Il nuovo allestimento del Falstaff romano non convince pienamente e divide il pubblico, mettendo in primo piano un ottimo cast a reggere le sorti
Appena passato il compleanno di Giuseppe Verdi, l’Opera di Roma propone la sua ultima testimonianza lirica: Falstaff, come chiusura della stagione. L’opera, tratta dalla commedia Le allegre comari di Windsor e dai drammi storici Enrico IV di Shakespeare, viene spostata dalla sua originaria Inghilterra del quattrocento e rivisitata sotto una luce che cerca di riflettere l’odierna società all’interno della sua morale – azione che ormai troppo spesso finisce per risultare forzata e insulsa. La storia viene trasferita in un contesto dal diretto legame con la nascita di quest’opera: il Grand Hotel et de Milan, dove Verdi la completò nel 1893 e nel quale passò anche le ultime ore della sua vita. La regista Tatjana Gürbaca, dunque, trasforma questo dettaglio significativo in una visione dove l’hotel diventa il palcoscenico stesso dell’intera commedia lirica – potrebbe sembrare una sorta di simbolismo in stile metateatrale – ma su un piano moderno, dimenticando quasi totalmente la coerenza tra ciò che viene nominato e ciò che invece appare, e la provenienza storica, eccetto che in sporadici atteggiamenti e in alcuni costumi femminili curati da Silke Willrett – e, se vogliamo, nel bizzarro momento in cui Ford si presenta a Falstaff come il “signor Fontana”, in completo rosso da tennis con tanto di racchetta a mimare i gesti del gioco, portando alla mente il torneo londinese di Wimbledon, ma questo soltanto per allargarci a trovare un riscontro goliardico in un’azione simpatica, ma alquanto sconnessa. Seppur interessante, invece, l’idea di evocare un luogo così caratteristico per la vita di Verdi, la costruzione del Grand Hotel è risultata troppo anonima: un minimalismo generico, accostato a un grigio predominante su tutti i quadri, ha limitato un’atmosfera che avrebbe potuto evidenziare di più l’importanza dell’ambiente, facendolo diventare un semplice sfondo qualunque. Talvolta, avvicinando l’opera al presente e togliendole di dosso l’eleganza antica che la contraddistingue – oggi vista spesso come un tedio polveroso – si cerca di introdurre una visione più diretta sulle psicologie dei personaggi e sui correnti temi sociali, come è successo con questo Falstaff, che si è voluto indirizzare dalla mera caricatura a un personaggio che si rivolge sinceramente verso il mondo, disegnando nel significato una sfumatura più seria e in un certo senso filosofica. Resta però un filo sottile che divide il pericoloso limite tra il mantenere un’opera viva nell’attualità e il rovinarla, mettendola, suo malgrado, davanti allo specchio decadente della società. Ma d’altronde: “tutto nel mondo è burla”.
La direzione è affidata a Michele Mariotti; positiva la sua gestione, soprattutto nel dialogo tra cantanti e orchestra, dove è apparso sempre molto attento a centrare i tempi con la corretta sincronia tra le due dimensioni, sussurrando costantemente la partitura anche nelle parti declamate, esprimendo difatti una notevole simultaneità d’insieme. Il flusso musicale continuo, ricco d’incastri e contrappunti, è stato ben controllato e leggibile, piacevolmente movimentato da una solida impetuosità nei numerosi crescendo orchestrali, in particolare nelle chiusure dei quadri.
Luca Salsi delinea un sir John Falstaff assai accurato, sia nei passaggi lirici che in quelli declamati, con un timbro solido e dalla potente risonanza acustica, sostenuto da squilli resistenti e lineari. Inizia già in maniera eccellente la sua prova con il monologo d’apertura “L’onore! Ladri!” eseguito con grande qualità e un bel colore. Affine anche dal punto di vista teatrale e dell’appropriazione umorale del personaggio: una giusta comicità alternata a momenti più introspettivi, così da restituire quell’esatta chiarezza umana ambita dalla costruzione registica.
Alice Ford di Maria Agresta porta con sé un po’ di quella perduta Inghilterra nell’eleganza dei movimenti e del canto, soprattutto nelle mezze voci. Le altre due simpatiche comari interpretate da Carmen Artaza e Violeta Urmana, rispettivamente Mrs. Meg Page e Mrs. Quickly, risultano corrette nei ruoli e ben inserite nelle beffarde vicende.
Brillante e leggiadra la Nannetta di Marina Monzó, destinata a deliziare con una voce dalla virtuosa soavità e un filato che ti accarezza. Straordinario l’effetto del canto fuori scena verso il finale, che nel contempo l’ha riaccompagnata graziosamente sul palco a concludere la sua aria. Pietro Adaini rispecchia fedelmente il ruolo emotivo del giovane innamorato Fenton, mostrando un’attinente vocalità di un lirismo romantico e cristallino; notevole la disinvoltura d’emissione in acuto.
Il “tennista” Ford di George Petean vocalmente offre una buona prova, anche se da ottimo baritono qual è ci si poteva aspettare qualche guizzo in più; senz’altro il suo stile predilige i titoli verdiani drammatici, dove trova il giusto valore. Completano positivamente il cast: Carlo Bosi (dottor Cajus), Paolo Antognetti (Bardolfo) e Gabriele Sagona (Pistola).
Un pubblico non globalmente soddisfatto e tiepido di applausi regala le proprie acclamazioni per la maggiore al Falstaff di Luca Salsi e alla Nannetta di Marina Monzó, evidentemente i più meritevoli della serata.