Al Tiroler Landestheater di Innsbruck viene ripresa una riuscita messa in scena dell’opera di Jules Massenet
Ha debuttato sul finire della scorsa stagione e viene giustamente ripreso il poetico allestimento di Julia Burbach del Don Quichotte di Jules Massenet.
La regista azzecca una messa in scena scenograficamente ricca e intrisa di malinconia, basata su atmosfere lunari e rarefatte, su scorci scopertamente teatrali e su un gioco riuscito e ironico fra fantasia e realtà, fra sogno e disinganno. Le belle scene di Cécile Trémolières sono favolistiche ed evocative, esaltate dalle luci sapienti di Raphael Fuchs e dagli appropriati costumi di Andrea Kuprian.
Così abbiamo la poesia di una landa desolata con tanto di tramonti oleografici che rappresenta i sogni impossibili di Don Chisciotte, sogni che si scontrano con la realtà della finzione mostrata in scena: il cavallo ronzinante e l’asino di Sancho non sono che sagome di legno, le stelle e i pianeti del cosmo infinito non sono che luccicanti sfere da balera, i mulini non sono che ballerini che roteano drappi da corrida. Da segnalare le coreografie di Cameron McMillan.
La stessa Dulcinea non è la dama evanescente e irraggiungibile sognata da Don Chisciotte, ma una donna pratica, intrisa di coquetterie da belle époque, che ama divertirsi con gli amici e che nel finale preferisce la libertà alle goffe proposte d’amore del cavaliere errante. Il libretto infatti piega il personaggio, spesso evocato ma sostanzialmente assente nel lungo romanzo di Miguel de Cervantes, alle esigenze di una storia d’amore infelice e larmoyante, irrinunciabile nello spettacolo leggero fra la fine dell’ottocento e i primi del novecento. Non per niente Massenet definisce l’opera Comédie héroïque.
A riprova di ciò l’ultima opera di grande successo di Massenet ha alla fine poco a che fare con il romanzo cavalleresco del seicento, essendo il libretto tratto da una commedia della Parigi di inizio novecento. La trama è ridotta ad alcune scene iconiche con una Dulcinea che a tratti somiglia più a Carmen – e qua e là nella musica si riconoscono le reminiscenze spagnoleggianti à la manière de Bizet – che alla dama sognata da Don Chisciotte. Ne risulta un pastiche drammaturgico curioso su cui Massenet innesta però una musica filigranata e struggente, di sublime bellezza. Lo spettacolo di Innsbruck ha il merito indubbio di non rincorrere le improbabili volute di un libretto sbilenco, ma di concentrarsi sulle suggestioni musicali, creando un prodotto estetico efficace e coerente con la musica.
Al resto pensano appunto la musica e l’ottimo ensemble del Tiroler Landestheater, che trova tre protagonisti assolutamente azzeccati per physique du rôle e côté vocale.
A partire da Oliver Sailer, un Don Chisciotte giovane ma scenicamente perfetto. Affronta il personaggio con una vocalità delicata e sognante, la voce è ben proiettata e omogenea in tutta la gamma e si distingue in particolare nei momenti lirici. Ottima prova per lui.
Al suo fianco il Sancho di Benjamin Chamandy, che delinea con preciso piglio vocale il servo per antonomasia, anch’esso caratterizzato da una nobiltà di accenti rimarchevole.
Completa degnamente il terzetto dei protagonisti la Dulcinée di Camilla Lehmeier, a suo agio nelle colorature e scenicamente convincente.
Professionale il resto del cast: Hazel Neighbour, Qiong Wu, Jakob Nistler, Julien Horbatuk, Il Young Yoon, Seongchan Bahk. Da menzionare anche l’ensemble di danza: Catarina Abreu, Antonietta Bajraktari, Giorgia Doria, Eskil Dorrepaal, Giorgos Mitas, Letizia Pignard, Franklin Jones da Silva Santos, Elizabeth Shupe, Olivia Swintek, Antonio Tafuni, Iliano Tomasetto, Melissa Totaro, Spyros Zikos.
Matthew Toogood dirige in modo convincente la Tiroler Symphonieorchester Innsbruck, esaltando giustamente gli accenti lirici della partitura. Puntuale il coro del Tiroler Landestheater.
Ottimo successo nel finale.
Raffaello Malesci (sabato 31 ottobre 2026)