genesi di un personaggio è un’operazione condivisa, soprattutto se si mette in scena una nuova produzione, che si basa sull’ispirazione del regista e sulla mia sensibilità nel raccoglierla e comunicarla.

Il prossimo 22 dicembre sarà nel cast del prestigioso Concerto di Natale alla Scala, protagonista della “Paukenmesse” di Haydn diretta da Pablo Heras-Casado. Una chiusura d’anno che sembra suggellare un momento particolarmente intenso nella Sua carriera.

Non potrei concludere questo anno artistico in modo più significativo. Per me poter cantare la Missa in tempore belli è un’emozione profonda perché questa messa traduce perfettamente l’angoscia dei popoli europei, è stata musicata da Haydn nel 1796, nel bel mezzo della campagna espansionistica di Napoleone.
La scelta di questa messa oggi è a mio avviso ancora più significativa perché gli squilli di trombe e rulli di tamburi ci riportano inevitabilmente alla situazione che il mondo attualmente sta vivendo: nonostante siano passati più di due secoli, la storia continua a ripetersi, sempre uguale a se stessa e sempre più drammatica: la guerra travolge ancora l’umanità, distruggendo popoli e portando dolore. La Missa in tempore belli diventa un messaggio di pace e preghiera dove l’invocazione finale “Dona nobis pacem” risuona ancor più forte. Un'altra volta l’Arte riesce a farci capire quanto sia orribile la guerra. Tutta la musica sacra è un inno assoluto ed eterno alla Pace.

In questi anni ha affrontato tanti debutti, interpretando tante diverse donne e vicende. Qual è il ruolo che in questo momento sente più vicino alla Sua personalità? Qual è stato invece un profilo al quale è stato più difficile accostarsi?

Premetto col dire che amo e sono affezionata a tutte "le mie creature". Ma in questo momento sceglierei proprio Léonor, la sto studiando e scoprendo con tutta me stessa da tempo, la vivo intensamente sul palcoscenico, condivido le sue emozioni, gioisco e soffro con lei, per lei in scena non sono più Annalisa ma Léonor, le do la mia anima. Il ruolo a cui è stato più difficile accostarmi è stato il primo en travesti, con il tempo e i tanti personaggi che ho interpretato, oggi mi diverto a vestire i panni maschili.

Nella costruzione della Sua consapevolezza di artista e di interprete, c’è una persona a cui sente di dover dire un grazie particolare per ciò che Le ha dato e insegnato?

Ci sono tante persone alle quali devo dire grazie, perciò esprimo un ringraziamento collettivo per quelli che hanno creduto in me sin dagli inizi e mi hanno sempre sostenuta.

C’è un rito, un gesto, un pensiero che compie prima di salire sul palco?

Niente di particolare, mi affido al Cielo, faccio il segno della croce e via!

Oggi la Sua vocalità è universalmente considerata tra le più interessanti della Sua generazione. Come si arriva ad una così rifinita padronanza dello strumento?

La ringrazio. Credo di aver intrapreso un percorso sano fatto di scelte giuste e ponderate di repertorio che di volta in volta hanno creato le basi sulle quali costruire i passi successivi. Mattonelle ben salde e piantate sulle quali poggiarne di volta in volta altre. Ho sempre ascoltato attentamente la mia voce, rispettandone i limiti e sviluppandone le possibilità, in base al suo evolversi nel tempo ho scelto con cura i nuovi ruoli da debuttare. Il rispetto per la mia vocalità, unito all'entusiasmo, alla passione, alla dedizione, costanza e studio mi permettono di gestire la mia voce con facilità. Conosco bene il mio strumento e me ne prendo cura, riesce sempre a stupirmi perché la voce, a differenza degli altri strumenti, con il passare del tempo matura, cambia con noi e proprio per questa sua unicità in lei si rispecchiano anche i miei vissuti, l'esperienza, la sensibilità. Insomma, si canta sì con la voce, ma con essa ci siamo tutti noi stessi, con la testa e il cuore.

Una collaborazione, produzione o recita che ricorda con particolare piacere?

Sicuramente quella che sto vivendo ora, questo debutto ne La Favorite che segna un traguardo importante nel mio percorso. Qui il mezzosoprano ha una tessitura molto estesa e difficile per varietà di fraseggio e per la tenuta, richiedendo la vocalità da soprano Falcon ma allo stesso tempo una voce calda e brunita.
Amo già alla follia Léonor. Durante la fase di studio ho vissuto con lei per tanti mesi, ho imparato a conoscerla e a provare le innumerevoli emozioni che Donizetti traduce magistralmente nella partitura. Ora le sto dando vita in un contesto qualitativamente superbo, in questo allestimento che grazie all’intelligenza creativa di Valentina Carrasco ha incantato. Penso per esempio allo struggente balletto affidato a un gruppo di donne anziane, ex favorite del re, un momento di teatro di profonda bellezza. Ma tutto il team creativo si è rivelato in stato di grazia, rendendo questa produzione indimenticabile.

Quanto tempo rimane ad Annalisa, una volta smessi gli abiti di scena?

In realtà non molto, perché sin dai miei esordi ho avuto la fortuna di lavorare a pieno ritmo. Il canto coinvolge e condiziona completamente la mia vita ma non potrei farne a meno. È la mia vita, la mia missione, perciò sono felice. Tuttavia, poiché non siamo macchine da guerra ma persone, è necessario periodicamente “staccare la spina”. È importante ascoltare il proprio corpo che suggerisce quando c’è bisogno di rallentare il ritmo, concedendosi sani periodi di riposo fisico e vocale.