Recensioni - Opera

L’acqua lega le tre anime del Trittico

Al Teatro Pergolesi di Jesi Paul-Émile Fourny firma un allestimento simbolico e unitario, sul podio Stefano Vignati

Il Teatro Pergolesi di Jesi inaugura la stagione con un’opera mai eseguita e difficile da vedere nella sua interezza: Il trittico di Giacomo Puccini.

Composto tra il 1912 e il 1918, il ciclo doveva inizialmente riprendere in ciascuna opera una delle tre cantiche della Divina commedia di Dante; alla fine solo Gianni Schicchi manterrà questa caratteristica.

La nuova produzione, che viene dall’allestimento dell’Opéra-Théâtre de l’Eurométropole de Metz del 2016, vede la regia di Paul-Émile Fourny.

Le scene e le luci, efficaci e perfettamente funzionali, sono di Patrick Méeüs, gli interessanti costumi di Giovanna Fiorentini.

Il regista ha scelto un unico concetto, con una messa in scena estremamente simbolica, dove le tre opere condividono lo stesso impianto scenico, circondato dall’acqua, vero elemento di unione.

Nel Tabarro troviamo il ponte mobile di legno sulle acque della Senna, con in lontananza la cattedrale di Notre-Dame in un’atmosfera cupa, nebbiosa, notturna.
Michele è interpretato da Massimo Cavalletti, che costruisce bene il suo personaggio, rendendolo torvo al punto giusto, grazie a una presenza scenica di forte impatto. La voce scorre piena, sicura, proiettata. L’aria Nulla, silenzio è scandita con attenzione, al netto di qualche forzatura nell’acuto finale.
Alessandra di Giorgio ha voce con eccessivo vibrato, però gestisce bene le salite in acuto e gli affondi nei gravi. È credibile la sua Giorgetta e recitata con grande passione.
Convincente il Luigi di Giulio Pelligra, dalla voce non troppo estesa, che trova nel registro medio la sua dimensione ideale. Emerge bene nell’appassionato duetto con Giorgetta.
Elena Antonini costruisce una Frugola sognante e rassegnata dal timbro scuro, sonoro e ben emesso.
Ottimi anche il Talpa sofferto di Stefano Gennari e il Tinca squillante di Riccardo Liberatore.
Completano il cast i due amanti Isabella Gilli e Alessandro Pucci, che interpreta anche un venditore di canzonette.

In Suor Angelica la scena è ancora più spoglia, francescana nella sua povertà, dove il bianco dei vestiti talari si fonde con quello delle nuvole in cielo.
Ritroviamo Alessandra di Giorgio, che riesce a immedesimarsi nel personaggio con una carica espressiva ricca di pathos sia nella romanza Senza mamma sia nel finale Ah, son dannata!, attraverso una voce compatta, ma a volte spigolosa negli acuti.
Notevole la zia principessa di Arlene Miatto Albeldas, vestita completamente di nero, con una pasta vocale ambrata, che sa dare al canto il giusto peso, accento e dinamiche contrastate.
Da segnalare le belle voci di Aloisa Aisemberg (la badessa), Elena Antonini (la suora zelatrice), Francesca Maionchi (suor Genovieffa), Louise Guenter (suor Dolcina), Roberta Sollazzo (la maestra delle novizie). Chiudono la locandina Isabella Gilli (suor Osmina), Debora Simonetti, Elisa Luciani (le cercatrici), Laura Tomasucci (la novizia), Midori Namikawa, Alina Khalilova (le converse).

Gianni Schicchi è ambientato in un appartamento di rigattiere tra bauli impolverati, armadi, vecchie armature, stampelle, una voliera e ovviamente il letto del morituro, con alcune gag simpatiche come quella del cadavere di Buoso Donati trasformato in una specie di marionetta o l’idea di usare un microfono da crooner con una finta orchestrina jazz.
Massimo Cavalletti è uno Schicchi che nel look ricorda Sean Connery in Indiana Jones. Alla voce, come sempre possente, nitida, attenta alla parola, agli accenti, unisce una verve ben dosata, senza troppi eccessi.
Bravissima Francesca Maionchi, una graziosa e delicata Lauretta in stile pin-up. La voce dal timbro fresco e luminoso ci regala un O mio babbino caro di tenera bellezza e finezza nel fraseggio.
Giulio Pelligra è un Rinuccio dal canto limpido che nella dolce romanza Firenze è come un albero fiorito trova i giusti colori.
Molto amalgamati i numerosi parenti, che, oltre ad avere voci interessanti, le sostengono con una recitazione alquanto vitale, a cominciare dall’esplosiva Zita di Arlene Miatto Albeldas, poi Riccardo Liberatore (Gherardo), Louise Guenter (Nella), Mirta Belcecchi (Gherardino), Stefano Gennari (Betto di Signa), Kevin Baliviera (Simone), Giacomo Medici (Marco), Aloisa Aisemberg (la Ciesca).
Valido Alessandro Ceccarini come maestro Spinelloccio, infine Piersilvio De Santis (messer Amantio di Nicolao), Kevin Paoltroni (Pinellino), Samuele Lattanzi (Guccio) e i figuranti Yassine Barri, Valentina Fulvio, Renato Moiso, Paola Giorgi.

A dirigere la Form - Orchestra filarmonica marchigiana il maestro Stefano Vignati, che ha saputo con cura valorizzare le caratteristiche di ogni opera, dal verismo drammatico, inquieto e oscuro del Tabarro, passando per il misticismo di Suor Angelica, con i suoi momenti più raccolti e meditativi, fino ad arrivare alla sfavillante energia comica di Gianni Schicchi.

Sempre preciso e misurato il Coro Ventidio Basso di Ascoli Piceno, diretto dal maestro Pasquale Veleno, che emerge solenne nella parte finale di Suor Angelica.

Teatro non gremito, nonostante l’interessante e coraggiosa proposta, che, visti i calorosi applausi ai protagonisti, è stata alquanto gradita.

Prossimo appuntamento 30 e 31 ottobre con Don Pasquale di Gaetano Donizetti.

Marco Sonaglia (Teatro Pergolesi-Jesi 9 ottobre 2026)