Dal Simon Boccanegra di San Francisco al Requiem del Festival Verdi con Daniele Rustioni, il soprano mantovano si racconta prima dell’Otello alla Scala
Dal recente debutto alla San Francisco Opera in un trionfale Simon Boccanegra al Requiem di Verdi che il 23 ottobre la vedrà al Teatro Regio di Parma, con Daniele Rustioni sul podio. Due delle tante tappe che contrassegnano un anno di grazia nel magnifico percorso verdiano del soprano mantovano Eleonora Buratto, che culminerà con l’Otello a dicembre, alla Scala. Approfittando di un suo breve passaggio da casa, l’abbiamo incontrata per raccogliere, in una manciata di battute, impressioni della sua trasferta californiana ed emozioni in vista dei prossimi appuntamenti.
Simon Boccanegra è una presenza ricorrente nel suo percorso: dagli esordi, alla scuola di Riccardo Muti, fino al recente debutto a San Francisco, lo scorso settembre. Cosa si è portata via da questa esperienza americana?
Amelia Grimaldi è uno dei ruoli del cuore nel mio percorso verdiano. Incontrarla agli esordi, sotto la guida di Riccardo Muti, è stata un’opportunità fantastica. Portarla a San Francisco ha rappresentato il coronamento di questo viaggio. Nonostante le traversie delle prime recite, saltate a causa dello sciopero dell’orchestra, penso di essere riuscita a dare nelle tre messe in scena la mia idea di Amelia, figlia e innamorata affettuosa.
Il Requiem è un’altra pagina miliare nella sua costellazione verdiana. Indimenticabile, a tal proposito, quello di Dresda, in occasione dell’anniversario del bombardamento della città, con Daniele Gatti sul podio. Cosa rappresenta, per lei, questa immensa partitura?
La Messa da Requiem di Verdi è un capolavoro d’arte, al di là del suo valore spirituale. Vocalmente è una sfida immensa, che spazia dai sussurri e dai pianissimi fino ai fortissimi più drammatici del Libera me. Cantarlo a Dresda sotto la bacchetta di Daniele Gatti, in una ricorrenza carica di memoria e commozione, ti fa capire che il dolore dell’umanità può essere, se non lenito, capito e in parte curato da una pagina come questa.
Nel 2020, a Parma, il suo Requiem aveva incontrato una città sconvolta dalla pandemia. Che emozione si prova a tornare nel tempio italiano della lirica, e che rapporto ha instaurato con il pubblico di Parma?
Quel Requiem del 2020 a Parma è impresso a fuoco nella mia memoria e nel mio cuore. Esiste anche una testimonianza discografica ma, in questo caso, la conservo più come ricordo che come tappa della mia evoluzione vocale. Tornare al Teatro Regio è sempre una grande emozione e una grande responsabilità: si canta nelle terre verdiane, lì dove il culto di quello che è stato è parte fondamentale del giudizio del pubblico. Io capisco benissimo questo sentire “viscerale”, per questo amo il pubblico di Parma e torno lì sempre con piacere.
Rimaniamo ancora per un attimo nella città ducale, dove lo scorso anno ha tenuto una masterclass all’Accademia del Regio. Che cosa significa, per un’artista, trasmettere la propria arte alle nuove generazioni?
Sino a oggi ho tenuto poche masterclass. Sono stati incontri brevi ma significativi, perché fatti con giovani talenti che si trovano già oltre la formazione, peraltro accuratissima. Per me ha significato molto: ho scoperto che amo trasmettere quello che so ma, soprattutto, che sono in grado di mostrare agli artisti del futuro il rigore richiesto dalla nostra professione, ma anche il privilegio enorme di poter fare del teatro la propria missione.
Al Festival Verdi incontrerà per la prima volta la bacchetta di Daniele Rustioni. Che cosa cerca, ancora, nell’incontro con un nuovo direttore? E quale Requiem vuole consegnare al pubblico di Parma?
In realtà io e Rustioni abbiamo lavorato insieme in una lontanissima Bohème (2008, eravamo entrambi così giovani!). Difatti, è strano che da allora non ci siamo più incontrati e questa è come se fosse una prima volta. Da un maestro come lui mi aspetto un confronto su fraseggi, colori e dinamiche. Al pubblico del Festival Verdi voglio consegnare un Requiem intenso, vocalmente potente. E per questo confido nella bravura dei complessi orchestrali e corali, nei miei bravissimi colleghi e nella “visione” che ci trasmetterà Rustioni. Perché il bello del Requiem è che nessuno se lo può intestare da solo: è corale nella scrittura, lo è ancora di più nel significato.