Recensioni - Opera

La notte di Didone, nella terra di Virgilio

Purcell e il suo “ritrovato” Dido and Aeneas al Bibiena di Mantova

Non è frequente che un'opera torni a casa propria senza esserci mai appartenuta davvero. Eppure è stata questa la sensazione, al Teatro Bibiena, in occasione del Dido and Aeneas che il Festival Monteverdi ha presentato in terra mantovana il 18 giugno scorso: l'impressione di assistere non a una rappresentazione quanto, piuttosto, a una sorta di ideale, postuma restituzione. Come se il capolavoro di Purcell, nato sulle fondamenta del mito virgiliano su libretto di Nahum Tate, fosse tornato per una sera là dove quel mito aveva trovato origine e ispirazione.

Tra Cremona e Mantova, del resto, il Festival continua a costruire una geografia che è prima di tutto culturale. Monteverdi resta il centro gravitazionale di questo universo, ma attorno alla sua somma figura si dispongono costellazioni sempre più ampie, capaci di mostrare come la rivoluzione teatrale e musicale del primo Seicento abbia continuato a propagare i propri effetti ben oltre i confini italiani. In questo senso, Purcell appare più vicino che mai. Dietro la sua scrittura si avverte ancora l'eco di Monteverdi, di Cavalli, della grande invenzione veneziana del recitar cantando; un'eco ormai filtrata da un'altra sensibilità, da un altro clima poetico, da quella peculiare mescolanza di malinconia, magia e inquietudine che appartiene al teatro inglese.

La produzione presentata in un Bibiena torrido, filologicamente coerente anche sul piano climatico a secoli privi di aria condizionata, nasceva da un lavoro di ricostruzione tanto rigoroso quanto immaginativo. La natura stessa dell'opera, sopravvissuta attraverso fonti lacunose e tradizioni divergenti, imponeva infatti un gesto creativo che era insieme filologico e teatrale. Michele Pasotti e La fonte Musica hanno affrontato questa sfida attraverso un fitto lavoro di découpage, di integrazione e di ricomposizione delle diverse testimonianze musicali animato dall’intento di restituire continuità a un organismo vivo, più che ad un reperto, fatto di frammenti, copie, citazioni.

Fin dalle pagine strumentali mutuate dalle musiche scritte da Matthew Locke nella prima metà del XVII secolo per la shakespeariana The Tempest, si percepiva questa volontà di costruire un affresco sviluppantesi per stratificazioni, attraverso richiami, ombre e risonanze. In Purcell, del resto, il barocco sembra già consumare sé stesso dall'interno, per sublime combustione: la magnificenza lascia spazio alla concentrazione, il gesto si fa essenziale, mentre l'armonia acquista una libertà sorprendente, capace di insinuare il dubbio, l'inquietudine, il presagio.

In buca – in realtà, in scena – bastava una sparuta compagine di strumenti per evocare mondi interi. La tempesta, il mare, il destino, perfino il silenzio sembravano nascere dalla qualità dell'impasto sonoro, più che dall'accumulo dei mezzi; una sapienza affidata ai violini trascinati da Stefano Barneschi, ai flauti e alla dulciana di una strepitosa Giulia Genini, alla tiorba dello stesso Pasotti e al resto di una ciurma di eccellenze.

La mise en espace, sempre curata da Pasotti, sceglieva una via altrettanto essenziale. I palchi affacciati sulla scena del teatro diventavano luoghi di apparizioni e sparizioni, varchi aperti su un altrove che non aveva bisogno di essere mostrato per risultare presente. Qualche intervento luminoso attraverso luci ben piazzate, pochi spartani elementi di costume, ed ecco che la geometria stessa dello spazio bastavano a creare una drammaturgia visiva di grande efficacia: un teatro costruito per sottrazione, dove l'immaginazione dello spettatore veniva continuamente sollecitata e resa parte attiva del racconto.

Al centro di tutto rimaneva naturalmente lei, Didone. Luciana Mancini ne ha offerto una lettura di straordinaria intensità, di regina segnata fin dall'inizio da una consapevolezza dolente, come se la tragedia fosse già inscritta nella materia stessa della voce. Il timbro corposo, la densità dell'emissione, la cura della parola costruivano un personaggio attraversato da una sofferenza che non esplodeva mai completamente, ma continuava a sedimentare e montare, fino all'inevitabile conclusione.

Accanto a lei, la Belinda di Carlotta Colombo portava il contrappeso di una sorgiva luminosità, quasi un tentativo di resistenza alla gravità che avvolge progressivamente la vicenda. E le contrastanti apparizioni delle streghe e degli spiriti — Alena Dantcheva, Francesca Cassinari, Anna Piroli e Cristina Fanelli — contribuivano a definire quel paesaggio perturbante che distingue profondamente la sensibilità di Purcell da quella virgiliana. Qui gli dèi sono assenti. Non governano il destino. Al loro posto agiscono creature notturne, figure che sembrano già annunciare Shakespeare, Mendelssohn e persino l’estremo Verdi, con il loro gusto folleggiante, fatto di un'ironia non di rado feroce, per il disordine, per il dispetto.

Dal canto suo, Mauro Borgioni confermava ancora una volta qualità interpretative non comuni. Il suo Enea possedeva la statuaria autorevolezza, la nobiltà senza enfasi, data anche dalla bellezza naturale di un timbro smaltato, combinate ad una capacità rara di trasformare il canto in parola scenica, come avrebbe detto più tardi il genio di Busseto. Nel conflitto tra amore e dovere, tra desiderio e obbedienza, il personaggio acquistava una complessità che andava oltre la tradizionale immagine dell'eroe infedele e si faceva antieroe senza tempo, uomo tra gli uomini che maledice il cielo ma ne teme gli strali e, seppur straziato, decide di andarsene, consapevole di infliggere una pena fatale all’amata.

Di notevole livello anche il contributo corale, chiamato non semplicemente a commentare l'azione ma a diventarne parte integrante. E proprio al coro veniva affidato uno dei momenti più toccanti della vicenda: quello del commiato. Una processione di ceri nel buio del teatro ammutolito. Nessuna enfasi funeraria, nessuna spettacolarizzazione del dolore. Solo la progressiva estinzione della musica, il filo sempre più sottile delle voci adagiate su cromatismi discendenti di struggente intensità, il tremolio delle candele che accompagnavano l'uscita di Didone, ormai lontana, dalla vita. In quel momento appariva con evidenza la modernità radicale di quest'opera. Tutto accade nella musica. Le scene, i paesaggi, i conflitti interiori, perfino la tragedia stessa sembrano nascere direttamente dal tessuto sonoro.

Il lungo applauso che ha salutato la conclusione dello spettacolo era il riconoscimento di un lavoro che il Festival Monteverdi continua a perseguire con rara coerenza: non limitarsi a custodire un patrimonio, ma interrogarlo, ricostruirlo, metterlo in discussione e restituirlo al presente. In un tempo che spesso confonde la filologia con la conservazione e l'innovazione con la rottura, questa produzione di Dido and Aeneas ha mostrato come la ricerca possa ancora essere un gesto autenticamente teatrale.

E come, tra Cremona e Mantova, il dialogo con Monteverdi continui a generare nuove domande, nuove prospettive, nuove emozioni.