Recensioni - Opera

La Traviata a Verona: l’opera è scenografia

Allestimento sontuoso quanto classico per la nuova produzione areniana 2026

Dopo due grandi produzioni affidate alla contemporaneità visionaria di un artista come Stefano Poda, per La Traviata di Giuseppe Verdi 2026 la Fondazione Arena di Verona torna decisamente al classico, con un allestimento sontuoso ma sostanzialmente scontato e rassicurante.

La regia è stata affidata allo scozzese Paul Curran, coadiuvato per le scene da Juan Guillermo Nova e per i costumi da Stefano Ciammitti. Le coreografie sono di Kyle Lang, le luci di Fabio Barettin.

Il regista si ispira alla Parigi del Moulin Rouge dei primi anni del novecento e intende l’opera come grande spettacolo di scene, costumi e folle di comparse. Troviamo perciò nel primo atto riprodotto il celebre night parigino con tanto di mulino, elefante e grande teatro per il can can. Nel secondo un giardino liberty con serre in vetro e acciaio, piante in vaso e i soliti divanetti e poltrone in vimini intrecciati. Nel terzo una grande sala delle feste con tanto di fontane, tavoli da gioco e nuovamente un teatro sullo sfondo. Non mancano scenografiche piogge di coriandoli nel momento opportuno della festa, oltre che il passaggio di una gigantesca quanto improbabile bottiglia di champagne dentro il suo secchio del ghiaccio. Intimista e naturalista il terzo atto, ridotto in una stanza con il classico letto e la finestra da cui entra la luce dell’ultima mattina di Violetta.

Il tutto è grandioso e sfarzoso. Le scene sono imponenti e di effetto, anche se i cambi risultano lenti e macchinosi. Centinaia di costumi di tutte le fogge, in linea con l’epoca, con qualche sprazzo di inventiva. L’intenzione è quella di proporre un memorabile spettacolo “areniano”, adeguatamente grandioso e adatto alla kermesse estiva e ad un pubblico turistico.

Probabilmente Paul Curran aveva in mente le regie di Franco Zeffirelli, che all’Arena ha fatto epoca con le sue Traviate, Carmen, Turandot e persino Butterfly straripanti di comparse e ballerini, con scenografie ipertrofiche e luccicanti. Il risultato è simile, alcuni particolari sono addirittura uguali, ma in questo caso la ridondanza non va a braccetto con il buon gusto, mentre l’organizzazione scenica risulta spesso confusa e incoerente. L’eccesso di figuranti si tramuta in folla indistinta, tanto che anche le non memorabili coreografie si perdono nel marasma delle scene d’insieme. Riempire il palco per riempirlo può creare ebbrezza ma non serve la drammaturgia e l’opera di Verdi. La regia delle scene intime, di contro, è inesistente: utilizza pose polverose e imposta una recitazione più che convenzionale. Insomma l’opera viene ridotta a uno sfoggio di scenografia e costumi.

Solido e professionale il cast della prima, con un primo atto affrontato con prudenza e qualche tensione da parte dei cantanti, che si sono poi sciolti negli atti successivi. Buon debutto per la Violetta di Martina Russomanno, che risolve bene la serata al netto di qualche incertezza nel primo atto. Il soprano non manca di voce, ma il carisma interpretativo va affinato. Al suo fianco un solidissimo Yusif Eyvazov come Alfredo. Voce sonora e ben impostata, il tenore ostenta souplesse e sicurezza con la consueta professionalità. Altro veterano è il Germont padre di Amartuvshin Enkhbat, la cui ottima linea di canto è ormai un dato di fatto assodato, tanto quanto l’inespressività scenica.

Fra i comprimari da segnalare la bella interpretazione sia vocale che scenica di Francesca Maionchi come Annina, che oltre a sfoggiare una voce sonora e precisa è in grado di mostrare una recitazione attenta ed espressiva anche dal palco del grande anfiteatro. Professionali gli altri.

Michele Spotti dirige con tempi lenti e dilatati e una certa leziosità in particolare nel primo atto.

Arena praticamente esaurita e buon successo nel finale.

Raffaello Malesci (Venerdì 12 Giugno 2026)