Una sinestesia mancata. A metà Luglio nel cast: Vasilisa Berzhanskaya, René Barbera e Youngjun Park
La nuova Traviata con la regia di Paul Curran proposta all'Arena di Verona sorprende, ma non trascina. Fermo restando la straordinaria capacità del capolavoro verdiano di emozionare il pubblico attraverso un perfetto equilibrio tra psicologia, musica e canto, il sontuoso allestimento valorizza la grandiosità dell'anfiteatro romano restando forse fine a sé stesso, mentre il dramma di Violetta, al quale la vicenda si ispira, pare relegato al grigiore degli ambienti dell’ultimo atto.
Le scenografie di Juan Guillermo Nova restano nel solco della strada tracciata in Arena da Zeffirelli. I bei paraventi con le immagini in stile art nouveau dei cabaret e teatri parigini dell’epoca (Le Chat Noir, Les Folies Bergère, il Moulin Rouge, etc…) che coprono le scenografie prima dell’inizio dello spettacolo ricalcano pedissequamente quelli della Carmen, ma ben venga, dato che sono certamente di buongusto. In generale però l’impatto visivo dello spettacolo risulta spesso sovraccarico, nonché ridondante ed i riferimenti al grande regista fiorentino sono davvero troppo numerosi.
Alcune citazioni della vita della Bella Époque vengono colte senza fatica dal pubblico. Il mulino a vento del Mouline Rouge, infatti, è ancora esistente a Pigalle, mentre la ricostruzione, seppur filologica, dell’elefante resta per i più come un grande punto interrogativo dal sapore esotico, dato che, senza l’attenta lettura delle note di regia, ben pochi saprebbero giustificare la pachidermica presenza sul palcoscenico che con il suo ingombro assolve alla funzione di riempimento dell’immenso spazio teatrale.
Le numerose comparse sono spesso tra loro sovrapposte e si muovono in maniera caotica. Le composte ballerine di Degas in tutù romantici si alternano a quelle sguaiate di can can di Toulouse Lautrec, senza in realtà riuscire a vedere danzare né le une e nemmeno le altre. Di dubbio gusto, per non dire imbarazzante, pur non volendo essere bacchettoni, il pezzo interpretato dalla componente maschile del corpo di ballo nel secondo atto: matador usciti da un gay party con stivaletto can can bianco, pantalone e tuba neri e … una sorta di bustier in vita che lascia il petto scoperto! Ma dove siamo finiti? In un festino gaio, parrebbe, per non parlare della coreografia ridicola ideata da Kyle Lang per questo pezzo che ha avuto l’unico pregio di finire in fretta sotterrato da una marea di coriandoli (idea ancora una volta presa in prestito dal raffinato regista fiorentino).
Sfizioso ed elegante almeno il riferimento al burlesque con le ragazze in bianco nei calici e nel secchiello dello champagne (ma anche qui stendiamo un velo pietoso sugli uomini). Traviata è stata sin dal suo debutto un’opera osé, ma tra osare e buongusto c’è ancora differenza.
Pregevole ed applaudita l’interpretazione di Vasilisa Berzhanskaya al suo debutto nel ruolo di Violetta. Il suo canto piace, le agilità del primo atto sono puntuali e pulite. Forse meno convincente dal punto di vista interpretativo perché un po’ troppo algida, ma queste sono qualità che si acquisiscono anche con la pratica di palcoscenico legata al personaggio.
In fianco a lei René Barbera nei panni di Alfredo che stenta ad emergere: nel Brindisi del primo atto inizialmente si fatica a sentire il tenore statunitense, anche se nel corso dello spettacolo la voce migliora. Tante sfumature vengono purtroppo forse perse nella brezza della serata.
Elogiabile Youngjun Park: il suo Giorgio Germont è sicuro, ha la potenza ed il vigore necessari, sta al pari di Violetta nei duetti senza soccombere. Le tonalità sono calde e colorite, il fraseggio preciso e avvolgente.
Tra i comprimari un posto di rilievo occupa Francesca Maionchi, Annina, e si distinguono Carlo Bosi, Gastone, Nicolò Ceriani, Barone Douphol, e Mariano Buccino, Dottor Grenvil.
Il gioiello verdiano è stato diretto dal Maestro Michele Spotti che conferma la sua precisone nel dirigere sia i momenti dal ritmo più incalzante che quelli lirici e poetici.
Buona anche l’esecuzione del Coro della Fondazione Arena diretto dal Maestro Roberto Gabbiani.
Di particolare pregio sono i costumi ideati da Stefano Ciammitti, realizzati con grande attenzione ai dettagli. Tessuti, colori e fogge forse non restituiscono con eleganza il fascino dell'epoca, ma sono certamente molto belli e di grande fantasia caratterizzando i diversi ambienti sociali e sicuramente sottolineano le personalità dei protagonisti.
Nel complesso, lo spettacolo è di sicuro impatto visivo: scene e costumi assolvono sostanzialmente al loro scopo, mentre la regia risulta più deficitaria nel dialogo con la musica di Verdi. Questa Traviata offre al pubblico dell'Arena di Verona un'esperienza forse meno intensa e raffinata delle precedenti, ma non per questo meno memorabile specialmente per chi è alla sua prima volta all’opera nella città scaligera.
Tra gli spettatori della serata anche la campionessa dell’atletica leggera Fiona May.
Sonia Baccinelli
Verona, 16 luglio 2026