Recensioni - Opera

La Venezia di Goldoni nel Campiello al Carlo Felice di Genova

Un interessante titolo inaugura il marzo operistico a Genova: Il Campiello del veneziano Ermanno Wolf-Ferrari.

Il pubblico non accorre in massa alla prima al “Carlo Felice”, ci sono infatti alcuni posti vuoti in platea, ma i presenti apprezzano lasciandosi trasportare da una trama leggera (la ricerca dell’amore, del matrimonio e della stabilità sentimentale comicamente presentate quasi come fossero le uniche ragioni valide per stare al mondo), insieme ad alcune uscite dei personaggi che suscitano spontanee risate e rendono la serata scorrevole e piacevole.

Ben composto il cast, con bravissimi interpreti che si calano nei panni dei popolani che vivono il campiello, ossia la piazzetta dove si ritrovano per chiacchierare, festeggiare, litigare, spettegolare, e che masticano con dimestichezza un dialetto di non semplice dizione qual è quello veneziano (solo il cavalier Astolfi e Fabrizio si esprimono in italiano).

L’allestimento è della Fondazione Arena di Verona, e da Verona arriva anche il Direttore d’orchestra, Francesco Ommassini. Regia di Federico Bertolani, assistente Barbara Pessina. I costumi sono curati da Manuel Pedretti, le scene da Giulio Magnetto, luci di Claudio Schimd, Maestra del coro Patrizia Priarone. Lo spettacolo viene registrato da Radio Rai.

Nei tre atti che compongono l’Opera, la scenografia non muta e mostra le abitazioni che circondano la piazza: si comprende di non essere nella Venezia bene, ma in un quartiere piuttosto disagiato. Dai balconi al primo piano si affacciano sovente i cantanti mentre sullo sfondo domina la figura di un apparente grosso muro a tratti diviso in due blocchi che quando si allargano, fino a scomparire a destra e a sinistra, offrono risalto a brevissimi momenti che hanno per protagonisti i mimi Luca Alberti, Pietro Desimio, Sara Mennella, Davide Riminucci.

Quando essi appaiono, i protagonisti sul palcoscenico si immobilizzano, smarrendo la propria identità. E allora spazio ad Arlecchino e Colombina che, durante l’esecuzione dell’Introduzione strumentale al primo atto scendono dalla gondola (le maschere e la stessa gondola hanno la funzione di chiarire sin da subito che la vicenda è ambientata a Venezia). Nel secondo atto, inoltre, anche i mimi dimostrano di tenere ai nobili sentimenti: un fidanzato in ginocchio porge l’anello alla sua cara che lo accetta entusiasta. I personaggi del campiello interrompono allora la festa tramutandosi in manichini senza vita, dando le spalle al pubblico e contemplando il trionfo dell’amore felice.

Da citare anche la conclusione: Gasparina intona circondata dall’affetto e dalle voci degli amici “Cara la mia Venezia”, salutando il posto in cui è vissuta, e in lontananza appare una di quelle immense navi da crociera, che stazionano spesso nel porto di Genova, sulla quale la donna con il futuro consorte Astolfi si imbarcherà a breve. Altri dettagli sulla scenografia. Nel primo e nel terzo atto al centro del palco vi è una sedia, dove spesso si adagia l’ottimo Roberto Adriani, attore, supportato dalla collega Katia Mirabella; nel secondo atto invece le sedie sono sei, disposte attorno a un tavolo.

La performance di Adriani va assolutamente menzionata: egli non canta, non pronuncia una parola, ma è lì, nei panni di un anziano che sta in mezzo agli altri e assiste a tutto ciò che accade commentando con sguardi ed una pluralità di espressioni facciali emblematiche. Adriani in fin dei conti rappresenta il pubblico in sala, che assiste curioso agli sviluppi della messa in scena. Decisivo l’effetto delle luci: al campiello si passa dal chiarore del giorno al buio della sera. Le ore scivolano rapide nell’ambito di un contesto che non muta.

Voci e interpreti. Il soprano Benedetta Torre è una Gnese tenerissima, anche quando sembra esasperarsi, in balia della difficoltà di tenere a bada i suoi sentimenti nei confronti di Zorzeto. L’aria “Voria, mi, sposarme”, è l’elevazione al cielo di un desiderio profondo che la donna custodisce nell’intimo, e che Torre manifesta con un canto delicato e intenso, reso ancor più prezioso dalla capacità che la giovane artista ligure manifesta nel padroneggiare qualità vocali che vanno sempre più raffinandosi.

Zorzeto è impersonato dal tenore Matteo Mezzaro che mostra una voce squillante, chiara e ben dominata. Giovane e impulsivo, stringe le mani della sua Gnese trascinandola in un girotondo da cui traspare tutto l’entusiasmo che può sprigionarsi dal cuore di un innamorato.

Brava Gilda Fiume, soprano, con Luçieta. L’artista esibisce una voce potente, corposa e ben calibrata, dai contorni a tratti scuri. Bene anche il Cavaliere Astolfi, il baritono Biagio Pizzuti, tra i protagonisti principali della vicenda.

Nota di merito per l’applauditissima Gasparina, portata in vita dal soprano Bianca Tognocchi, già apprezzata al Teatro Filarmonico di Verona nel 2024 nello stesso ruolo. Tognocchi presenta un personaggio tragicomico: Gasparina è cresciuta nel campiello ed è legata alle sue origini, ma custodisce l’aspirazione ad un matrimonio che possa elevarla socialmente e, magari, farle cambiare aria. Voce gradevole, impeccabile nei fraseggi, flessibile e abile nel sostituire la zeta al posto della esse in tutte le parole in cui compare quest’ultima consonante.

Il basso Gabriele Sagona è il geloso Anzoleto. Voce agile la sua, profonda, adatta ad un uomo inquieto che teme di perdere la propria amata, stuzzicata dalle attenzioni altrui. Iconici i tenori Leonardo Cortellazzi (Dona Cate Pancina) e Saverio Fiore (Dona Pasqua Polegana), che strappano sorrisi nella loro interpretazione di due goffe anziane. A completare il cast il mezzosoprano Paola Gardina (Orsola) e il baritono Marco Camastra (Fabrizio dei Ritorti).

“Il campiello” si conclude quindi tra meritati applausi che omaggiano gli interpreti, l’Orchestra e il Coro del teatro ligure per la messa in scena di uno spettacolo gradito e assai ben riuscito.