Recensioni - Opera

La narrazione fiabesca di Pelléas et Mélisande alla Scala

Regia di Romeo Castellucci, sul podio Maxime Pascal

Dopo un’assenza di venti anni e sei mesi torna al Teatro alla Scala “Pelléas et Mélisande”, dramma lirico in cinque atti e dodici quadri composto da Claude Debussy su libretto di Maurice Maeterlinck. Una nuova produzione che impressiona positivamente per la capacità di muovere lo spettatore a cogliere i nessi tra quanto, di volta in volta, si mostra sul palcoscenico.

A dirigere Orchestra e Coro della Scala il Direttore francese Maxime Pascal, che concerta la partitura in modo da favorire la perfetta integrazione di musica e parole in un corpo unico dove entrambe svolgono un ruolo essenziale, ma è la voce che si adegua ai toni della melodia realizzando quell’atmosfera onirica che caratterizza la maggior parte delle composizioni di Debussy.

Applausi per la lodevole regia di Romeo Castellucci, che ha curato anche scene, costumi e luci. Drammaturgo Christian Longchamp, collaborazione artistica offerta da Giulia Giammona.

“Pelléas et Mélisande” diventa così la narrazione di una fiaba priva del lieto fine. Uno schermo trasparente è posto ad inizio palcoscenico e resta nella stessa posizione fino al termine: la divisione tra due mondi, quello degli spettatori e quello dei protagonisti del racconto è quindi marcata e sottolineata. Dietro lo schermo si cela una realtà impenetrabile, inafferrabile, dai contorni mutevoli e sfuggenti: gli alberi di una inquietante foresta illuminata dal fulgore dei lampi, gli interni del castello, la torre dove si trova Mélisande, la postazione di vedetta adoperata da Golaud e dal figlio Yniold, la bara di vetro. In altre occasioni il palcoscenico è spoglio o quasi: privi di un riferimento visibile, gli spettatori si fanno condurre dalla musica verso inesplorati luoghi dell’ignoto. L’elemento scenico centrale è rappresentato dall’acqua in varie forme: la fontana nella foresta, dove Golaud vede per la prima volta Mélisande, un’altra fontana, che accoglierà l’incontro di Pelléas e Mélisande.

Acqua è il mare che circonda il desolato castello di Allemonde. Acqua è la bocca che inghiotte l’anello nuziale di Mélisande, come a volerla liberare dalla relazione con il marito Golaud, che la donna vive senza provare amore. Acqua sono i capelli di Mélisande, affacciata dalla finestra della torre, che cascano a fiotti in direzione di Pélleas, che contempla estasiato.

Non si può non indugiare su uno dei passi più intensi della vicenda: quello in cui il piccolo Yniold è costretto dal padre Golaud a spiare Mélisande attraverso una finestra. I due sono sdraiati su un muro che ad un certo punto si eleva lentamente (gran colpo d’occhio le numerose foglie che scosse scivolano rumorosamente al suolo quando padre e figlio vengono sollevati da terra).

Golaud e Yniold per non cadere si reggono ad un sostegno, simbolo del bisogno impellente di restare ancorati alle proprie certezze perché a volte apprendere qualcosa di spiacevole può far precipitare negli abissi della morte. Yniold quindi deve sbirciare: Mélisande è da sola? No. Sta in compagnia di Pélleas? Si. Cosa stanno facendo? Nulla, non s’avvicinano l’uno all’altra e non chiudono mai gli occhi. Tutt’intorno è tinto di rosso: il colore della passione, della gelosia atroce, ma anche dell’omicidio, del sangue.

Ancora, Pelléas e Mélisande indossano rispettivamente i vestiti di Arlecchino e Pierrette, si truccano il viso, impersonando maschere della tradizione carnascialesca. Arriva l’agognato bacio. Golaud che ha osservato tutto procede deciso verso il fratellastro. Ad inseguirlo è una linea scura che rabbuia il palcoscenico. La morte inghiotte i colori della vita. Pelléas stramazza al suolo, il lamento di Mélisande è un susseguirsi di tormentosi gemiti. E quando toccherà a lei di lasciare questo mondo, non prima di aver visto la bimba appena nata che ha avuto da Golaud, ben protetta tra le braccia di re Arkel, nonno dei due fratellastri, gli ultimi suoi sguardi si perderanno in un punto lontano, dove l’ombra di Arlecchino la fissa immobile. Pochi istanti e le due maschere potranno finalmente ricongiungersi per vivere per sempre di un puro amore.

Il cast è formato da interpreti notevoli. Il soprano di origini spagnole Sara Blanch, con una vocalità graziosa e delicata, esibisce un timbro gradevole. La sua Mélisande non urla, spesso sussurra, e il suo canto ben si sposa con le qualità caratteriali del personaggio, una donna indecifrabile, incerta, smarrita, “un piccolo essere misterioso” che ha però un cuore capace di amare.

Bernard Richter, tenore, attraverso un canto elegante e mai aggressivo comunica i sentimenti che invadono l’animo del suo Pelléas, che vive l’ebbrezza di un amore platonico, innocente, dai tratti adolescenziali, che dona quel bacio privo di alcuna malizia.

Il baritono Simon Keenlyside, vittima di passioni contrapposte, presenta con una voce ben calibrata e a tratti volutamente impetuosa, un personaggio che si innamora, soffre, grida, si dimena, uccide. Ottima l’interpretazione attoriale dei tre artisti.

Bravo il basso John Relyea: il tenero re Arkel nel quinto atto è a lungo il vero padrone della scena. Il contralto Marie-Nicole Lemieux, Geneviève, madre dei fratellastri, è in attività solo al primo atto e introduce Mélisande, con un tono vocale profondo ed espressivo, nella tetra realtà del castello. Il giovanissimo Alberto Tibaldi, solista del Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala debutta nel ruolo di Yniold gestendo serenamente i minuti in cui canta da solo al centro di un palcoscenico praticamente deserto. Disinvoltura ed entusiasmo a coronamento di una prova superata. A completare il cast altri due membri dell’Accademia: Zhibin Zhang (Un médecin) e Geunhwa Lee (Le Berger).