Recensioni - Opera

L’altra Bohème tra gioia e malinconia

Al Teatro Regio di Torino Andrea Battistoni dirige la rara Bohème di Ruggero Leoncavallo nella regia di Francesco Micheli

Il Teatro Regio di Torino presenta anche quest’anno un cartellone estremamente interessante e concentrato sull’evidente volontà di affrontare canali tematici non solo attraverso il semplice e banale accostamento di titoli ma piuttosto tramite approfondimenti costanti e ben diversificati in un significativo contesto. L’obiettivo della parte iniziale della corrente stagione lirica aveva dunque come oggetto il verismo, uno dei movimenti più affascinanti e discussi della storia del nostro teatro musicale, attraverso la presentazione di cinque titoli che, chi più chi meno (la pucciniana Bohème sta molto stretta in questa compagnia), ne siglano i contorni.

Parlando della Bohème di Ruggero Leoncavallo presentata in questi giorni occorre subito sottolineare che si tratta di un titolo assai poco popolare e intorno al quale si discorre soprattutto a proposito delle polemiche che ne accompagnarono la scrittura, che si svolse in aperta guerra con quella di Giacomo Puccini, accusato (per dirla in due parole) prima di aver copiato l’idea al collega e successivamente di averlo bruciato sul tempo (la prima dell’opera di Puccini precede di poco più di un anno quella del collega napoletano). In qualunque modo le cose siano realmente andate, certo le due composizioni non possono essere minimamente paragonate in quanto (a parte l’essere tratte entrambe da Scènes de la vie de bohème di Henri Murger) ben poco hanno in comune.

La partitura di Leoncavallo appare infatti tesa a delineare il ritratto di un’epoca e a descriverne vizi e virtù attraverso le pennellate accese e mosse della Scapigliatura che ne tratteggiano i primi due atti, dove molto viene concesso al racconto d’ambiente e poco ai caratteri, che il libretto delinea certo con ampie e colte citazioni ma che sembra concentrarsi ed esaurirsi in questo. Saranno soprattutto il terzo e il quarto atto a offrire invece il destro al miglior Leoncavallo, molto più a suo agio a contatto con una forma di comunicazione più diretta e viscerale dei sentimenti (Testa adorata).

Quella del compositore campano resta dunque una significativa partitura da ascoltare con estremo interesse, tenendo bene a mente però la sua radicale diversità dall’omonima pucciniana, dove caratteri e sentimenti emergono con vivida immediatezza dalla buca orchestrale senza bisogno di presentazioni.

Il regista Francesco Micheli per questa produzione torinese decide di giocare su due temi centrali e contrastanti quali la componente visiva dinamica e coinvolgente propria della giovane età (secondo atto) e il trascorrere del tempo, reso particolarmente evidente nel terzo e nel quarto atto, dove tutti i personaggi a parte Colline (visto con acuta intuizione quale filosofo e dunque chansonnier senza tempo intento a declamare strofe a ogni schiudersi di sipario) si presentano invecchiati.

All’interno di un palcoscenico (scene Davide Signorini) delimitato con estrema semplicità da un doppio velario a ritagliare uno spazio essenziale in cui si apriranno diverse soluzioni scenografiche (secondo atto), la regia di Micheli, in stretta sinergia con le scelte drammaturgiche di Michele Panella, si muove alla ricerca di una sua definizione caratteriale (in realtà molto affidata ai divertenti costumi di Giada Masi, che nei primi due atti attingono alle tinte e alle atmosfere delle nature morte di fiori che giganteggiano nel primo), che trova poi miglior sviluppo nella seconda parte dell’opera quando, giocando il jolly, sposta l’azione nella platea del teatro stesso coinvolgendola nella festa bohémien del secondo atto.

Interessante il cast impegnato in palcoscenico.

Il Marcello disegnato da Matteo Lippi evidenziava un timbro dal bel colore, unito a un’attenta sensibilità espressiva che lo portava a tratteggiare il suo personaggio con una precisa definizione emotiva (Testa adorata).

Molto bene anche Alessandro Luongo che valorizzava attraverso un’equilibrata combinazione di canto e intensità il personaggio di Rodolfo.

Ottima sotto ogni aspetto la raffinata interpretazione di Simone Del Savio che quale Schaunard (carattere tra i più felici qui tratteggiati da Leoncavallo) trasmetteva, tramite un canto sempre espressivo e teatrale, quella strana miscela di gioia e malinconia così propria della gioventù di ogni tempo e tinta caratteristica del personaggio.

Francesca Dotto disegnava una Mimì misurata tanto vocalmente quanto scenicamente, mentre non sempre a suo agio sembrava Anna Goryachova quale Musetta.

Imperniato su di una verve sempre disinvolta e trascinante si poneva il furbesco Barbemuche schizzato a china da Matteo Peirone.

Francesco Salvadori quale Colline esibiva, oltre all’apprezzabile vocalità (anche come chansonnier), una teatralità meditata e intrisa di sobrio carisma. Molto bene anche Roberto Covatta (Durand), Manuela Custer (Eufemia), Manuel Pierattelli (Gaudenzio) e Pablo Gálvez (Il visconte Paolo).

Completavano il cast Nicola Pamio (Un becero), Adrian Autard (Il signore del primo piano), Daniela Valdenassi (La vecchia), Alessandro Agostinacchio (L’impiegato), Caterina Borruso (La moglie dello speziale), Alejandro Escobar (Lo speziale), Ilaria Lucille De Santis (Prima figlia dello speziale) e Roberta Garelli (Seconda figlia dello speziale).

Molto bene il coro del Teatro Regio diretto da Gea Garatti Ansini.

Andrea Battistoni alla guida dell’orchestra torinese dava una lettura sofisticata e sottile di questa partitura mettendo in evidenza le raffinatezze presenti attraverso una calibrata e diversificata tavolozza cromatica.

Anteprima giovani gremita e applausi entusiastici a tutti gli interpreti e al direttore.

Torino, 23 ottobre 2026